L'aborto è un diritto? Provate a giudicare voi se qui è ancora vero


Aborto, Giovanna Scassellati ogni dieci minuti ripete: «Mio marito e mio figlio sono in America. E presto ci andrò anch'io». Ha buoni motivi per fuggire.

«Lavoro come una bestia. Da noi, all'ospedale San Camillo, si fanno 15 aborti al giorno. Io ho due specializzazioni, dirigo un reparto, ma non guadagno come un altro dirigente. Mi hanno tolto l'impiegato amministrativo. Mi mandano di tutto: stamattina, una cinese al quinto mese con problemi e un'altra con ictus.

I colleghi visitano, si fanno pagare duecento euro, e poi le mandano qui. Tanto, ci sono io». Anche la legge 194, l'interruzione volontaria della gravidanza, in Italia è sull'orlo di una crisi di nervi.

Aumentano gli obiettori, con punte di oltre il 90 per cento dei ginecologi, anestesisti, caposala, infermieri. Nel Lazio, con la nuova giunta di centro-destra, hanno chiuso 15-20 centri dove si poteva praticare l'interruzione di gravidanza.

Quelli rimasti aperti si sono visti scaricare un'ondata richieste. A Subiaco, sud di Roma, se la dottoressa va in ferie, come è giusto, il centro chiude. A Roma le urgenze - donne che stanno per superare i tre mesi consentiti dalla legge - in pochi anni, sono raddoppiate (da 1.700 l'anno a 3 mila). Prova che il servizio è al collasso.  Ma le donne che devono abortire non vanno in ferie. Che fare? Emigrano.

Sono ricominciati i «viaggi dell'aborto», come negli anni Settanta. «Si va di nuovo a Londra, dove i tempi per l'interruzione sono più lunghi», racconta, per esempio, Anna Maria Marinari della Cgil delle Marche. È nato anche un nuovo pendolarismo politico, interno: si va dalle regioni di centro-destra a quelle di centro-sinistra; dalle zone dove c'è obiezione quasi totale a quelle più laiche; dall'ospedale che non ti riceve a quello dove ci sono medici che fanno funzionare la legge.

Le donne girano, con il loro problema, con il loro dolore, a cercare chi garantisca un diritto sancito da una legge dello Stato e rafforzato da un referendum popolare.  "Ultimamente", racconta la dottoressa Scassellati, «mi sono arrivate in studio anche alcune donne che sono andate a Nizza e a Zurigo a prendere la pillola abortiva, la RU486, che in Italia è proibita. Vuoi dire che è vietato ottenere lo stesso risultato di un aborto con meno spreco di denaro pubblico, meno problemi di personale e meno attesa delle donne. Che ipocrisia».

Dice Elisabetta Canitano, ginecologa a Ostia, 21 anni di interruzioni di gravidanza: «Siamo un po' masochiste. Mi chiedono: ma chi tè lo fa fare? Rispondo: noi rappresentiamo lo Stato laico e una legge da applicare, un diritto cui rispondere. Non ho niente da eccepire agli obiettori di coscienza, ma non sopporto gli obiettori di convenienza, che sono moltissimi».  Qualche esempio le da ragione.

Al San Camillo di Roma due ginecologi sono stati assunti, in quanto non obiettori, per rinforzare il reparto. Ma dopo qualche settimana hanno obiettato e sono stati trasferiti. Al San Giovanni, sempre nella capitale, percorso inverso: otto anestesisti hanno smesso di essere obiettori quando è stato introdotto un gettone per l'interruzione di gravidanza.

«Lo sanno tutti», continua la Canitano. «Se fai aborti non fai carriera, non è considerata neppure un'attività medica. E poi sei costretta, in questa situazione di silenzioso sabotaggio, a fare solo quello. Il paradosso è che anche le donne che vengono qui, in fondo, ti detestano perché evochi il loro dolore. Così capita di sentirsi dire: tanto si sa che a fare gli aborti ci mettono i più ciucci...

Non lo posso negare: negli ultimi tempi il rapporto con le utenti si è deteriorato molto. Ma come potrebbe essere diversamente con dieci-quindici donne fuori dalla porta, che ogni giorno ti pongono pressantemente il loro problema?».

Racconta Susanna Vezzani, presidente dell'Aied, il consultorio laico, a Novara; «A Torino è stata avviata richiesta di una sperimentazione sulla pillola abortiva. So che non è ancora partita. Anche Novara l'ha chiesta. Ma in consiglio comunale esponenti di An l'hanno definita, testualmente, una stura-uteri, un incentivo all'aborto.

Il clima è pessimo». La sperimentazione, dice Gianluigi Boveri, il direttore sanitario del Sant'Anna di Torino - uno dei luoghi più all'avanguardia d'Italia - «è stata richiesta e autorizzata dal comitato etico del Piemonte. Ma è sul tavolo del ministro della Sanità, Girolamo Sirchia, e non ne sappiamo più nulla». Al Sant'Anna, in cambio, è arrivata un'ispezione del ministero. Perché? «Routine».

Ma non era mai successo. Il comitato etico del Piemonte ha avuto parole chiarissime: «L'impiego della RU486 si configura come una tecnica per attuare una pratica medica pienamente riconosciuta nella legislazio-ne italiana, secondo i modi che la legge vigente prevede». Senza contare che è già venduta in Francia e negli Stati Uniti, solo per fare due esempi. Perché sperimentarla? «Per perdere tempo, bloccare tutto», dice senza mezzi termini Giovanna Scassellati.  Ma è davvero una guerra ideologica? Gli estremi ci sarebbero.

