Vitadidonna News

Le News di Vitadidonna.it Salute e benessere, politica e diritti

31 marzo 2008

In occidente il seno rischia 6 volte di più

Lo stile di vita occidentale fa rima con maggiori rischi di ammalarsi di cancro al seno. Per le donne che vivono in questa parte del pianeta, infatti, le probabilità di ammalarsi del principale tumore femminile sono 6 volte maggiori rispetto a quelle delle donne africane, asiatiche o sudamericane.

A mettere in guardia le italiane, come le europee e le nordamericane, è Gabriel Hortobagyi, vero e proprio 'guru' della lotta al tumore della mammella. L'esperto, a Roma per un incontro sul tema, è direttore del dipartimento di Brest Medical Oncology e del Brest Cancer Research Program dell'università del Texas, oltre che presidente eletto dell'Asco (American Society of Clinical Oncology), la società scientifica degli oncologi medici Usa. "Il problema - rivela Hortobagyi - è che alcuni fattori di rischio possono essere evitati, altri no. A cominciare dal fatto che in Occidente si fanno pochi figli e molto tardi. Mentre avere gravidanze da giovani rappresenta un fattore protettivo. Ma - commenta l'esperto - possiamo forse cambiare le abitudini della nostra società, o frustrare le ambizioni di carriera delle donne?". Stesso discorso per l'alimentazione: "Mangiare meglio e abbondante ha scongiurato molte malattie da denutrizione ma - continua il 'guru' - ha anche incrementato le probabilità di ammalarsi di altre patologie.

Tra cui il tumore della mammella che, per esempio, ha un legame evidente con l'obesità per le over 50 anni". Analogamente "l'alcol determina un aumento del 30% di insorgenza della neoplasia al seno se si consumano uno o due bicchieri al giorno. Mentre in altre culture le donne non bevono affatto o poco per via della loro posizione sociale. Una situazione per noi inaccettabile". Si potrebbero, prosegue Hortobagyi, tenere nel giusto conto "i risultati di numerosi studi che sottolineano come l'attività fisica intensa in giovane età produca un sensibile abbassamento del livello degli estrogeni nelle bambine e adolescenti. Una condizione che si riflette nel tempo in una minore incidenza del cancro al seno. Ma - incalza l'oncologo - non possiamo certo desiderare per le nostre figlie o sorelle un futuro a senso unico, di ballerine o atlete. Solo promuovere l'attività fisica come abitudine salutare".

Un suggerimento che sposa anche Paolo Marchetti, professore di oncologia medica all'ospedale Sant'Andrea di Roma, presente all'incontro con i giornalisti. "L'attività fisica - dice l'esperto italiano - fa tanto bene che nel nostro ospedale abbiamo iniziato ad affiancare alle donne operate di tumore della mammella un personal trainer, e abbonamenti a impianti sportivi per insegnare alle pazienti la buona abitudine. Sulla scorta dei risultati di uno studio del 2006, secondo cui se si fa attività fisica si sopravvive di più alla chemioterapia". E i geni che ruolo hanno nella genesi del cancro al seno? "Sicuramente - riprende Hortobagyi - il Dna 'occidentale' contiene mutazioni che espongono maggiormente alla malattia. Ma in questo campo - ammette - sappiamo ancora molto poco". Infine, capitolo terapia ormonale sostitutiva. "E' assodato - conclude uno dei massimi esperti mondiali in materia - che gli ormoni per alleviare gli effetti della menopausa se assunti per anni, come è avvenuto in Usa e in Europa, producono un aumento delle probabilità di ammalarsi".

"I risultati dello studio - sostiene il dott. Paolo Radice, dell'Istituto Nazionale dei Tumori, che coordina un'unità di ricerca presso Istituto FIRC di Oncologia Molecolare (IFOM) - suggeriscono che in futuro, associando i test per la ricerca di mutazioni nei geni BRCA con l'analisi dei geni 'modificatori', sarà possibile ottenere stime sempre più accurate del rischio di cancro nei soggetti con predisposizione ereditaria. Ciò permetterà di definire in maniera sempre più 'personalizzata' le misure per la riduzione del rischio da adottare caso per caso, consentendo in questo modo di migliorare l'efficienza di programmi di sorveglianza e prevenzione".

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Il 50% degli infartuati non segue terapie

Pillole dopo l'infarto, un 'optional' per il 50% dei pazienti, che non segue le terapie prescritte dal medico a un anno dall'attacco. E questa percentuale sale addirittura al 70% fra le donne, le più indisciplinate quando si tratta di prendersi cura del proprio cuore.

E' il principale risultato di uno studio italiano in corso, che verrà presentato a settembre durante il Congresso europeo di cardiologia.

Ad anticiparne alcuni risultati, a margine del Congresso dell'American College of Cardiology a Chicago, è il cardiologo Raffaele Bugiardini, dell'Università di Bologna.

"La ricerca - spiega l'esperto - è stata condotta su 5.000 pazienti per un anno e i primi dati ci parlano di una bassissima aderenza alle terapie: uno su due abbandona la cura, esponendosi a un grande rischio per la propria salute.

I motivi di questo fenomeno allarmante - sottolinea Bugiardini - sono molteplici, ma anche il medico ha la sua parte di responsabilità: a volte, ad esempio, i cardiologi sono restii a prescrivere i farmaci nei casi meno gravi, portando il paziente a limitare le terapie".

Ma a 'scoraggiare' i malati è spesso anche la complessità delle cure, la loro numerosità, con una manciata di pillole da assumere in momenti diversi ogni giorno, o gli effetti collaterali che queste possono causare, come per esempio la tosse nel caso dei betabloccanti.

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Regioni contribuiscano ad applicazione 194

"Sono fiduciosa sul fatto che non sarà facile mettere in discussione la legge 194. Una legge così equilibrata, saggia, lungimirante ed efficace, ma che deve essere molto ben applicata.

E ciò spetta ai governi regionali. Per questo è importante l'atto di indirizzo in materia che, sono sicura, sarà applicato da tutte le Regioni che lo hanno condiviso".

Lo ha detto il ministro della Salute, Livia Turco, candidata nelle liste del Pd, intervistata ieri nello 'Speciale elezioni 2008' dell'AdnKronos.

Turco ha ricordato, dunque, "l'importanza delle Linee guida di indirizzo elaborate per la piena applicazione della 194.

Atto di indirizzo - ha ricordato - che potenzia i consultori, prevede la presenza di medici non obiettori almeno in ogni distretto sanitario, un programma straordinario per le donne immigrate e l'aiuto alle donne che vogliono tenere il figlio ma sono in condizioni economiche disagiate.

Linee di indirizzo importanti che - ha concluso il ministro - saranno sicuramente applicate da tutte le Regioni che le hanno condivise".

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Soddisfacente atto indirizzo MMG in CDM

Turco, necessario puntare su medicina di famiglia per migliore Ssn

"Sono felicissima che al prossimo Consiglio dei ministri arrivi, finalmente, l'atto di indirizzo per l'avvio delle trattative sulla Convenzione di medicina di famiglia. E' un risultato per il quale mi sono impegnata molto. E' stato faticoso, ma era necessario". Lo ha detto il ministro della Salute Livia Turco, intervistata allo 'Speciale elezioni 2008' dell'AdnKronos, sottolineando la "necessità di puntare di più sulla medicina generale per migliorare il Sistema sanitario nazionale".

"Mi sono davvero molto spesa - ha ribadito Turco - perché fosse mantenuto questo impegno verso i camici bianchi. E questo anche perché ho investito molto sul ruolo dei medici di famiglia e sull'innovazione della loro funzione. Mi auguro che la strada dell'associazionismo dei medici di famiglia, della valorizzazione della medicina generale, che abbiamo scritto nella legge sull'ammodernamento, vada avanti".

