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C'è stata da parte di tutte le presenti una corsa nel tentativo di sottrarla a quella violenza cieca con il risultato che il "bruto" l'ha costretta ad infilarsi in macchina ed è scappato.
Dopo un dibattito tra donne, durato pochi minuti, ho avvertito la polizia, che con estrema velocità ed efficienza è intervenuta, ma purtroppo ci ha fatto sapere che, pur avendo rintracciato la ragazza, non potevano fare nulla perché per una "violenza privata" ci vuole una denuncia di parte che la nostra Elena non vuole fare, essendo l'uomo la persona con la quale ha una relazione.
Ho passato la serata in preda ad una rabbia profondissima, la mia domanda è fin troppo semplice: se avessi assistito ad un qualsiasi altro reato mi sarebbe stato permesso di denunciare? Dobbiamo accettare che la donna debba essere lasciata sola a decidere?
Quando con fiumi di parole si sostengono discutibili proposte per la sicurezza, come quelle di arrestare i lavavetri, è perché in questi casi è la nostra quiete ad essere disturbata, mentre vedere una donna picchiata non ci crea fastidio? Forse uno spazio dedicato a questi crimini, come avviene giustamente per quanto riguarda ad esempio le morti bianche, significherebbe fare qualcosa di concreto per porre l'attenzione su questo fenomeno aberrante che lascia le donne che subiscono violenza sole e tutte e tutti coloro che vorrebbero intervenire impotenti.
So bene che su questo tema il confronto tra le donne è stato lungo e complesso. Ma, oggi, immagino che Elena non tornerà al lavoro per la vergogna ed è in balia di un uomo che magari crede di amare. Chiedo a tutte ed a tutti cosa facciamo concretamente per passare al "che fare" e prevenire che si perpetrino queste situazioni? E, se, come cita Attenasio nel suo articolo, già Basaglia aveva identificato alcune relazioni parentali come relazioni di dominio, come facciamo a dare impulso al percorso di liberazione? Parliamone, almeno parliamone.
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