Vitadidonna News

Le News di Vitadidonna.it Salute e benessere, politica e diritti

29 ottobre 2007

Morbo di Crohn, sono 60mila gli italiani malati

Morbo di Crohn, una patologia cronica infiammatoria del tratto gastrointestinale che colpisce un milione di persone in Nord America e in Europa, compresi 60mila italiani. Di questi, 35mila devono fare i conti con forme gravi.

Ne sono affetti individui di tutte le età, ma in particolare il Crohn riguarda i giovani adulti: solitamente i primi sintomi si avvertono prima dei 40 anni. Si tratta di diarrea, crampi e dolori addominali ricorrenti, accompagnati da perdita di peso, febbre e in alcuni casi emorragie. Tra le complicazioni l'ostruzione intestinale, fistole e denutrizione. Durante il decorso della malattia il 75% dei pazienti va incontro a un intervento chirurgico causato da tali complicazioni o dalla resistenza alla terapia.

Dei malati che sono costretti ad affrontare un'operazione per rimuovere una parte dell'intestino, circa la metà registra una ricaduta nel corso dei cinque anni successivi. Numeri non certo tranquillizzanti, che hanno spinto alcuni dei più eminenti esperti italiani a riunirsi per un incontro, organizzato a Parigi, dal titolo "Crohn's Diseases: Achieving Patients' Benefits": in breve, come ottenere benefici per i pazienti. E per ora la risposta è: con i farmaci, soprattutto, per tenere a bada i sintomi.

Perché a oggi non esistono soluzioni terapeutiche definitive. "Si può dire che la comunità scientifica, di fronte a questa malattia - ha detto ai giornalisti intervenuti all'evento Francesco Pallone, presidente della Società italiana di Gastroenterologia - si trovi ancora ai tempi della preistoria. Sappiamo che le cause sono genetiche, ma è solo da poco tempo che abbiamo compreso il meccanismo di insorgenza del Crohn: quando si è scoperto che l'Helicobacter pylori causa l'ulcera, era diventato di gran moda tentare di trovare lo stesso tipo di stimolo patologico che potesse trovarsi alla base del morbo di Crohn".

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Morto Kornberg. Scoprì la sintesi del Dna

Il biochimico statunitense Arthur Kornberg, premio Nobel per la medicina nel 1959 per le sue scoperte sui meccanismi della sintesi biologica dell'acido deossiribonucleico (Dna), è morto venerdì sera per una crisi respiratoria nell'ospedale dell'università di Stanford. Aveva 89 anni. Professore emerito di biochimica presso la Stanford School of Medicine, Kornberg conquistò il premio Nobel con il collega spagnolo Severo Ochoa, per gli studi su come l'informazione genetica viene trasferita da una molecola di Dna all'altra.

E per aver ricostruito in vitro le fasi di sintesi del Dna. Nel 2006 il figlio di Kornberg, Roger, ha vinto il premio Nobel per la chimica per i suoi studi sui micromeccanismi della trascrizione del Dna. Nato il 3 marzo 1918 a New York, nel quartiere di Brooklyn, Arthur Kornberg si laureò in medicina nel 1941 all'università di Rochester. Tra i numerosi riconoscimenti ottenuti per le sue ricerche, nel 1979 lo scienziato ottenne dal presidente americano la National Medal of Science. Autore di numerosi libri sul Dna, aveva 'licenziato' poche settimane fa 'Germ Stories', che uscirà nelle librerie statunitensi il prossimo 15 novembre.

Con i suoi primi importanti lavori scientifici, Kornberg chiarì la sequenza di reazioni biochimiche che conduce alla sintesi dei coenzimi Nad e Fad. Scoprì anche alcune reazioni rientranti nella vita di biosintesi dei fosfolipidi e altre facenti parte del ciclo degli acidi tricarbossilici. Successivamente fece luce sulle tappe della sintesi dei nucleotidi pirimidimici e chiarì alcuni aspetti della sintesi di quelli purinici.

Tutte queste esperienze nel campo della biosintesi, e soprattutto quelle concernenti la biosintesi di componenti degli acidi nucleici, gli furono preziose quando intraprese l'ambizioso progetto di ricostruire in vitro le fasi di sintesi del Dna a partire dai suoi costituenti, progetto realizzato dopo aver isolato il fondamentale enzima Dna-polimerasi. Per questo lavoro Kornberg ricevette nel 1959, unitamente a Ochoa, il premio Nobel per la medicina.

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27 ottobre 2007

Salute, le donne muoiono sempre più di cancro al polmone

(Roma) 6.200 decessi femminili registrati solo quest'anno. Un numero impressionante, eppure le ?bionde? attirano sempre più donne, consapevoli che il cancro al polmone potrebbe diventare per loro il 'killer' numero uno A lanciare l'allarme è stato ieri Onda, l'Osservatorio nazionale sulla salute della donna, che a Milano ha promosso un incontro per parlare della nuova emergenza salute.

Un trend in aumento vertiginoso, che in trent?anni ha visto triplicare annualmente il numero di donne morte per cancro ai polmoni. Erano, infatti, 2.300 donne quelle colpite e morte a causa del fumo negli Anni 70, e le stime per il futuro sono davvero drammatiche. Entro il 2010 potrebbe verificarsi addirittura il 'sorpasso' sulle vittime del tumore al seno, uno dei carcinomi più diffusi nella popolazione femminile.

Le donne, hanno denunciato gli esperti sono a rischio: in questi anni, infatti, è in crescita l'esercito di fumatrici. ?Donne che identificano il fumo come un simbolo di emancipazione e ad esso abbinano anche uno stile di vita poco salutare. "La donna di oggi - spiega Francesca Merzagora, presidente di Onda - ha alle spalle un vissuto più complicato dell'uomo. Non solo figli e casa, ma anche lavoro. E la sigaretta è divenuta per lei l'alleato migliore per vincere ansie e stress legati a questo 'triplo ruolo'".