Per fare tutto questo è importante "l'avvio della convenzione reso possibile dall'approvazione dell'atto di indirizzo. Mi auguro - conclude - che i medici di famiglia continuino a sostenermi nel portare avanti quella legge che prevede la costituzione delle unità di medicina generale e l'innovazione della medicina del territorio come secondo pilastro della sanità".

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30 marzo 2008

Scoperto il segreto immortalità del cancro

Si tratta di una classe di piccole molecole di Rna conosciute come microRna. A isolarle in laboratorio per inchiodarle alle loro responsabilità è uno studio dell'università di Roma 'La Sapienza', II Facoltà di medicina e chirurgia, che ha coinvolto altri atenei come quello di Ferrara e l'Ohio State University.

La ricerca, che ha guadagnato le pagine della rivista 'Cancer Cell', è stata finanziata dall'Associazione italiana ricerca sul cancro (Airc) e dall'Istituto superiore di sanità (Iss), e ha evidenziato un nuovo meccanismo alla base della trasformazione tumorale.

Lo studio ha dimostrato che queste piccole molecole regolatrici risultano alterate in gran parte dei carcinomi gastrici, "ma, come dimostrano altre due ricerche pubblicate in questo stesso mese su Cell e Nature - spiega Andrea Vecchione, a capo dello studio e ricercatore presso la II Facoltà di medicina e chirurgia dell'ospedale Sant'Andrea di Roma - è alla base di un gran numero di carcinomi, di certo non solo delle neoplasie dello stomaco".

I microRna, "essendo alla base di queste due importanti funzioni cellulari - sottolinea il ricercatore - rappresentano ottimi target su cui investire per ottenere un miglior trattamento personalizzato di questo tipo di tumori". Sembrerebbero aprire, dunque, nuovi spiragli nella lotta contro il cancro.

Ma questo tipo di ricerche "risultano molto costose e d estremamente faticose, prevedono l'impegno di risorse economiche ingenti e di risorse umane altamente motivate". Per questo motivo, Vecchione ringrazia l'Airc e l'Iss che hanno "creduto nel progetto e nelle capacità dell'equipe di studio, finanziando questa ricerca che ha portato eccellenti risultati scientifici.

La speranza di tutti - dice - è che anche altre istituzioni pubbliche e private seguano quest'esempio e aumentino i finanziamenti destinati alla ricerca scientifica che rappresenta la vera forza di un paese sviluppato".

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Nasce federazione veterinari e medici

Nasce un nuovo sindacato medico: la Federazione veterinari e medici (Fmv). Il nuovo organismo sindacale è figlio dell'unione tra lo Smi (Sindacato medici italiani) e la Sivemp (Sindacato italiano veterinari di medicina pubblica).

Unione consacrata a Tivoli, in provincia di Roma, nel corso di un congresso straordinario promosso dai due sindacati.

"La frammentazione e i corporativismi sindacali - riferisce una nota della neonata Federazione - hanno prodotto in questo decennio un forte indebolimento della capacità propositiva e della forza contrattuale della dirigenza medica e veterinaria.

La nascita della Fvm contribuisce fattivamente alla semplificazione del quadro della rappresentanza della categoria e vuole essere una spinta per rilanciare il protagonismo politico della dirigenza medica e veterinaria e per restituire a questa il governo e la gestione della sanità pubblica".

La Fvm, forte di circa 7mila iscritti, si presenterà alla prossima tornata di trattative per il rinnovo del contratto della dirigenza medica e veterinaria del SSN.

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Nuovi criteri per la prescrizione

L'approvazione definitiva, da parte della Giunta regionale del Lazio, alla delibera che stabilisce nuovi criteri per la prescrizione dei farmaci è accolta con favore dalla Fimmg Lazio.

Secondo la Federazione italiana medici di famiglia regionale, infatti, si stabilisce così "una maggior responsabilità nella prescrizione dei farmaci nell'ambito dell'appropriatezza offrendo a tutti i medici del SSN la possibilità di prescrivere il medicinale giusto per la terapia giusta".

Per la Fimmg Lazio, "importanti novità sono rappresentate dal coinvolgimento dalla responsabilizzazione di tutti i medici prescrittori del SSN: medici di famiglia, pediatri di libera scelta e specialisti ambulatoriali e ospedalieri.

Inoltre attraverso lo strumento dell'appropriatezza e' stato ribadito, come da noi espresso più volte - si legge in una nota - il diritto del cittadino ad ottenere la prescrizione più idonea ai suoi problemi salvaguardando la continuità terapeutica.

Viene fornita al medico la facoltà di indicare, attraverso un codice di valorizzazione volontario, l'aderenza della prescrizione rispondente a criteri prevalentemente clinici e non esclusivamente economici", conclude il comunicato.

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MMG e reumatologi contro le liste di attesa

Fondare un'alleanza tra medici di famiglia e reumatologi. Obiettivo: abbattere le liste d'attesa che, per un malato di artrite grave, possono fare la differenza tra la disabilità e una vita normale.

A lanciare l'appello è il presidente della Società italiana di reumatologia (Sir), Carlo Maurizio Montecucco, intervenuto venerdì a Milano alla presentazione del registro lombardo ("il primo del genere in Italia") dei pazienti con artrite reumatoide in terapia con farmaci biologici. "Il registro - spiega l'esperto - ci dice che il malato davvero bisognoso di cure specialistiche arriva troppo tardi dal reumatologo, che invece visita inutilmente centinaia di persone colpite da altre patologie di nostra competenza, ma meno gravi".

Solo in Lombardia, avverte Montecucco, primario al Policlinico San Matteo di Pavia, "possiamo calcolare che se ogni paziente con malattia reumatica generica dovesse rivolgersi al reumatologo, oggi avrebbe a disposizione solo 8 secondi di visita all'anno".

Una vera miseria, se si pensa che, "da tabulato, le nostre visite non devono durare meno di 15 minuti. E che in questo arco di tempo un malato reumatico grave 'medio' fa appena in tempo a spogliarsi", dice il numero uno della Sir.

Per snellire le attese, garantendo una 'corsia preferenziale' ai pazienti che necessitano di una visita reumatologica urgente, "è dunque essenziale creare sul territorio una rete di competenze che funga da filtro", puntualizza Montecucco. "Esperienze locali avviate a Pavia, Brescia e Milano - dice - dimostrano che basta definire criteri di gravità condivisi; in base a questi il medico di famiglia segnala via e-mail i casi più gravi allo specialista, che a sua volta si attiva entro un massimo di 10 giorni".

Il sogno "è un progetto regionale di rete integrata - precisa - Gestita dai medici di famiglia, gli 'specialisti del sospetto' di malattia, e dai reumatologi, i veri specialisti della diagnosi precoce", conclude.

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Il 12% dei ricoveri è colpa dell'intestino

Secondo i dati forniti dal Ministero della Salute le patologie epatiche e gastriche costituiscono il motivo del 12% del totale delle ospedalizzazioni

Cibo 'croce e delizia' degli italiani. Le malattie dell'apparato digerente sono infatti la prima causa di ricoveri in Italia. E' quanto si legge nella Relazione sullo stato sanitario del Paese relativa agli anni 2005-2006, inviata nei giorni scorsi ai presidenti di Camera e Senato dal ministro della Salute, Livia Turco.

"Anche considerando che negli ultimi anni si è assistito ad importanti progressi nelle metodiche diagnostiche e terapeutiche - si legge nella relazione - nell'anno 2003 le malattie gastroenteriche ed epatobiliopancreatiche hanno rappresentato la prima causa di ricovero in Italia: sono stati, infatti, 1 milione 557.136 quelli in regime ordinario e day hospital, pari al 12,16% dei ricoveri nazionali.