A cominciare dal presidente del Lazio, Francesco Storace, che dichiarò, a pochi mesi dall'insediamento: «Chi vuole abortire dovrà andare in Umbria o in Toscana». O dai vertici della Chiesa. I quali sostengono apertamente che la RU486, eliminerebbe il dolore dell'aborto rendendolo una pratica ordinaria.

Dunque, si auspica che permanga la sofferenza (che, per altro, la pillola non elimina affatto).  Anche per la pillola del giorno dopo, dichiarata da scienziati e persino dal Tar del Lazio «non un abortivo, ma un anticoncezionale», si sono levate obiezioni. Di coscienza, s'intende. Molti pronto soccorso obiettano: non la danno. In Friuli, in Veneto, in Lazio, nel Sud. Pure i farmacisti hanno da obiettare. E «obiettare» su un farmaco che va preso entro 72 ore, significa rischiare che diventi troppo tardi.

«Ma è pura follia», dice il presidente dell'Aied friulana, Mario Puiatti: «È una scemenza, non si può fare obiezione su un antifecondativo, è illegale». Eppure c'è chi fa obiezione alla spirale (se ginecologo) o ai preservativi (se farmacista).  Il fatto è che obiettare, di questi tempi, aiuta, facilita. «Ci sono concorsi», accusa Giovanna Scassellati, «dove vincono solo gli obiettori. E poi a chi conviene mettersi a lavorare nella fabbrica degli aborti? Non si guadagna. È tutto qui: non si fanno soldi».

I problemi sono molti, di tipo diverso. Dice Elisabetta Canitano: «In effetti ho chiesto a mia figlia, che ha 13 anni, di non dire che la madre fa gli aborti. I bambini si impressionano. Ci hanno fatto fare un corso dove uno psicanalista spiegava che subiamo conseguenze psicologiche dal lavoro: perché identificheremmo le donne con le madri e il bambino che non nasce con noi stesse. Bah...».

Certo l'obiezione cresce, con illuminazioni non sulla via di Damasco ma di Milano, Treviso, Bolzano. In quest'ultima città, racconta Maria Luisa Bassi, presidente Aied, «solo due ospedali su sei fanno interruzioni di gravidanza, e sempre con medici di fuori. Praticamente siamo al cento per cento di obiezione». Da Trento, la conferma del professor Emilio Arisi, primario non obiettore del Santa Chiara: «Ci arrivano da Bolzano, da Verona. Soprattutto extracomunitarie».

Un tema ricorrente. Sono più giovani, più prolifiche, meno preparate agli anticoncezionali e fanno ricorso all'aborto tre volte più delle italiane (relazione ministero della Salute, 2002). Ma i dati dicono anche altro.

Per esempio che dal 1982, quarto anno della legge (e primo dopo il referendum), il ricorso all'aborto in Italia è diminuito del 45 per cento. Che non è diventato affatto, come si paventava, un sostitutivo della contraccezione, ma resta comunque un'ultima ratìo. Che le donne si sono mostrare responsabili e, crescendo l'informazione, hanno trovato altri sistemi, meno drammatici, per non avere figli.

Che chi abortisce è soprattutto giovane, spesso minorenne. È casalinga, poco istruita, povera (Istituto Superiore di Sanità, novembre 2002. Autori: Grandolfo, Spinelli, Pediconi). Il disservizio crescente rischia di mettere in forse la legge e i suoi effetti positivi. A Milano, racconta Fulvia Colombini, Cgil, «hanno trovato il modo di disincentivare le visite nei consultori. Come? Semplice: un ticket da dieci euro. Ma da pagare così: si prende un bollettino al consultorio, poi si fa la coda alla posta per pagarlo, poi si torna al consultorio per consegnarlo ed avere un appuntamento.

Chi, tra quelle che lavorano, possono permettersi un iter come questo?».  I consultori chiudono. Una legge del 1996 (governo Dini) stanziò 200 miliardi per potenziarli. Paradossalmente da allora ne hanno eliminati 500. Gli aborti clandestini, dall'82 a oggi, sono scesi da 100 mila a 21 mila circa (stima Istituto Superiore di Sanità).  Ma oggi, dicono i ginecologi, tornano a crescere, al passo con le difficoltà della struttura legale. «L'aborto è come la prostituzione», dice Giovanna Scassellati, «può non piacere, ma c'è. Se non lo facciamo noi, lo fanno i clandestini. Sanno tutti che, a Roma, costano dai 2 mila ai 4 mila euro. Sanno tutti dove si fanno».

Le donne rischiano di nuovo su un loro diritto.  «Neppure le femministe se ne occupano più», ammette uno dei medici. La Chiesa preme e trova terreno fertile nella politica del centro-destra. Secondo una vecchia ideologia. Scrive il comitato etico piemontese: «II cristianesimo, e il cattolicesimo in particolare, ha nella sua storia confusioni frequenti di sofferenza fisica e sofferenza morale e tentativi di avviare le anime al pentimento sollecitando i corpi: non è il caso di rinnovarle». Non sarà il caso, ma sta succedendo.

di Attilio Giordano - Tratto dal Il Venerdì di Repubblica del 7 febbraio 2003 ROMA.

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