Un vizio che potrebbe rivelarsi fatale e che sicuramente incide sulla qualità della vita delle donne. "Le fumatrici - continua la presidente di Onda - sono nel 50% dei casi più soggette ad avere mestruazioni dolorose, ad andare in menopausa più precocemente e ad avere maggiori difficoltà nel concepimento".

A queste dinamiche si aggiunge anche la maggiore predisposizione genetica a sviluppare il cancro al polmone. Studi recenti stanno, infatti, confermando l'incidenza del fattore genetico sulla mortalità femminile per carcinoma polmonare. L'ipotesi e' che questa predisposizione possa essere legata ad alcune proteine implicate nel metabolismo delle sostanze cancerogene e ad alcuni recettori ormonali.

A registrare il record di decessi femminili è proprio la città che ha ospitato l?incontro Milano ha, infatti, un triste primato: il tasso di donne fumatrici e' nettamente superiore alla media italiana (19,2% contro 17,6% del resto del Paese), con un aumento del rischio di mortalità di oltre il 77,6%. "Il problema allarmante ? ha sottolineato Gianni Ravasi, presidente della sezione provinciale Lilt (lega italiana per la lotta contro i tumori) di Milano ? è che il fumo e' sempre di più in aumento nella popolazione femminile, proprio quella con la maggiore predisposizione genetica verso il tumore del polmone. Lavorare per la prevenzione e per sostenere percorsi di disassuefazione deve essere quindi l'obiettivo comune di tutti gli operatori sanitari".
Link in argomento:
Donne e fumo
Menopausa e fumo
Smetti di fumare se aspetti un bambino
Fumo e allattamento

(Delt@
Anno V°, N. 218 del 25 ottobre 2007

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24 ottobre 2007

Neocomunitari esclusi dall'assistenza sanitaria

LETTERA APERTA
AL MINISTRO DELLA SALUTE E AL MINISTRO DELLE PARI OPPORTUNITA?, AL MINISTRO DELLA SOLIDARIETA? SOCIALE
Egregi Ministri con la presente segnaliamo la gravissima situazione di esclusione dal diritto all?assistenza sanitaria dei cittadini neocomunitari che soggiornano in Italia e che sono in condizioni di vulnerabilità sociale (più spesso sono provenienti dalla Bulgaria e dalla Romania, ma talora anche dagli stati aderenti all?UE dal 2004).

Infatti a seguito della direttiva del Ministero della Salute del 3 agosto 2007 (Protocollo DG RUERI/II/ 12712 11.3.b), i cittadini neocomunitari avrebbero diritto all?assistenza sanitaria solo se in possesso della tessera europea di assicurazione malattia (TEAM). In realtà molti di questi cittadini, soprattutto bulgari e rumeni, e non hanno un regolare contratto di lavoro in Italia e spesso, non lo avevano neanche nel paese di origine, per cui non possono avere la TEAM, e, quindi non possono essere iscritti al SSN italiano.

Queste persone sono per lo più in condizioni di indigenza. Particolarmente drammatiche sono l?esclusione all?assistenza in gravidanza, al parto, all?interruzione volontaria di gravidanza e l?esclusione dei bambini ad ogni forma di assistenza. Secondo le indicazioni della suddetta circolare per l?assistenza materno-infantile dovrebbe essere stipulata un?assicurazione privata (tradotta in italiano se stipulata nel paese di origine!) o pagare per intero le prestazioni! Verrebbero assicurati gratuitamente solamente il parto ?se prestazione indifferibile ed urgente e l?interruzione volontaria di gravidanza se ritenuta ?una prestazione medicalmente necessaria?.

Per quest?ultima inoltre la direttiva dice che la ?prestazione è gratuita salvo eventuale previsione di ticket se l?interessata è fornita di un idoneo attestato di diritto rilasciato dall?istituzione competente del proprio Paese di provenienza? A questo proposito si segnala che la distinzione tra IVG gratuita se ?ritenuta prestazione medicalmente necessaria" e IVG a pagamento se non ritenuta prestazione medicalmente necessaria, rappresenta una violazione della legge 194/78 che prevede che la prestazione complessiva, (dalla richiesta di interruzione volontaria di gravidanza, al colloquio con gli operatori competenti fino all?esecuzione dell?intervento stesso), se effettuata secondo gli articoli di legge, sia completamente gratuita, per tutte le donne: articolo 10, L. 194:

?L'accertamento, l'intervento, la cura e la eventuale degenza relativi alla interruzione della gravidanza nelle circostanze previste dagli articoli 4 e 6, ed attuati nelle istituzioni sanitarie di cui all'articolo 8, rientrano fra le prestazioni ospedaliere trasferite alle regioni dalla legge 17 agosto 1974, n. 386. Sono a carico della regione tutte le spese per eventuali accertamenti, cure o degenze necessarie per il compimento della gravidanza nonché per il parto, riguardanti le donne che non hanno diritto all'assistenza mutualistica.?


Tali disposizioni inoltre non faranno altro che aumentare il ricorso all?aborto clandestino da parte delle donne che non hanno la disponibilità finanziaria richiesta, vale a dire quasi tutte!! Le indicazioni della suddetta direttiva, oltre a creare gravissime discriminazioni tra i cittadini immigrati extracomunitari e comunitari, stanno creando grandissima confusione ed enormi variabilità e soggettività di comportamento sia a livello delle anagrafi comunali, sia a livello delle anagrafi sanitarie, con pesanti ricadute sulle persone in carne ed ossa, persone bisognose di assistenza e di cure, senza le quali, inutile dire, possono definitivamente essere ricacciate nelle più gravi ed irreversibili condizioni di deprivazione ed esclusione sociale (si pensi alle conseguenze dell?esclusione alla prevenzione, es. vaccinazioni, screening tumorali, tbc? ed ai trattamenti riabilitativi, es. dipendenze patologiche?)