Pur godendo di una diffusione non omogenea sul territorio nazionale, l'affermarsi delle tecniche endoscopiche ed ecografiche - commenta il ministero - ha permesso a un numero crescente di pazienti di ricevere trattamenti chirurgici sempre meno invasivi, dunque di ridurre l'ospedalizzazione degli ammalati", precisa.

"Da un lato, quindi - conclude - si assiste ad una graduale diminuzione dei costi per la sanità pubblica, e dall'altro si riduce, oltre ai costi economici per le famiglie, anche lo stress psicologico legato alla degenza del familiare ammalato.

Inoltre, le Unità operative di Gastroenterologia e i Servizi di Endoscopia digestiva sono fortemente coinvolti negli screening sulle malattie neoplastiche,e rappresentano dunque una risorsa strategica nella lotta ai tumori tout court, dal momento che il cancro al colon-retto, dal 1990, rappresenta il secondo tumore per incidenza sia fra gli uomini che fra le donne".

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28 marzo 2008

?Ndrangheta, appello delle donne calabresi

(Reggio) ?Mafia, ?ndrangheta, camorra. L?argomento è: uccidere o venire uccisi nel corso di arricchimenti indebiti non solo illeciti e violenti, ma, come spesso accade, impuniti.

Un gruppo di donne calabresi lancia un appello contro la cultura di morte delle ?ndrine? dopo il dramma della bimba di 5 anni, ridotta in fin di vita, non suscita più emozioni, comunque non ne suscita quante ne servirebbero ?La bimba era uscita di casa sicuramente felice come tanti bimbi con i propri genitori nei giorni di festa.

Lei era ignara, non sapeva ? si legge nell?appello - di una sentenza già emessa di morte nella quale suo padre avrebbe perso la vita. La ?ndrangheta è violenza, ricchezza e morte. Morte senza età! La sfida tra i capicosca è disperazione ed abbrutimento; la bimba innocente impersona, a nostro avviso, nel momento della tragedia la ?verità? del nostro tempo: i mafiosi sanno che non hanno niente da perdere; sanno che i protagonisti della loro esistenza sono: potere, ricchezza e morte. E? vero, siamo in campagna elettorale, ma ciò nonostante non possiamo non condannare lentezze, inadeguatezze e mancanza di tempismi. Si sa, da quanto ampiamente riferito da stampa e TV, che il caduto mafioso, presumibilmente era coinvolto nel racket della città di Crotone.

Tanto viene riferito ?dopo il delitto?, ma ciò nonostante egli era un libero cittadino. Qualcosa non va!! Serve un?osservanza puntuale delle leggi. Va da sé che come persone libere di questa Calabria dinnanzi a tali gravi fatti non ci meravigliamo abbastanza, appariamo tuttavia indifferenti, non disprezziamo adeguatamente, non ci indigniamo. Anche noi persone libere affidiamo alle istituzioni il compito supremo e gravoso della giustizia nella libertà. E? dunque vero che siamo in campagna elettorale e che si dovrà con ogni mezzo arginare la possibilità del voto di scambio, diretto ed indiretto.

E? evidente che in questa realtà calabrese è caduto quel principio su cui si fonda la speranza di un futuro civile e libero. Per noi calabresi è giunta l?ora di agire concretamente, assumendoci nuove responsabilità. Dobbiamo uscire dal consumo della notizia. Non solo lo Stato deve combattere la delinquenza mafiosa, ma ognuno di noi insieme all?altro. Crotone è un segnale terribile, ci riguarda. L?appello che le donne rivolgono all?Italia ed ai calabresi è quello di fare rinascere la speranza, affrontando i nodi veri e concreti di una società che si è abituata a convivere con le mafie e che spesso mente a se stessa. ?Chi sa e non agisce è colpevole?.

Antonia Lanucara, Giovanna Ferrara, Angela Laganà, Antonella Cosentino, Rita Procopi, Dina Ruffo, Pina Silvestri, Donatella Mari, Serenella Multari, Giusy Acri, Pinucia Srangio, Donatella Laudadio, Maria Quattrone, Concetta Carrozza, Anna Maria Campanaro, Rosy Perrone, Emira Ciodaro, Mihaela Cristescu, Stella Ciarletta, Vanni Campolo, Antonella Folino, Tiziana Romeo, Zina Crocè, Eleonora Idone, Angela Marafioti, Angela Morabito, Debora Idone, Carmen Ciclope, Antonella Barreca, Giovanna Barreca, Carmelina Smeriglio, Gisella Florio, Rita Commiso, Maria Romeo, Tommasina Lucchetti, Mimma Baldissarro, Assunta Carla Condemi, Rossella Vincelli, Rosaria Barila, Claudia Rubino, Patrizia Rizzitelli, Vera La Monica, Donatella Bruni, Patrizia Carella, Antonella Virardi, Anna Melillo, Tina Bruzzese, Fulvia Geracioti, Ginetta Rotondo, Claudia Neri, Sara Grilletta, Clelia Bruzzì, Donatella Barazzetti, Romilda Bruno, Grazia Laganà Fortugno, Patrizia Labate, Consuelo Nava, Eva Catizzone (Delt@ Anno VI°, N. 71 - 73 del 27 ? 29 Marzo 2008)

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27 marzo 2008

La bufala della mozzarella?

"Ai cittadini posso dire di stare tranquilli". Agli italiani il ministro della Salute, Livia Turco, rivolge una vera e propria rassicurazione: "Mangiate la mozzarella". Il ministro ha sottolineato come l'allarme sulle 'mozzarelle alla diossina' abbia dimostrato che il nostro è "un grande sistema di sicurezza e prevenzione che tutela la salute dei cittadini prima di tutto, come previsto dal dettato costituzionale".

L'allarme generato in alcune aree della Campania ha in altre parole messo in evidenza un "buon sistema di allerta, prevenzione dei rischi e individuazione delle anomalie". Ma facendo il punto sul caso mozzarelle, Turco ha ricordato che "anche i produttori devono farsi carico della salute dei cittadini. La competitività - sottolinea il ministro - c'è quando non manca il rispetto delle regole. Ai produttori, dunque, ricordo che ognuno deve rispettare le regole".

Al di là dei principi generali, comunque, Silvio Borrello, a capo della Direzione generale per la sicurezza degli alimenti e della nutrizione del ministero della Salute, intervenendo ieri a Roma alla conferenza stampa sull'emergenza diossina, al ministero delle Politiche agricole, ha chiarito che esiste da tempo "un piano annuale a livello nazionale per il monitoraggio della diossina negli alimenti.

Un monitoraggio che ha permesso di individuare le aziende problematiche, caratterizzate da un tenore di diossina leggermente superiore ai livelli fissati dall'UE, che sono molto severi rispetto a quelli di altri Paesi stranieri"."Abbiamo trasmesso alla Commissione Europea tutte le informazioni che ci hanno richiesto sui controlli effettuati sul territorio".

Borrello ha spiegato che, sempre ieri, è stata diffusa all'UE l'intera relazione del ministero della Salute, dalla quale si evince "la trasparenza delle nostre informazioni, e che tutti i controlli sono stati attuati in un ampio programma di monitoraggio per identificare le possibili contaminazioni del territorio. Abbiamo trasmesso - ha aggiunto - la lista dei caseifici risultati positivi, non quella sugli allevamenti. Perché non è detto che gli 83 in cui sono stati riscontrati problemi siano tutti positivi alla diossina, forse al termine delle analisi risulterà positivo solo un 50 per cento".

Un dato più immediatamente spendibile in termini di comunicazione ai cittadini è venuto da Carlo Cannella, presidente dell'INRAN (Istituto nazionale di ricerca sugli alimenti e la nutrizione) e componente del CSS (Consiglio superiore di sanità), sulla base delle concentrazioni di diossina rilevate nel latte e della soglia fissata dall'Organizzazione mondiale della sanità "bisognerebbe mangiare 7 chili di mozzarella contaminata per risentire dei primi danni per la salute. Ma certo un simile quantitativo farebbe male per altri motivi".

Nella serata di ieri è però arrivato l'ammonimento all'Italia da parte della Commissione Europea: "L'Italia - si legge un comunicato diffuso a Bruxelles - dovrà prendere "ulteriori misure per assicurare che mozzarella di bufala contaminata da diossina non sia immessa sul mercato, e non considera sufficiente l'azione intrapresa al momento" dalle autorità italiane. In assenza di un'azione adeguata la Commissione "considererà di proporre misure di salvaguardia per i prodotti provenienti dalla regione Campania".

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Rammarico per mancata approvazione Piano vaccini

"Sono rammaricato per aver celebrato troppo presto la notizia del via libera al Piano Vaccini". Questo il commento a caldo di Giuseppe Mele, Presidente Nazionale della Federazione Italiana Medici Pediatri, dopo aver appreso da parte del Dicastero dell'Economia la messa in discussione della copertura finanziaria per il Piano Nazionale Vaccini 2008/2010.

"Ancora una volta - continua il Presidente della FIMP - si pongono condizioni di tipo economico alla realizzazione di importanti Progetti Nazionali di Prevenzione e Tutela della Salute dei Bambini. Abbiamo perso una buona occasione per recuperare sul piano della prevenzione, ricadendo di nuovo nel baratro dei paesi che spendono di meno per la tutela preventiva della salute".

"Mi auguro - conclude Mele - che vi sia un cosciente ripensamento rispetto all'opportunità di garantire l'adeguata copertura finanziaria (tra l'altro di modesta entità), a favore del Piano Vaccini che, se applicato così come concepito in origine, servirà ad evitarci la vergogna di assistere all'instaurarsi di 21 repubbliche vaccinali.

Questo stato di cose non può essere accettato passivamente, non possiamo assistere all'ennesima morte per meningite. Ci sono regioni dove si ritiene che vi siano capitoli di spese più importanti della vita di un bambino".

E' molto forte la delusione del Presidente dei Pediatri di Famiglia , che si augura vivamente che le ragioni di tutela sociale, prevalgano su quelle economiche.

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MMG: un passo avanti verso il contratto

Sarà approvato nel prossimo Consiglio dei ministri l'atto di indirizzo per il rinnovo della Convenzione di medicina generale

Lo rende noto, in un comunicato, la presidenza del Consiglio dei ministri, dopo l'incontro, ieri mattina a Palazzo Chigi, tra il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Enrico Letta, il sottosegretario alla Salute, Serafino Zucchelli, il sottosegretario all'Economia, Nicola Sartor, una rappresentanza delle Regioni e una delegazione dei sindacati dei medici di famiglia.

"Pur in mancanza di tutte le risorse necessarie, che saranno disponibili solo dopo l'assestamento del bilancio, è stata convenuta la necessità - si legge in una nota- di dare comunque avvio alle trattative per il rinnovo del contratto, anche sulla base dell'impegno, condiviso, a rendere disponibili risorse aggiuntive rispetto all'inflazione programmata, a fronte di una serie di interventi sull'organizzazione del lavoro dei medici di famiglia, con particolare riferimento agli orari e all'utilizzo di strumenti informatici e telematici".

A questo riguardo, "anche le Regioni - conclude la nota - hanno dichiarato la loro disponibilità a compartecipare alla maggiore spesa rispetto alle risorse già stanziate" per il settore.

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26 marzo 2008

Mozzarelle alla diossina, soluzione a breve

"Spero di riuscire a sbloccare la situazione nei prossimi giorni.

Daremo tutte le risposte ai quesiti che i vari Paesi ci pongono, allarmati dalle notizie diffuse a livello internazionale".

Così il sottosegretario alla Salute Gian Paolo Patta, entrando al vertice in corso al ministero di Lungotevere Ripa, sull'allarme diossina che ha portato al blocco delle importazioni deciso dalla Corea del Sud e in forse, anche in Giappone e a Taiwan.

Ma dal vertice di ieri, nel quale si confronteranno i ministeri della Salute, Agricoltura e Ambiente, nonché le Regioni interessate e gli Istituti zooprofilattici, dovranno arrivare anche le risposte ai quesiti avanzati dalla Commissione Europea.

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Infezioni urinarie per il 10% degli europei ricoverati

Il catetere è la causa più frequente, ma non l'unica. Le infezioni alle vie urinarie sono le più comuni contratte in corsia: colpiscono il 10% degli europei ricoverati in ospedale, e il dato italiano è sovrapponibile.

Parola degli esperti intervenuti ieri alla presentazione del 23esimo Congresso dell'Associazione europea di urologia (Eau), in corso fino a sabato a Milano. I numeri sono preoccupanti, e fonti di spese ingenti per le strutture sanitarie di tutto il Vecchio Continente e non solo.

Ma per contenere il problema basterebbero semplici accorgimenti. Innanzitutto disegnare una 'mappa' dei microbi più frequenti in ogni dipartimento di urologia. Una misura che si è dimostrata in grado di dimezzare la prevalenza delle differenti infezioni urinarie nosocomiali (Nauti).

"Lo studio pan-europeo sulla diffusione delle Nauti è iniziato nel 2003 - spiega Truls-Erik Bjerklund Johansen, presidente della Società europea per le infezioni in urologia (Esiu), sezione dell'Eau - Successivamente è stato allargato anche all'area pan-euroasiatica, e completato con indagini condotte in America".

I dati presentati dall'esperto sono frutto dello screening su 6.033 pazienti ricoverati in 194 dipartimenti ospedalieri di urologia, e dimostrano appunto che "la diffusione delle Nauti è pari al 10% nella ricerca pan-europea, è del 14% in quella pan-euroasiatica e pari all'11% nell'analisi combinata".

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Saltano le linee guida della 194

La Regione Lombardia non fa nessun passo indietro, conferma il suo 'no' alle linee guida per l'applicazione della legge 194 e salta così definitivamente l'intesa in Conferenza Unificata.

Ad annunciarlo, al termine della riunione, il sottosegretario alla Salute Serafino Zucchelli. "Le Regioni non hanno cambiato la loro posizione - ha detto - non c'è accordo, ognuno resta sulle proprie posizioni".

Sfuma così l'approvazione documento proposto dal ministero della Salute per dare delle linee guida, a livello nazionale, per la piena applicazione della legge sull'aborto. Sul mancato accordo, che di fatto lascia chiuse nel cassetto le linee guida, ha pesato il 'no' della Lombardia.

Un 'no' che, secondo il sottosegretario Zucchelli, ha motivazioni prettamente politiche: "l'agone elettorale - ha detto- ha tolto serenità al giudizio. Le linee guida della Lombardia sono valide e non erano lontane da quelle nazionali che noi abbiamo proposto".

Come ha spiegato Zucchelli, il ministero voleva dare impulso anche a quelle Regioni che ancora non si erano 'date da fare' per l'attuazione della 194. "C'era un sostanziale accordo con i tecnici della Lombardia poi la politica ha bloccato l'accordo", ha aggiunto il sottosegretario.

"Si tratta di temi 'strumentalizzati' per la campagna elettorale", ha concluso.

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Carcuro, deontologia da Grande Fratello

Lina Carcuro, medico e concorrente del famoso reality show rischia di essere sanzionata dopo una notte di passione con un altro "recluso" della casa del GF8

"Non spetta a me valutare il comportamento della collega Lina Carcuro, ci penserà l'Ordine dei medici di Napoli. E' certo però che le darei una 'tirata d'orecchie', da padre".

Parola di Amedeo Bianco, presidente della Fnomceo (Federazione nazionale ordine medici chirurghi e odontoiatri), che commenta così le recenti polemiche che hanno investito la giovane dottoressa Carcuro, concorrente della trasmissione televisiva 'Grande Fratello 8'.

La Carcuro, dopo una notte di passione con un altro 'recluso' della casa del Gf8, rischia infatti di essere sanzionata, per violazione dell'articolo 1 del codice di deontologia medica, per comportamento poco decoroso, dall'Ordine professionale al quale è iscritta, quello di Napoli.

Secondo l'articolo 1 del codice di deontologico infatti, "il comportamento del medico, anche al di fuori dell'esercizio della professione, deve essere consono al decoro e alla dignità della stessa". "Il codice - spiega Bianco all'AdnKronos Salute - parla chiaro.

Un medico deve tenere sempre un comportamento pubblico decoroso. La collega - aggiunge - mi sembra che abbia invece inanellato una serie di scelte dubbie, difficili.

Senza voler fare i 'bacchettoni', e pur salvaguardando la libertà sessuale di ognuno, penso che la Carcuro si meriti almeno una 'tirata d'orecchie'", conclude Bianco.

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25 marzo 2008

Il punto sulla mozzarella alla diossina

Vertice oggi, alle 12 al ministero della Salute, per fare il punto sulla situazione del settore zootecnico legato agli allevamenti di bufale e al ritrovamento di alcuni campioni di mozzarella con tracce di diossina.

L'appuntamento - riferisce una nota del dicastero di Lungotevere Ripa - interesserà ministeri della Salute, Agricoltura e Ambiente, Regioni interessate e Istituti Zooprofilattici.

Si tratta di "una riunione - spiega il sottosegretario Gian Paolo Patta, che ha convocato il vertice - che serve a fare il punto della situazione, con tutti gli organi che in questi mesi hanno condotto indagini attente e controlli efficaci.

L'appuntamento di oggi - conclude Patta - ha lo scopo di 'fotografare' la situazione alla luce degli ultimi dati e di assumere le decisioni conseguentemente necessarie".

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Firmato il decreto su assistenza integrativa

Il ministro della Salute Livia Turco ha firmato il decreto ministeriale che, attuando quanto previsto dalla Finanziaria 2008, individua gli ambiti delle prestazioni dei Fondi integrativi del Ssn e degli Enti, Casse e Società di mutuo soccorso no profit che forniscono prestazioni assistenziali integrative a quelle fornite dal Ssn.

Per il monitoraggio e il controllo dell'attività dei Fondi e dagli altri Enti preposti il decreto istituisce inoltre l'Anagrafe dei fondi sanitari presso il ministero della Salute. "Con questo decreto -sottolinea in una nota il ministro - si compie un ulteriore passo avanti nel consolidamento della sanità pubblica, intesa come complesso di enti, strutture e organizzazioni che investono sulla promozione della salute e la fornitura di prestazioni mediche e assistenziali ma senza finalità di lucro.

In questo ambito rientra il cosiddetto 'secondo pilastro' del Ssn costituito dai Fondi integrativi, già previsti dalla riforma sanitaria del 1999 ma di fatto mai attuati, e dai numerosi Enti e Casse di assistenza sanitaria no profit a carattere categoriale o aziendale o di mutuo soccorso. In tutto stiamo parlando di 15/20 milioni di potenziali assistiti che, grazie a questo decreto, si vedranno più tutelati a seguito dell'ampliamento del paniere di prestazioni erogate dai Fondi e dalle varie Casse".

"Per mantenere il proprio status di facilitazioni fiscali, infatti - prosegue il ministro - il listino di offerta di questi enti dovrà obbligatoriamente comprendere anche le prestazioni odontoiatriche e quelle di assistenza per i non autosufficienti non erogate dal Ssn. Due tipologie di intervento che, entro il 2010, dovranno valere per almeno il 20 per cento del totale delle prestazioni erogate.

Questo vincolo si spiega con la necessità di offrire una maggiore copertura assistenziale per le cure odontoiatriche e per le persone non autosufficienti in quanto, come avviene in tutti i Paesi ad alto tasso di sviluppo, anche in Italia la domanda di questi servizi è molto superiore alla possibilità reale di offerta pubblica nell'ambito dei servizi sanitari nazionali".

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Una specializzazione per la Medicina di famiglia

La medicina di famiglia reclama una propria formazione specifica. Questa la richiesta di Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale (Simg), ai referenti dei diversi schieramenti politici in questa fase di definizione delle priorità per il Servizio sanitario nazionale.

La Simg, quindi, "forte della sua esperienza e consapevole delle responsabilità all'interno della comunità delle Società scientifiche e delle associazioni, avanza questa proposta con il consenso di tutta la comunità della medicina generale, che su questo tema si è già espressa all'unanimità con un documento unitario.

Chiediamo quindi alla politica di prendere atto delle nostre richieste e di prevedere nei propri programmi una revisione organica dei percorsi di insegnamento e di formazione della professione medica". Per Cricelli, infatti,"investire nella formazione è la chiave per realizzare la vera continuità assistenziale e creare una rete di eccellenza fra università, ospedale e territorio", spiega Cricelli in una nota. I medici di medicina generale "vogliono - precisa il presidente della Simg - occupare un ruolo ancor più centrale nel sistema sanitario nazionale, forti di una preparazione specifica omogenea e autonoma.

Per questo chiediamo un coinvolgimento diretto dei professionisti anche in fase di insegnamento, al di là dei compiti assistenziali, perché questa disciplina presenta una dignità autonoma, che deve essere riconosciuta dalla comunità scientifica e dalle istituzioni".

In sostanza, dunque "la formazione specifica del medico di medicina generale post-laurea - aggiunge Cricelli - deve diventare specializzazione, in armonia con le vigenti norme dell'Unione europea. La didattica e la ricerca devono far parte dello sviluppo di carriera, aggiungendosi alla tradizionale attività di diagnosi e cura.

E questo nuovo profilo della professione medica deve prevedere un adeguato riconoscimento contrattuale". L'ambizione dei medici di famiglia "è quella - conclude Cricelli - di vedere affermate le funzioni didattiche e di ricerca come equivalenti a quelle del lavoro clinico. Gli studi dei medici di medicina generale possono diventare luoghi di formazione e di ricerca, integrati con università e Servizio sanitario nazionale.

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Chiudere contratti prima delle elezioni

Lusenti (ANAOO), dopo voto c'è sempre periodo di stasi istituzionale

"Sarebbe necessario trovare l'accordo sul rinnovo del contratto della dirigenza medica prima delle elezioni politiche di aprile, altrimenti si rischia di convogliare la trattativa su un 'binario morto'. Il dopo elezioni, come sempre, rischia infatti di far segnare una pausa, legata all'insediamento del nuovo Parlamento".

Parola di Carlo Lusenti, segretario nazionale dell'Anaao Assomed, alla vigilia dell'incontro con l'Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (Aran), previsto per oggi. Obiettivo dell'incontro è proprio quello di proseguire le trattative per il rinnovo del Ccnl del personale della dirigenza medico-veterinaria relativo al quadriennio normativo 2006-2009 e al biennio economico.

"Le aspettative per arrivare ad un accordo - spiega Lusenti - ci sono tutte. In primo luogo perché stiamo parlando di un contratto scaduto da più di due anni, e poi perché si è finalmente chiusa la questione contrattuale legata al personale del comparto.

Purtroppo però - aggiunge - non mancano ostacoli e difficoltà oggettive. Innanzitutto il poco tempo a disposizione per chiudere la trattativa prima del 13 aprile, giorno delle elezioni politiche". Ma non solo. A preoccupare il segretario nazionale dell'Anaao, oltre al prevedibile momento di stasi post-elettorale, c'è anche dell'altro. "Il nostro - sottolinea Lusenti - è il primo rinnovo contrattuale di tutta la dirigenza del pubblico impiego, ed è anche il primo tra tutti i contratti dei camici bianchi.

I medici ambulatoriali e di famiglia, ad esempio, si trovano nella condizione di non aver neanche avviato la trattative. Quindi - prosegue Lusenti - quello della dirigenza medica è un contratto che si trova a fare da 'apripista' nel settore. Una condizione - conclude il numero uno dell'Anaao - che può generare delle difficoltà".

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24 marzo 2008

Aborto e minori a Pordenone, un?occasione per riflettere

di Elisabetta Canitano

Fa causa ai genitori per tenere il bambino? innanzitutto una precisazione.
Nessuno può essere operato contro la sua volontà, a parte i neonati e i bambini così piccoli da non poter capire il senso di quello che gli viene fatto. Lo sanno benissimo i pediatri, che sempre di più parlano chiaramente con i bambini, che hanno diritto come gli adulti a sapere ?del proprio corpo?.

Questo in generale. Certo, quando la chirurgia è una cura, si parla, si convince, si chiede ai genitori di spiegare al bambino. Ma quando la chirurgia è una scelta della donna, come nella legge 194, la minore sceglie, chiede.
Nessuno è il suo padrone, nessuno può imporle nulla. Il fatto che i giornalisti dicano che ha bisogno dell?avvocato per non abortire, dimostra solo la facilità con cui crediamo alla possibilità dell?oppressione degli esseri umani gli uni sugli altri.

La minore ha dalla sua, come tutti i minori, il giudice tutelare, quando non è d?accordo con i genitori, e a lui può rivolgersi per difendersi da indebite pressioni sulla sua vita, a lui può chiedere di andare in una casa famiglia.

Lo Stato, nella sua versione più nobile, quella di difensore della libertà individuale, accoglie il minore che ha bisogno, che non è proprietà dei genitori, ma di sé stesso, con un poco di aiuto.
Certo, il bambino che nasce è a sua volta un minore e il giudice può, nell?interesse di ambedue i minori, separarli, se non vi è garanzia che possano vivere insieme protetti, e così evidentemente è stato la prima volta, per la ragazzina di Pordenone.

Ma lei ci ha riprovato, è di nuovo incinta, non vuole abortire, questa volta vuole tenere con sé il bambino (e qui, forse, può avere un senso la presenza dell?avvocato, non certo per non abortire).
La scelta di mandarla sui giornali, certo, è irrispettosa e violenta, che l?Ordine censuri l?avvocato che lo ha fatto, come richiede giustamente Silvio Viale.

Ma proviamo ad ascoltarla questa ragazzina, invece, convinta come Giulietta, come Elena di Troia, come la Francesca Dantesca, (ma certo, gli esempi letterari ci piacciono di più...) che l?amore sia tutto ciò che conta nella vita.

E più è completo, più è assoluto, più è totale, e meglio è. Cosa meglio dunque, di un figlio?
Certo, non è un ragazzo italiano, che ha ben altri pensieri (nel bene e nel male), che potrebbe dar seguito a questo suo desiderio. Allora un operaio albanese, un uomo che viene da quei paesi in cui una ragazza di 15 anni è già una donna, qualcuno che ti guarda come un essere umano finito, completo, responsabile, non come un abbozzo di un domani di là da venire.

Chi di noi non ha avuto un filarino (come diceva mia madre), a 13 anni, con il piccolo pizzaiolo, l?apprendista bagnino, il ragazzino che portava il pane? chi non si ricorda il fascino che avevano questi ragazzi italiani già pronti a vivere, mentre noi negli ozi scolastici, eravamo trascinate alla laurea, al matrimonio, ma dopo, dopo, dopo.

Allora, noi che avremmo fatto il liceo, venivamo tenute ben lontane da questi ragazzi, accompagnate e prese a scuola, controllate sull?orario, tutti ben consci che, se fossimo state lasciate libere, probabilmente anche noi, ci saremmo lasciate trascinare da quel fascino. O forse no. Forse il controllo faceva parte del gioco, e noi eravamo ben contente di essere costrette a rientrare presto, a mettere come scusa quei cerberi dei nostri genitori, perché oscuramente intuivamo che la vita che facevano le madri di questi ragazzi, le loro sorelle, non era quella che volevamo per noi.

Ora l?attività sessuale è stata sdoganata. Dai tempi, dalla televisione, dalla liberazione delle donne. Ne andrebbero prevenuti i rischi, come si guida con la cintura di sicurezza?
Occorre ricordare che in Olanda, paese a tasso bassissimo di aborto, il preservativo viene consegnato alle ragazze a ai ragazzi al richiamo adolescenziale delle vaccinazioni?

Ma torniamo alla nostra ragazzina. Il primo valore è il suo diritto a scegliere. E? proteggerla dalle conseguenze. Mandarla a scuola, parlare con i professori, pensare a chi terrà il bambino mentre lei finisce il liceo. Negli Stati Uniti il fenomeno delle gravidanze fra le minori è così diffuso che alcune scuole superiori hanno annesso l?asilo nido, per permettergli di finire il corso di studi.

Certo, vorremmo che le donne studiassero, sappiamo che il livello scolare delle donne è indice del progresso di un paese, meno studiano le donne, più si muore di fame.
Non possiamo negarci che non saremmo contenti se fosse nostra figlia, a tornare incinta a 14 anni di un albanese, lieta e piena di progetti per il futuro.

Le guardiamo, queste ragazze, con ?gli ormoni impazziti?,?la tempesta ormonale?, la ?turba adolescenziale?, sperimentare posizioni estreme, assolute, mitologiche (ma quando capita a noi di sperimentarle non ci sembrano più così strane).

La cubista, la sex symbol, la donna di tizio o caio, la ragazza del clan, la donna perduta (e, per le ragazze con l?anoressia, la sapientissima, la disincarnata, e forse è anche peggio).

Qualcuno ha voglia di rivedere ?La voglia matta?, film degli anni 60, in cui Tognazzi s?infatua di un?adolescente e viene preso in giro da tutta la comitiva? Adulti, molto più adulti dei giovani di adesso, ma quanto siamo noi genitori a mantenerli giovani, a mantenerli nell?immaturità che li renda pronti ad ubbidire ai professori, ai capi, per assicurargli un futuro. E quanto quest?immaturità è poi è la prima a negarglielo?

Vorremmo che prima o poi fossero sedotte dall?attività intellettuale? loro, che da bambine erano ricche di fantasia, sembrano in questo periodo essere dominate da una fissazione (mia madre mi racconta che ai suoi tempi si pettinavano tutte come la Garbo, e venivano chiamate, ?le gretine?? ma allora è vero che il passato si ripete?)

Per non parlare dei loro compagni maschi. Ma attenzione, per loro l?identità maschile comporta l?affermazione di sé. Fra essere un famoso condottiero e diventare un premio nobel per la fisica non c?è poi tutta questa differenza, mentre se l?equivalente di Cleopatra è Britney Spears siamo messe malissimo.

C?è un lato cieco, oscuro, primitivo, temibile, nell?identità sessuale? Temo proprio di sì, sia per i maschi che per le femmine. Allora, nell?adolescenza, tempo di sperimentazioni, è facile che venga fuori, per quanto a noi non faccia piacere vederlo.

Ascoltiamoli, cerchiamo di proteggerli dalle conseguenze sul corpo e sull?anima (ahimè non tutto si ripara completamente), ma senza impedirgli di vivere, il danno sarebbe peggiore del guadagno.
Un ultima parola per questi genitori. La speranza che la realtà, con il suo lato oscuro, stia fuori dalla nostra porta e non si abbatta su di noi, è umana e comprensibilissima.

Ma a volte non si può. A volte irrompe nonostante i buoni insegnamenti, nonostante i controlli, nonostante gli esempi che cerchiamo di dare.

Noi, la comunità dei laici, capiamo benissimo il desiderio di proteggere il vostro bambino (la ragazza), anche contro quell?altro, il figlio dell?albanese. E? una debolezza umanissima, e noi, che non crediamo in un altro mondo, ma solo in questo, con tutti i suoi limiti, vi siamo vicini.

Pensate a noi, quando i benpensanti vi guardano male perché vostra figlia è una donnaccia incinta due volte di un extracomunitario. Pensate alla rivoluzione sessuale, alla liberazione delle donne, al diritto di scelta. Se la comunità bigottina del paese vi emargina pensate a noi, noi siamo con voi, e con la vostra figliola esagerata.

Benvenuti.

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21 marzo 2008

Sanità, quattro nuove intese Stato-Regioni

La Conferenza Unificata e la Conferenza Stato-Regioni hanno approvato diverse intese e accordi in materia di assistenza sanitaria.

Tra questi un'intesa per la sanità penitenziaria, un'intesa per la gestione del rischio clinico e per la sicurezza dei pazienti e delle cure e un'intesa per migliorare l'assistenza nel campo della salute mentale. Ma sono state approvate anche altre misure più specifiche, come quella che consente l'erogazione di farmaci urgenti da parte del farmacista anche se il paziente è in quel momento sprovvisto della necessaria ricetta del medico.

L'intesa sulla riforma della sanità penitenziaria prevede l'equiparazione sotto il profilo della tutela del diritto alla salute tra i cittadini in stato di detenzione e tutti gli altri utenti del Ssn. L'obiettivo è quello di una più efficace assistenza sanitaria, migliorando la qualità delle prestazioni di diagnosi, cura e riabilitazione negli istituti penitenziari. La riforma contiene anche specifiche linee di indirizzo per gli interventi da adottare negli Ospedali psichiatrici e giudiziari con l'obiettivo di svolgere un programma in tre fasi al fine di garantire una corretta armonizzazione fra le misure sanitarie specifiche di queste realtà e le esigenze di sicurezza che devono comunque essere mantenute.

Più sicurezza e qualità delle cure e dell'assistenza è invece l'obiettivo di un'altra intesa Stato Regioni.
A tal fine sarà attivata un'apposita funzione aziendale dedicata alla gestione del rischio clinico e alla sicurezza dei pazienti e delle cure presso ogni Asl pubblica ma anche presso le strutture private accreditate. Un forte impegno anche per l'utilizzo sicuro dei dispositivi medici, degli apparecchi e degli impianti che dovranno essere sottoposti a più ferrei collaudi e a protocolli specifici di manutenzione preventiva e correttiva e a costanti verifiche periodiche di sicurezza e qualità. Queste misure dovranno essere adottate in tutte le strutture del Ssn. Nuove disposizioni anche per la responsabilità civile per danni a persone causati dal personale sanitario che dovrà essere comunque posta a carico della struttura sanitaria. Sarà inoltre favorita la definizione "stragiudiziale" delle vertenze. Con funzioni di indirizzo sulla sicurezza sarà poi costituita, con decreto del Ministro della Salute, la "Consulta nazionale per la sicurezza del paziente" a coordinamento della "Rete nazionale per la Sicurezza" che riunisce tutti i rappresentanti istituzionali nazionali e locali preposti alla gestione del rischio clinico.

Per la salute mentale ci si è posti l'obiettivo di dare nuovo impulso alle politiche di promozione della salute, di rafforzare gli interventi nell'ambito dell'età evolutiva e di favorire la precocità degli interventi e la collaborazione fra tutti i servizi che si occupano di salute mentale per una migliore presa in carico dei pazienti.

Per quanto riguarda infine l'erogazione di farmaci in assenza di prescrizione medica si intende garantire la non interruzione del trattamento in corso per i casi di patologie croniche ed acute o in occasione di dismissione ospedaliera consentendo al farmacista di dispensare il medicinale anche in assenza di ricetta. Il provvedimento, adottata dalla Stato regioni è frutto di un ampio lavoro condiviso con i farmacisti e i medici italiani al fine di una maggiore tutela della salute dei cittadini nei casi di emergenza.

"Con queste nuove intese la sanità italiana ha sottolineato il Ministro Livia Turco - esce rafforzata e si dimostra capace di rispondere ai nuovi bisogni di salute in ambiti di intervento delicati e importanti come quelli della salute mentale e dell'assistenza sanitaria nelle carceri e negli Opg. Ma siamo intervenuti anche sulla sicurezza delle cure assicurando criteri di maggior rigore nei controlli delle attività cliniche e delle apparecchiature destinate agli interventi e alle prestazioni erogate dalle strutture del Ssn, a garanzia della sicurezza dei pazienti e per ridurre il margine degli errori e degli eventi avversi che possono manifestarsi nel corso di procedure cliniche.Le intese e gli accordi approvati ieri rappresentano la prova che la condivisione delle scelte e degli indirizzi di governo tra Stato e Regioni è la via giusta per migliorare la sanità italiana garantendo a tutti i cittadini pari livelli di assistenza e più qualità e appropriatezza nelle cure."

L'esame definitivo dei Lea è stato invece rinviato ad una nuova seduta della Conferenza Stato Regioni che si terrà la prossima settimana previa ulteriore verifica dei contenuti dell'intesa.

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20 marzo 2008

Obesità: identificati tre nuovi geni

Ricercando reti geniche interrotte da loci di suscettibilità, sono stati identificati tre geni correlati all'obesità precedentemente sconosciuti.

I dati del presente studio suggeriscono anche che l'obesità ed altre malattie sono molto più complesse di quanto si pensasse: anziché coinvolgere 20 o 30 geni, quelli a prenderne parte potrebbero essere migliaia.

D'altro canto sono solo pochi i geni fra questi a svolgere un ruolo di regolazione, e quindi terapeuticamente focalizzarsi su di essi potrebbe bastare.

Il metodo di ricerca impiegato integra in modo ottimale genetica, espressione genica e clinica per individuare complesse correlazioni fra i vari geni in un contesto che di fatto da luogo alla malattia. (Nature online 2008, pubblicato il 18/3)

Il Tribunale del malato non emetta sentenze

"La borsa crolla, il mattone cala, l'unico investimento sempre fruttuoso è far causa ai medici ed il rapporto annuale rapporto Pit Salute, elaborato dal Tribunale del Malato da una mano a chi specula" ha dichiarato Maurizio Maggiorotti, presidente di Amami (Associazione medici accusati di malpractice ingiustamente).

"Come si possono utilizzare i numeri delle "segnalazioni e lamentele" raccolte dal Tdm, trasformarli in errori medici e dare loro una valenza nazionale? Perché si possa parlare di errore medico ci deve essere una sentenza passata in giudicato di un Tribunale.

Ma un Tribunale vero, non ?..del malato." -Continua Maggiorotti - "il Tdm ancora non può fare sentenze anche se il nome aiuta. Purtroppo in Italia un processo dura diversi anni ed offrire i dati dagli errori che sarebbero stati commessi un anno fa suscita ilarità se non rabbia, tanto sono affermazioni prive di fondamento.

Non si capisce il perché di tanta malainformazione che si presta a dare adito ad opportunismo mediatico o speculativo. Certo è che confondere e spaventare i cittadini con dati tanto fuorvianti e male interpretati contribuisce al gioco al massacro contro i medici. Escalation inarrestabile perché il business della causa al medico è ben remunerato e non soffre momenti di crisi".

I medici milanesi replicano a Martini

Dopo l'invito del ministro Livia Turco ad ammettere lo Snami alle trattative, e l'assenso riscosso dalla proposta da parte dei vertici del sindacato, vanno registrate le critiche mosse dall'Associazione milanese medici (Amm), il cui direttivo ha scritto una lettera aperta a tutti gli iscritti.

"La Amm, che a pieno titolo è da considerarsi l'Associazione da cui è scaturito lo Snami e i cui associati sono - a norma di proprio Statuto - iscritti "pro tempore" allo Snami Milano, non può non esprimere il proprio pensiero in proposito. Ne ha il diritto e il dovere" esordisce il testo. "Snami nazionale, con Fimmg e con altre OOSS, ha decretato uno stato di agitazione per indurre il Governo a fare proprio l'Atto di Indirizzo deciso dal Comitato di Settore della Conferenza Stato - Regioni: un atto di indirizzo che prevede ridicoli aumenti del compenso (dopo oltre due anni di vacanza contrattuale) a fronte di nuovi gravosi compiti ed oneri per il medico di medicina generale" prosegue.

"L'attuale dirigenza dello Snami nazionale, in accordo con Fimmg e con Sisac, ha affermato che in futuro sarà "necessario" lavorare in "associazioni in rete" (DoctorNews n° 35 del 27 febbraio 2008 e Corriere Medico n. 7 del 13 marzo 2008). Siamo in assoluto disaccordo con queste decisioni che sminuiscono l'importanza della libertà, dell'indipendenza e dell'autonomia della professione medica e del sindacato che la tutela.

Vorremmo ricordare a tutti che nel lontano 1979 lo Snami nacque in aperto dissenso dalla Fimmg proprio per sostenere che vi deve essere una via diversa da quella del fare il sindacato di palazzo. Da uno Snami che ha avuto il coraggio di non firmare l'Acn ci aspettiamo ben altra combattività".

La lettera chiude con un invito agli iscritti al sindacato:"non perdete il senso delle vostre/nostre origini, non fatevi trarre in inganno dalle sirene della politica e degli altri sindacati! Recuperate la via originale, costi quel che costi! E' l'unica strada che ha sempre reso grande l'Amm prima e lo Snami poi".

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In rete una truffa sulla FAD AIFA

Tentata una truffa ai danni di medici e operatori sanitari interessati all'aggiornamento attraverso la formazione a distanza. In un falso sito ECCE si proponevano attività a pagamento quando quelle proposte dall'AIFA sono gratuite

Rischio truffa on-line per i medici e operatori sanitari a caccia di formazione a distanza. E' stato registrato, infatti, un falso sito del progetto Ecce (Educazione continua centrata sull'evidenze) dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa).

Un indirizzo 'taroccato' che vende corsi a pagamento, sfruttando il nome e l'autorevolezza dell'ente istituzionale."Attenzione. Si tratta di millantatori, contro i quali agiremo nelle sedi opportune", avverte Antonio Addis, dirigente dell'Ufficio Informazioni sui farmaci dell' Aifa, ricordando che il progetto di formazione dell'Agenzia regolatorio italiana è completamente gratuito.

"Chiunque chieda soldi per la partecipazione al progetto Ecce - spiega Addis - va considerato alla stessa stregua di chi chiede soldi per la lettura del gas: un truffatore. Abbiamo, infatti, appena scoperto che qualcuno ha registrato un sito che si differenzia da quello originale solo per la mancanza di un punto tra Aifa e progettoEcce e promuove formazione a pagamento. Ricordo che il nostro progetto è rintracciabile, in tutta sicurezza, attraverso il sito dell'Aifa (www.agenzia.farmaco.it )".

Al progetto di formazione a distanza 'Ecce', rivolto a diversi operatori sanitari, si sono registrati 128 mila utenti che, una volta completati i percorsi di formazioni a distanza, ottengono gratuitamente crediti validi per l'Ecm. Si tratta di esperienze formative particolarmente gradite dai fruitori: "è una formazione totalmente indipendente - conclude Addis - percepita come tale anche da chi la utilizza: dalle nostre misurazioni l'84 per cento la ritiene completamente 'libera' da interessi commerciali".

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19 marzo 2008

Dispositivi medici, prezzo di riferimento irrazionale

"Pensare di applicare i prezzi di riferimento ai dispositivi medici è una scelta sbagliata, che contrasta con le esigenze primarie dei cittadini e con i più banali principi di mercato".

A dirlo è Angelo Fracassi, presidente di Assobiomedica, intervenuto al Forum Sanità futura 2008 che si è chiuso ieri a Cernobbio (Como), riferendosi alla Finanziaria 2007 in cui è prevista la definizione dei prezzi di riferimento per i dispositivi medici, contestata dai produttori che chiedono al prossimo Governo di modificare la normativa per il settore.

Fracassi ha sottolineato che i dispositivi non sono semplici accessori ma, generalmente, "prodotti ad elevata complessità e differenziazione, che richiedono continui adattamenti ai bisogni di acquirenti e utilizzatori. La nostra produzione - ha proseguito il presidente delle imprese del settore - è soggetta a rapida innovazione, con alle spalle corposi investimenti in ricerca propria e i risultati del generale progresso scientifico".

Ne consegue che rincorrere attraverso i prezzi di riferimento obiettivi di standardizzazione forzata significherebbe mettere in pericolo la qualità delle prestazioni e annullare gli eventuali risparmi di spesa per effetto dei sicuri danni di mercato e della inevitabile complicazione delle procedure".

E' necessario non ripetere "gli errori di politica industriale del passato - ha concluso il presidente di Assobiomedica - penalizzando un settore che nel mondo sta dimostrando il suo valore propulsivo sullo sviluppo economico e sociale e sulla ricerca scientifica. Serve una modifica della legge che preveda nuove modalità di trasparenza e monitoraggio della spesa per i dispositivi medici. Vogliamo un buon sistema che permetta ai cittadini di avere prodotti di qualità al giusto prezzo".

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Farmaci, capire l'effetto dell'informazione

E' utile e necessario valutare l'impatto che l'informazione sui farmaci offerta ai camici bianchi ha sulle prescrizioni mediche.

Una strada da percorrere e che è al centro di progetti sperimentali allo studio dell'Agenzia italiana del farmaco, riferisce Antonio Addis, dirigente dell'Ufficio informazioni sui farmaci dell'Aifa. L'agenzia stessa, del resto, attraverso diversi strumenti offre agli operatori del settore anche informazioni sui medicinali."Abbiamo imparato dall'esperienza passata - spiega Addis - che non basta informare i medici.

Bisogna considerare anche l'impatto di questa informazione. E abbiamo anche imparato che non basta raccogliere dati sulla prescrizione, ma è necessario valutare nel tempo come viene fatta. E questi due elementi possono anche andare assieme. E' possibile, quindi, valutare contemporaneamente che tipo di informazione trasferire ai professionisti e come questa informazione, man mano che viene acquisita, cambi le abitudini prescrittive.

Questa forma di monitoraggio può essere fatta su un tema come quello dei medicinali equivalenti, oppure per categorie terapeutiche. Ed è un'operazione attuabile proprio attraverso l'Agenzia, che ha un settore dedicato all'informazione sui farmaci". Diversi i progetti allo studio per realizzare un monitoraggio continuo.

Ma l'esperienza più avanzata, suggerisce l'esperto, è quella del progetto Ecce: il programma di formazione a distanza dell'Aifa per gli operatori sanitari, che, per le modalità su cui si basa, permette non solo di valutare l'esperienza clinica ma anche di determinare l'effetto del tipo di formazione offerta, attraverso diversi indicatori tra cui anche la prescrizione. Nel progetto Ecce, infatti, sono previsti trial randomizzati in cieco che valutano l'effetto della formazione tradizionale (con testi cartacei) rispetto a quella realizzata con il programma a distanza Ecce.

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Convegni medici, le cifre delle sponsorizzazioni

Sanofi-Aventis, Pfizer e GlaxoSmithKline: spettano alle filiali italiane di questi tre colossi del farmaco i primi tre posti nella classifica delle aziende che, nel 2007, hanno sponsorizzato il maggior numero di convegni medici.

Con 1.925 convegni e una spesa preventivata di circa 45 milioni e mezzo di euro, