Si è di nuovo arenata la trattativa per il rinnovo delle convenzioni dei medici del territorio (medici famiglia, guardia medica, specialisti ambulatoriali, 118). E rischia lo stop. La convinzione è del Sindacato dei medici italiani (Smi).
Dopo l'incontro di ieri tra associazioni di categoria e Sisac, in cui non si sono fatti passi avanti, e in attesa della riunione di ieri del Comitato di settore su eventuali aumenti delle quote Enpam a carico delle Regioni, lo Smi denuncia, infatti, che "dopo una lunga fase di contrattazione la parte pubblica sta mostrando il suo volto più intransigente e dogmatico". "La trattativa fino ad ora ha avuto fasi alterne - ha sottolineato Salvo Calì, segretario nazionale Smi - ma c'è stato sempre uno spiraglio di mediazione.
La novità di queste ultime settimane è una profonda rigidità della parte pubblica. E' grave che si voglia avviare il radicale rinnovamento della sanità territoriale senza alcun investimento economico e culturale di rilievo, come una materia così importante richiederebbe. La logica è sempre la stessa: risorse poche e tutti gli oneri sulle spalle dei medici".
Questa filosofia, secondo lo Smi, è stata alla base di tutto il dibattito sulle forme organizzative strutturali e funzionali della medicina generale. E sempre in questa ottica "si inserisce anche la proposta di alzare l'ottimale a 1.300 pazienti (numero di assistiti per ciascun medico di famiglia), ben sapendo che tale decisione chiuderebbe l'accesso a tutta l'area dell'assistenza primaria per molto tempo.
Una scelta del genere potrebbe risolvere il problema dei medici minimalisti, ma i giovani colleghi che terminano ora, e nei prossimi anni, il corso di formazione si vedrebbero relegati al solo ed esclusivo servizio di Guardia medica per il prossimo quinquennio. Inoltre, a questo punto la forbice tra questo parametro e il massimale (1500) è talmente ridotto che la libertà di scelta del cittadino rimane solo uno slogan".
Dopo l'incontro di ieri tra associazioni di categoria e Sisac, in cui non si sono fatti passi avanti, e in attesa della riunione di ieri del Comitato di settore su eventuali aumenti delle quote Enpam a carico delle Regioni, lo Smi denuncia, infatti, che "dopo una lunga fase di contrattazione la parte pubblica sta mostrando il suo volto più intransigente e dogmatico". "La trattativa fino ad ora ha avuto fasi alterne - ha sottolineato Salvo Calì, segretario nazionale Smi - ma c'è stato sempre uno spiraglio di mediazione.
La novità di queste ultime settimane è una profonda rigidità della parte pubblica. E' grave che si voglia avviare il radicale rinnovamento della sanità territoriale senza alcun investimento economico e culturale di rilievo, come una materia così importante richiederebbe. La logica è sempre la stessa: risorse poche e tutti gli oneri sulle spalle dei medici".
Questa filosofia, secondo lo Smi, è stata alla base di tutto il dibattito sulle forme organizzative strutturali e funzionali della medicina generale. E sempre in questa ottica "si inserisce anche la proposta di alzare l'ottimale a 1.300 pazienti (numero di assistiti per ciascun medico di famiglia), ben sapendo che tale decisione chiuderebbe l'accesso a tutta l'area dell'assistenza primaria per molto tempo.
Una scelta del genere potrebbe risolvere il problema dei medici minimalisti, ma i giovani colleghi che terminano ora, e nei prossimi anni, il corso di formazione si vedrebbero relegati al solo ed esclusivo servizio di Guardia medica per il prossimo quinquennio. Inoltre, a questo punto la forbice tra questo parametro e il massimale (1500) è talmente ridotto che la libertà di scelta del cittadino rimane solo uno slogan".
Pagina pubblicata il 18 dicembre 2008
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