Ci chiediamo con preoccupazione come siano possibili deroghe a quanto previsto dalle numerose normative nazionali (T.U./98, Circolare n. 5/2000, L. 194/78, L. 405/75[1], P.O.M.I/2000 ecc) oltre che all?articolo 32 della nostra Costituzione e alla Convenzione di New York[2].

Perché il SSN italiano, universalistico e solidale, ambiguamente, intende demandare il diritto all?assistenza sanitaria ad assicurazioni private (che peraltro non coprono, in modo variabile, l?assistenza per problemi acuti e quasi mai l?assistenza materno infantile)?

In più occasioni singoli operatori, società scientifiche (SIMM), ONG, associazioni del privato sociale che si occupano da anni della salute degli immigrati segnalano le ricadute che l?alienazione del diritto all?assistenza sanitaria da parte di persone immigrate (siano esse extracomunitarie che comunitarie) hanno sulla salute di queste persone e sull?intera comunità in termini anche di salute pubblica e conflitti sociali.

Chiediamo, pertanto ai Ministri della Salute, delle Pari Opportunità e della Solidarietà sociale un intervento urgente mettendo come priorità assoluta il ripristino della garanzia del diritto all?assistenza sanitaria a tutti gli immigrati che vivono sul territorio italiano, siano essi neocomunitari che extracomunitari e in secondo piano il recupero economico delle spese.

Particolarmente ci rivolgiamo alla Ministra della Salute, così attenta alla salute delle donne, soprattutto nel campo della salute riproduttiva, senza distinzioni di provenienza né di appartenenza culturale[3]

Nel contempo sollecitiamo che vengano realizzate tutte le azioni nei confronti dei Paesi di provenienza, quali l?adeguamento tempestivo alle regole comunitarie, accordi bilaterali per il recupero delle spese ecc., che consentiranno di supere così le problematiche attuali. Segnaliamo che alcune regioni si stanno già muovendo in tale direzione

A seguire le firme di Associazioni, Enti, Società scientifiche, operatori, funzionari, etc.

[1] Art. 4: Le altre prestazioni previste dal servizio istituito con la presente legge sono gratuite per tutti i cittadini italiani e per gli stranieri residenti o che soggiornino, anche temporaneamente, su territorio italiano. [2] L. n. 176, 27 maggio 1991 [3] Verso un piano di azioni per la promozione e la tutela della salute della donne e dei Bambini. Livia Turco, Napoli 8 marzo 2007

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Valutazione dei medici, utile se sganciata dai criteri di profitto

La 'guida Michelin' di medici e ospedali? "Solo se serve a fornire ai cittadini una valutazione complessiva dei servizi, sganciata dai criteri di profitto". Così Massimo Cozza, segretario nazionale Fp Cgil Medici, commenta la classifica dei medici Usa di prossima pubblicazione, realizzata dal più grande gruppo assicurativo americano Well-Point.

Un elenco di camici bianchi, stilato con il metodo usato per classificare i ristoranti nelle guide gastronomiche internazionali, con gli stetoscopi al posto delle stellette. "Una strategia di marketing - commenta Cozza in una nota - finalizzata al maggior profitto della compagnia assicurativa, che ha già 35 milioni di iscritti".

Il sindacalista ricorda che "negli Usa il medico e il paziente sono sempre più accomunati dallo sfruttamento commerciale, dove la qualità e la professionalità sono travolti dagli interessi economici". E in questo 'ingranaggio', riflette Cozza, rientra anche il nuovo sistema di valutazione. "Una lussuosa e accogliente clinica privata con personale cortese - prosegue - può essere priva delle professionalità e delle attrezzature per rispondere alle emergenze, alle quali invece è in grado di rispondere un ospedale pubblico con le pareti fatiscenti. E il cittadino, ignaro, sarebbe senz'altro portato a dare cinque stetoscopi al medico della clinica e uno al medico dell'ospedale pubblico".

Ciononostante, per il segretario della Fp Cgil il giudizio degli utenti resta "un aspetto che va senz'altro preso nella giusta considerazione per la sanità pubblica italiana, all'interno di un più complesso sistema di valutazione, basato su criteri scientifici. In particolare - osserva - i contenuti relazionali costituiscono un aspetto importante nel rapporto medico-paziente, dalla comunicazione alla capacità di ascolto, dalla cortesia alla disponibilità, e hanno un loro peso anche nell'esito di diversi trattamenti. Così come un aspetto da prendere in considerazione riguarda l'accoglienza della struttura e del servizio".

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23 ottobre 2007

Lotta al cancro, significativa riduzione della mortalità

Nel corso del IX Congresso Nazionale dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), svoltosi a Palermo, il Ministro ha presentato i principali risultati della lotta al cancro nel nostro paese. E non sono pochi.

Riduzione della mortalità per molti dei principali tumori, riduzione dei viaggi della speranza all'estero del 90 per cento in dieci anni, aumento degli screening oncologici al Sud, risorse per la ricerca e per l'ammodernamento degli ospedali.

"Mi si offre una importante opportunità per illustrare lo stato dell'arte delle iniziative di prevenzione, terapia, assistenza e ricerca che il Ssn sta ponendo in atto contro il tumore - ha esordito il Ministro - Ogni anno si ricoverano per tumore poco meno di 1 milione e 200 mila italiani. Gli ultimi dati ISTAT mostrano oltre 162.000 decessi per causa tumorale, di cui circa 93.000 tra gli uomini e circa 70.000 fra le donne.

Si nota comunque una riduzione complessiva della mortalità che è conseguenza della riduzione della mortalità per molti dei principali tumori, quali ad esempio il tumore del polmone tra gli uomini e della mammella tra le donne ma anche del colon-retto, dello stomaco, della vescica, ecc. Questa riduzione di mortalità è senza dubbio un successo del nostro sistema sanitario, dei suoi professionisti e del mondo della ricerca".

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Salute, 1 mln euro per ospedali senza dolore

Approvato l'emendamento al decreto fiscale presentato da Laura Bianconi
Un milione di euro per aumentare, in Italia, il numero di ospedali senza dolore. I fondi, previsti da un emendamento al Decreto Fiscale proposto dalla senatrice di Forza Italia Laura Bianconi, è stato approvato nei giorni scorsi dalla Commissione Bilancio del Senato. "Sono molto contenta - afferma Bianconi in una nota - per questo obiettivo importante da sempre condiviso con il ministro della Salute Livia Turco, volto ad aprire la strada in Italia, non solo dal punto di vista economico ma soprattutto culturalmente, a quelle terapie necessarie a non far provare dolore a tutti coloro che soffrono di gravi patologie a causa di un dolore severo, cronico o oncologico.

L'auspicio è che da questo punto di vista il nostro Paese non resti più un fanalino di coda, pertanto mi auguro che questo emendamento non subisca modifiche durante tutto l'iter parlamentare. Solo se continuiamo su questa strada- conclude la senatrice - possiamo riuscire a dare risposte concrete alla sofferenza di tante persone e un aiuto in più alle famiglie troppo spesso abbandonate in questo triste percorso di assistenza".

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22 ottobre 2007

Sanità, qualche "no" per ridurre le liste di attesa

Contro le liste d'attesa servono le prescrizioni appropriate. Ma anche la possibilità del medico specialista di dire qualche 'no' al paziente che arriva con richieste non necessarie, o non urgenti. Anche se queste scelte cozzano con la logica dell'aziendalizzazione che vorrebbe fatturare sempre di più. "Pagateci per quello che non facciamo, perché non indicato.

Ci costa più tempo convincere il paziente a rinunciare a esami inutili, che non eseguirli". Questo il messaggio dei radiologi riuniti a Montecatini (Pt) per il X Congresso del sindacato nazionale (Snr). Che spiegano: "E' la diagnostica a determinare le liste d'attesa. Su questa dobbiamo incidere, formando i medici dire dei no".

"Non solo. Dire qualche no - dice il presidente del sindacato, Franco Vimercati - oltre a evitare sprechi di risorse economiche o radiazioni inutili al paziente, aiuta il malato ad avere maggiore consapevolezza di un uso corretto del servizio sanitario nazionale". Insomma, il sindacato nazionale non vuole contrapporsi ai colleghi che prescrivono gli esami ma vuole, "assieme alla società scientifica, promuovere dei momenti formativi che possano aiutare il medico prescrittore e il cittadino a diventare meccanismi virtuosi per il miglioramento del Ssn".

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Il cesareo una necessità per molte 40enni

Ricorrono al cesareo nel 60 per cento dei casi, ma non per una libera scelta, né per imposizione del medico. Le quarantenni in gravidanza sono spesso costrette al parto chirurgico per reale necessità, per evitare cioè i rischi di complicazioni legati all'età. Insomma non si tratta della volontà delle mamme né, come spesso si è denunciato, dai consigli non troppo disinteressati dei sanitari della struttura dove si sceglie di partorire.

Lo dimostra un'indagine della Sidip, Società Italiana di Diagnosi Prenatale, basata sulle risposte di 150 ostetrici italiani ad un apposito questionario. Secondo i dati raccolti dalla Sidip, in Italia, dunque, oltre il 60 per cento delle pazienti quarantenni incinte osservate ha fatto ricorso al taglio cesareo. Di particolare interesse, inoltre, è il dato secondo il quale il cesareo è il tipo di parto preferito, soprattutto nei casi di gravidanza da fecondazione assistita.

Le donne più attempate, infatti, fanno ricorso più frequentemente a queste pratiche e, proprio per lo stesso motivo, sono più frequenti le gravidanze gemellari. Si è osservato, infatti, che le donne che avevano concepito grazie a terapie di fertilità correvano maggiori rischi di avere una gravidanza con complicazioni, quali il malposizionamento della placenta, minacce di aborto o di parto pretermine". "Il nostro obiettivo - spiega Claudio Giorlandino, presidente della Sidip - era quello di comprendere le motivazioni dell'aumentato ricorso al 'parto chirurgico' nelle donne attempate.

Questo dato era già emerso da una ricerca, condotta negli Stati Uniti, dal National Istitutes oh Health (NIH) e aveva preso in considerazione un campione molto significativo di certificati di parto ma si è trattato solo di uno studio statistico generale che non analizzava le motivazioni di tale consuetudine".

Link in argomento:
La frequenza di cesarei nel Lazio
Un altro cesareo...? No, grazie!

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20 ottobre 2007

Englaro, cassazione dispone nuovo processo

"La Corte di Cassazione - escluso che l'idratazione e l'alimentazione artificiali con sondino nasogastrico costituiscano, in sé, oggettivamente una forma di accanimento terapeutico, pur essendo indubbiamente un trattamento sanitario - ha deciso che il giudice può, su istanza del tutore, autorizzarne l'interruzione soltanto, dovendo altrimenti prevalere il diritto alla vita, in presenza di due circostanze concorrenti: a) la condizione di stato vegetativo del paziente sia apprezzata clinicamente come irreversibile, senza alcuna sia pur minima possibilità, secondo standard scientifici internazionalmente riconosciuti, di recupero della coscienza e delle capacità di percezione; b) sia univocamente accertato, sulla base di elementi tratti dal vissuto del paziente, dalla sua personalità e dai convincimenti etici, religiosi, culturali e filosofici che ne orientavano i comportamenti e le decisioni, che questi, se cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento". Lo afferma il Primo Presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, in una nota relativamente alla sentenza che sta per esser depositata sulla vicenda di Eluana Englaro, la ragazza di Lecco in coma vegetativo a seguito di un incidente stradale.

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Salute, più donne nella ricerca della prevenzione oncologica

Il ministero per i Diritti e le Pari opportunità e la Lega italiana per la lotta ai tumori (Lilt) hanno siglato un protocollo di intesa per la promozione di campagne di sensibilizzazione, informazione e comunicazione pubblica sul tema della prevenzione oncologica e per incentivare la presenza delle donne nel settore della ricerca.

L?accordo, che avrà durata quadriennale, è stato sottoscritto a Roma dal ministro Barbara Pollastrini e dal professor Francesco Schittulli, presidente della Lilt. ? E? una giornata molto importante non solo per le istituzioni impegnate nel protocollo, ma soprattutto per tutte quelle donne che hanno bisogno di prevenzione e per quelle che, colpite da un tumore, ancora non sanno come affrontare la situazione ? ha sottolineato la ministra Pollastrini ? Nel 2008 si celebrerà il sessantesimo anno dell?avvento della Dichiarazione dei diritti universali umani e il Ministero si sta preparando puntando soprattutto su uno degli articoli presenti, cioè sul diritto alla salute e sulla prevenzione?.

Ministero delle Pari opportunità e Lilt si impegnano a sviluppare iniziative volte a divulgare informazioni relative alle patologie tumorali, che possano incentivare una corretta forma di vita, soprattutto attraverso l?educazione a un corretto stile di vita. ?Ci proponiamo di diffondere la prevenzione come metodo di vita e vogliamo passare dal concetto di prendersi cura del malato a quello di prendersi cura della persona umana nella sua completezza ? ha spiegato Francesco Schittulli, presidente della Lilt ?Mi piace sottolineare come nella Lilt, quando sono diventato presidente, c?erano soltanto sei donne come presidenti provinciali, ora sono diventate 28. Le donne sono più consapevoli del proprio ruolo e della propria salute: ecco perché affrontano la prevenzione con maggiore attenzione e si curano di più e non a caso negli ultimi anni, la mortalità per tumore nelle donne è in calo. E? necessario un supporto maggiore a livello territoriale, senza dimenticare la difficile condizione delle immigrate e delle detenute?.

I firmatari del protocollo concordano, pertanto, di aumentare l?attenzione e la consapevolezza in ordine al fatto che la corretta informazione e l?educazione alla salute rappresentano lo strumento fondamentale per la prevenzione contro il cancro e di implementare la cultura della diagnosi precoce, soprattutto in riferimento ai tumori femminili, mobilitando la presenza delle donne per arricchire la ricerca scientifica. ?Il protocollo di intesa si occupa di tutti gli aspetti non medici della vita delle donne, in modo che possano avere maggiore attenzione di se stesse ? ha concluso Patrizia Ravaioli, direttore generale della Lilt ? A fine novembre gli Stati generali della Lilt si proporranno di riunire oltre mille persone, tra medici, volontari e soprattutto malati per affrontare il tema della prevenzione e della corretta informazione in caso di tumore. Al termine degli incontri verrà aggiornata la Carta dei diritti che punta a garantire la qualità della vita femminile in tutto il percorso esistenziale?.
(Delt@ Anno V°, N. 213 ? 214 del 19 - 20 ottobre 2007

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19 ottobre 2007

Turco, medicina "rosa" migliora qualità SSN

"Sono profondamente convinta che l'approccio di genere alla salute è una necessità per il miglioramento della qualità, efficacia ed equità del SSN". Questo l'incipit del messaggio che il ministro della Salute Livia Turco ha inviato ieri mattina all'Osservatorio nazionale per la salute delle donne (Onda), che a Roma ha presentato la sua ricerca sugli ospedali 'amici' delle donne. "Sebbene raccomandato da tutte le Conferenze internazionali sulla salute e dalle Direttive dell'Unione europea - prosegue Turco - l'approccio di genere alla salute rappresenta ancora una criticità su cui occorre lavorare.
La dimensione di genere infatti - incalza - non è ancora pienamente utilizzata come strumento sistematico per programmare le azioni e gli interventi di promozione della salute. E ancora persistono stereotipi, veri pregiudizi di genere, nella ricerca biomedica, nella medicina, dallo studio dell'eziologia ai fattori di rischio e protettivi per la salute, dai sintomi alla diagnosi, dalle misure di riabilitazione e dei trattamenti alla valutazione dei risultati. Rilevante è ancora la sottovalutazione dei bisogni di salute delle donne all'interno di una ricerca medica che è centrata sull'uomo e sulla sua realtà biologica e sociale".
'Rilevante è ancora - prosegue il ministro nel suo messaggio - il pregiudizio scientifico che considera i processi morbosi delle donne con una prevalente derivazione biologistica-ormonale e quelli degli uomini con una prevalente derivazione socio-ambientale e lavorativa".

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Pressione predice diabete in donne sane

La pressione di base e la sua progressione sono forti fattori predittivi indipendenti di diabete di tipo 2 in donne inizialmente sane. Nonostante la stretta correlazione fra ipertensione e diabete di tipo 2, erano finora disponibili scarse informazioni sulla correlazione fra livelli pressori e susseguente sviluppo del diabete: l'accertamento di questa correlazione può essere importante, in quanto implicherebbe il monitoraggio dei livelli glicemici nei pazienti con valori pressori in aumento. Il presente studio ha accertato la correlazione, indipendentemente da BMI ed altri parametri afferenti alla sindrome metabolica: i medici dovrebbero esserne consapevoli per ottimizzare la gestione dei pazienti a rischio di patologie cardiovascolari. (EurHeart J online 2007, pubblicato il 9/10)

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Tumore esofageo: obesità aumenta il rischio

Tumore esofageo: obesità aumenta il rischioI soggetti obesi hanno una probabilità sei volte superiore rispetto agli altri di sviluppare tumori esofagei, indipendentemente da altri fattori e soprattutto nel sesso maschile. E' sorprendente l'entità dell'associazione, soprattutto nei soggetti grandi obesi. Già un altro studio aveva collegato l'aumento nei tassi di tumori esofagei ad un elevato BMI: la natura di questi tumori è dunque cambiata. Mentre 20 anni fa la maggior parte di essi erano tumori squamocellulari in soggetti che bevevano o fumavano troppo, e solo una minoranza erano adenocarcinomi, oggi l'85 percento dei tumori esofagei sono proprio adenocarcinomi che derivano da patologia da reflusso ed obesità. Potrebbe comunque non essere il reflusso a causare i tumori: l'obesità è già stata collegata all'aumento del rischio di altri tumori, ed elevati livelli di adipe corporeo potrebbero promuovere la cancerogenesi in altri modi. (Gut online 2007, pubblicato l'11/10)

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Eutanasia, Riccio agì in presenza di un dovere giuridico

Il medico Mario Riccio, che assistette Piergiorgio Welby nelle ore precedenti la morte avvenuta la sera del 20 dicembre dopo che lo stesso Riccio, anestesista, aveva staccato il ventilatore polmonare, è stato prosciolto dall'accusa di omicidio del consenziente "perché ha agito alla presenza di un dovere giuridico che ne discrimina l'illiceità della condotta causativa della morte altrui e si può affermare che egli ha posto in essere tale condotta dopo aver verificato la presenza di tutte quelle condizioni che hanno legittimato l'esercizio del diritto da parte della vittima di sottrarsi ad un trattamento non voluto".
È quanto afferma il giudice Zaira Secchi, che accogliendo la richiesta della stessa Procura della Repubblica il 23 luglio scorso prosciolse Riccio che aveva interrotto il movimento della apparecchiatura che teneva in vita Welby. Il magistrato, in un documento di 60 pagine, ha esposto una serie di ragionamenti e di circostanze che l'hanno portato poi a concludere la vicenda appunto con l'assoluzione di Riccio. Nella parte della motivazione, a proposito del rifiuto di Welby di continuare a vivere in quelle condizioni, rileva che "la condotta di colui che rifiuta una terapia salvavita costituisce l'esercizio di un diritto soggettivo riconosciutogli in ottemperanza al divieto di trattamenti sanitari coatti sancito dalla Costituzione".

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14 ottobre 2007

L'appetito non vien mangiando

Così cambierebbe il detto secondo i risultati di un'indagine condotta in Olanda su un gruppo di diabetici di tipo 2 di nuova diagnosi.

Lo studio è partito dall'ipotesi primaria di verificare un possibile effetto induttivo verso una sovralimentazione osservabile nel lungo termine in soggetti che osservano diete restrittive. Si procedeva attraverso l'analisi delle risposte di un gruppo di soggetti diabetici a questionari comportamentali e a diari alimentari già validati con un follow-up di 4 anni dal momento della prima diagnosi di diabete 2.

Nella sostanza si è evidenziato che dopo 4 anni i pazienti che tendevano a ridurre la sovralimentazione mostravano anche una tendenza a consumare meno cibi altamente energetici o ricchi di grassi saturi. Mentre i diabetici che aumentavano le restrizioni della dieta tendevano ad un decremento dell'assunzione di grassi specie quelli saturi. Inoltre l'appetito non cambiava ponendo a confronto i soggetti che avevano diversi comportamenti.

Van Strien T, Van de Laar FA Appetite 2007 [Epub ahead of print]
La dieta e il controllo del peso: cosa ci fa sentire pieni?

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10 ottobre 2007

Il burqa non rappresenta la libertà delle donne e Treviso non è la Mecca

(Roma) Ha fatto subito discutere, provocando accese polemiche la circolare del prefetto di Treviso che avrebbe autorizzato l'uso del burqa alle donne musulmane in Italia. Da destra e da sinistra numerose sono state le condanne per una decisione inaccettabile, che lascia perplessi/e, ?perché ?Qui non si tratta di portare avanti improbabili guerre di religione (Silvana Mura deputata di Idv) ma di riaffermare il principio delle pari opportunità e dell'emancipazione delle donne che il burqa nega. È una questione di civiltà prima che di legalità, sulla quale sarebbe grave capitolare, e per la quale riterrei di dovermi battere anche se il burqa fosse imposto dalla religione cattolica?.

E se la ministra della Famiglia Rosy Bindi (contraria all?uso del velo se espressione di una imposizione, ma se si tratta di una libera scelta perché espressione di una civiltà diversa si dice d?accordo sul provvedimento), invita a riflettere prima di proibire il burqa con argomenti pretestuosi, un secco no, no, no ad autorizzare in Italia le donne di religione islamica ad indossare il burqa, arriva dalla ministra per i Diritti di e le Pari opportunità Barbara Pollastrini, che si dice "sconcertata", "indignata". ?Come ho sempre detto, ritengo la copertura integrale del volto un'offesa alla dignità delle donne. Dunque, sul burqa non può esistere alcuna ambiguità.

"Nel nostro Paese - prosegue la Ministra - esiste la legge numero 152 del 1975 che, all'articolo 5, vieta di fare uso, in luogo pubblico, di una copertura totale del volto. Questa normativa va applicata con fermezza e saggezza. E del resto, il Presidente del Consiglio Romano Prodi e il Ministro degli Interni Giuliano Amato sono sempre stati chiari in merito". "Altra cosa - conclude Barbara Pollastrini - è il velo, lo hijab o il chador. Anche se, nell'adottarlo, dovrebbe sempre essere chiara una scelta di libertà e non una costrizione per le donne di religione islamica?.

Compatte le donne del centrodestra nel chiedere al Ministro dell?Interno Giuliano Amato di prendere provvedimenti contro la decisione del prefetto. Perché ? ricorda Carolina Lussana (Lega) nel nostro Paese è vietato andare in giro a volto coperto e quindi è vietato indossare il burqa". Se la ministra Pollastrini non è ipocrita, vada fino in fondo e chieda ad Amato di prendere provvedimenti contro il prefetto di Treviso. Perché due sono le cose: o non crede a quello che dice o il suo peso, e di conseguenza quello delle donne, all`interno della coalizione di governo, è veramente di scarsa rilevanza".

A ricordare che ''E' inutile scomodare la religione e aprire dibattiti ideologici quando la stessa legge italiana vieta espressamente di coprire il volto in luogo pubblico rendendo così difficoltoso il riconoscimento della persona?, sono Barbara Saltamartini (An), Alessandra Mussolini (As) e Jole Santelli (Fi). Per Mussolini il Prefetto di Treviso ha sbagliato poiché ha messo sullo stesso piano libertà religiosa e burqua, che al contrario meritano diverse attenzioni. La libertà religiosa ha diritto di cittadinanza. Il burqa deve rispondere ad esigenze di ordine pubblico che in Italia prescindono dal credo religioso: e' vietato girare a viso coperto in luoghi pubblici? Si', quindi il burqua in Italia è un problema che non esiste semplicemente perché e' illegale".

?Com?è possibile che il prefetto di Treviso, scavalcando una legge dello Stato, abbia potuto autorizzare l'uso del burqua? . Il Ministro dell'Interno aveva detto che era un'offesa alla dignità delle donne, io ? aggiunge Mantelli - direi piuttosto che si tratta di un reato, è una questione di sicurezza. Mi aspetto quindi che Amato tralasci la filosofia e si impegni a far rispettare la legge visto che ordine pubblico e sicurezza, fino a prova contraria, sono ancora di sua competenza".

"Continuando così verrà presto legittimato anche l'uso della cintura di castità'' afferma ironicamente Margherita Boniver (Fi), mentre per Michaela Biancofiore (Fi), non bisogna dimenticare che ''Il tema è complicato, ma si riassume in poche righe: paese che vai usanza che trovi. Ergo, indossare il burqa in Italia è reato, e chiunque si copra il volto viola esplicite norme sulla sicurezza e sul riconoscimento delle persone in luoghi pubblici. A ciò si aggiunge un discorso più complesso sulla rispettabilità. Se il velo che copre i capelli resta una scelta personale, e rappresenta un aspetto della fede islamica, così come il turbante dei sikh, la croce dei cristiani e la stella di Davide per gli ebrei, il burqa è una prigione mobile, la forma di fede più estremista, che offende la dignità della donna?.

Ad accusare Bindi di offesa alle donne e alla loro dignità è la vicepresidente dei deputati di Forza Italia, Isabella Bertolini. "Come può - chiede - la candidata alla segreteria del Partito Democratico arrivare ad equiparare il crocifisso al burqa? Il velo integrale non è il frutto di una libera scelta operata dalla donna ma quasi sempre un'imposizione e deve essere vietato senza se e senza ma".

Ma il prefetto di Treviso ?si è attenuto alla legalità ed al buon senso? ribatte la vicepresidente dei deputati Verdi, Luana Zanella, secondo la quale "il dialogo con le altre culture non si può fare imponendo abitudini e comportamenti: non si può chiedere un confronto alle donne che indossano il burqa costringendole a levarselo".

Un?affermazione ? questa di Zanella ? che non trova però d?accordo la senatrice e coordinatrice nazionale delle Donne Ds, Vittoria Franco, convinta che ?La decisione del Prefetto di Treviso è sbagliata e illegittima? perché la legge vieta la circolazione a viso coperto, al di là della disponibilità individuale ad essere identificati. Sbagliata, perché anche la libertà religiosa ha un limite quando è in gioco la dignità della persona umana. E il burqa viola tale principio e offende la dignità della donna. E' triste constatare che vi sia chi non vede questo. E' il segno - per Franco - che nel nostro Paese è ancora lunga la strada di un'integrazione basata sul rispetto reciproco delle culture di chi accoglie e di chi viene accolto".

"Mi pare difficile che il burqa, indossato in Italia, sia segno di una libera scelta di quelle donne aggiunge ancora Marina Sereni, vicepresidente dell'Ulivo. "Non ho mai condiviso le campagne, di tipo ideologico, contro il velo e contro le tradizioni dei Paesi che non sono il nostro", spiega Sereni, "ritengo che la situazione sia ben più complessa e che bisogna discutere con le donne di fede islamica tenendo conto - conclude - delle loro opinioni e della loro storia che dobbiamo rispettare".

A chiedere la modifica della legge sull'ordine pubblico del 1975, la cosiddetta Legge Reale, che, insieme ad una serie di circolari ad essa seguite generano confusione, incertezza e paura? è la senatrice dell'Ulivo Emanuela Baio, che in un comunicato spiega: "La modifica di quella legge serve all'Italia di oggi che deve essere aperta all'integrazione unendo due esigenze: rispettare i simboli religiosi e culturali e tutelare la sicurezza della persona e della comunità. Nessuno vuol vietare l'uso di simboli se liberamente scelti dalle donne di religione musulmana. Anzi, la premessa dell'integrazione vera è il rispetto assoluto per le diversità. Tuttavia se portare il velo è sinonimo di rispetto di culture e religioni diverse, coprire integralmente il volto e il capo è e continuerà ad essere vietato perché - conclude Baio - significa nascondere la propria identità anche precludendosi una serie di diritti che lo Stato riconosce e garantisce a tutti".

"Il burqa è il simbolo dell'annichilimento del corpo femminile nello spazio pubblico, è l'affermazione dell'inesistenza sociale delle donne, frutto di una concezione fondamentalista della manifestazione della religione?, affermano infine Emilia De Biasi e Maria Paola Merloni, dell'Ulivo. "Indossare il burqa - sottolineano in una dichiarazione comune - è cosa ben diversa dalla libera scelta di indossare il velo. Per costruire una società della convivenza occorrono ascolto e moderazione, ma soprattutto attitudine alla laicità del dettato costituzionale, che non ammette disuguaglianze fra gli individui sulla base del sesso o della religione. Il burqa - per le due uliviste - rende manifesta la disuguaglianza delle donne che lo indossano rispetto agli altri cittadini del nostro paese". "Costruire convivenza vuol dire inoltre aggiornare la legislazione ai tempi nuovi e, nel contempo, mantenere viva la garanzia di sicurezza dei cittadini. Ma sappiamo che le leggi non bastano, perchè serve una cultura aperta, e la moderazione delle norme in relazione alle diverse tradizioni. E tuttavia non vogliamo essere indifferenti: non possiamo guardare da un'altra parte quando si viola il diritto umano di essere persona riconoscibile per le altre persone, che è poi il diritto alla libertà".

(Delt@ Anno V°, N. 205 del 10 ottobre 2007)

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06 ottobre 2007

Salute, le abitudini alimentari dei ragazzi europei

Lo studio HELENA (Healthy Lifestyle in Europe by Nutrition in Adolescents) fornisce nuove informazioni sulle abitudini alimentari e sugli stili di vita dei giovani in cinque paesi europei ed evidenzia sorprendenti somiglianze, oltre ad alcune differenze sostanziali, in tutta Europa.Lo studio HELENA è un progetto di 3 anni finanziato dall?Unione Europea per approfondire le a conoscenza delle abitudini alimentari e de sugli stili di vita correlati dei giovani di età compresa fra 13 e 16 anni in dieci paesi europei.

La fase iniziale del progetto

L?assunzione di alimenti è influenzata da determinate percezioni e atteggiamenti nei confronti della nutrizione e della salute, ma anche da scelte e preferenze alimentari. La fase preliminare dello studio HELENA ha indagato su tali parametri utilizzando ricerche qualitative che hanno comportato un? approfondita comprensione del comportamento umano e delle ragioni che governano il comportamento umano in cinque paesi partecipanti (Belgio, Ungheria, Spagna, Svezia, Regno Unito).

Metodo

Complessivamente, un totale di 304 studenti a tempo pieno sono stati suddivisi per sesso ed età (13-14 anni e 15-16 anni) in 44 gruppi oggetto di analisi focus group nei cinque paesi. Le discussioni ad ampio spettro sono state facilitate da moderatori esperti utilizzando una guida per la discussione tradotta nella lingua di ciascun paese. Ai partecipanti è stato specificamente chiesto di mettere in ordine di importanza, partendo da una lista precompilata, i tre principali fattori che influenzano le rispettive scelte alimentari in relazione a ciascun pasto o spuntino nell?arco della giornata.

Risultati

Gli spuntini sono universali
Le tipologie di consumo dei pasti e la scelta degli alimenti consumati nei diversi pasti cambiano da paese a paese. Tre pasti al giorno inframmezzati da spuntini costituiscono la norma in tutti i paesi, con l?eccezione della Spagna, dove gli adolescenti più giovani consumano 3-5 pasti al giorno più gli spuntini. Gli spuntini fra i pasti sono comuni in tutti i paesi, in particolare dopo la scuola.

Il gusto è il fattore più importante nella scelta degli alimenti
Vi sono numerose somiglianze fra i diversi paesi relativamente ai principali fattori che influenzano la scelta degli alimenti. Il ?gusto? è risultato di gran lunga il fattore più importante per tutti i pasti in tutti i paesi. Altre somiglianze sono l?influenza dei genitori, in particolare per la prima colazione e il pasto serale, e l?importanza attribuita assegnata alla salute (principalmente dai genitori più che dai partecipanti alla ricerca), e la praticità.

Anche se le consuetudini influenzano le scelte alimentari in tutti i paesi, in particolare in relazione alla prima colazione e agli spuntini, ciò risulta particolarmente vero in Belgio e in Spagna ma meno evidente importante in Ungheria e nel Regno Unito. In Svezia l?influenza della scuola è stata indicata particolarmente significativa come molto importante sia per la prima colazione sia per il pranzo.

Barriere a una alimentazione sana
I giovani partecipanti a questa indagine comprendono l?importanza di una alimentazione sana e sanno di non mangiare sempre bene e come dovrebbero. Per loro il problema associato al cibo ?sano? è che risulta noioso e non ha un buon sapore, non li sazia quando hanno fame, richiede troppo impegno ed è costoso.

Sembra esservi una mancanza di preoccupazione immediata in relazione alle abitudini alimentari o allo stile di vita. Gli adolescenti sembrano avere una qualche conoscenza alcuna conoscenze relativa alla teoria della nutrizione e della salute, ma da numerosi commenti emergono le difficoltà a mettere in pratica tale teoria, probabilmente anche a causa di equivoci alcuni fraintendimenti e della mancanza di informazioni sugli alimenti.

Prossimi passi

I risultati dei gruppi di discussione saranno utilizzati per sviluppare un questionario volto ad inteso a ottenere informazioni quantitative in relazione ai fattori che influenzano le scelte e le preferenze alimentari degli adolescenti in 10 paesi (Austria, Francia, Germania, Grecia e Italia in aggiuntga ai cinque paesi che hanno partecipato alla fase qualitativa). L?attenzione sarà dedicata agli snack, alle bevande e ad abitudini e atteggiamenti nei confronti del cibo, della dieta e della salute. Le informazioni ottenute faciliteranno lo sviluppo di alimenti più sani che risultino allettanti per il gusto e le abitudini alimentari degli adolescenti e aiutino ad abbattere le barriere percepite nei confronti di una alimentazione sana.

Bibliografia

1. Gilbert C.C., Sanchez M.J., Lehoux C., Hegyi A., Åström A., Hall G., Merino G., Masson A., Fontaine L., Kuti T. (2007) Qualitative research investigating food choices and preferences of adolescents in Europe. Abstract and poster on behalf of the HELENA study group www.helenastudy.com
The HELENA study takes place with the financial support of the European Community (Contract FOOD-CT-2005-007034). The content of this notice reflects only the author?s views and the Community is not liable for any use that may be made of the information contained therein.

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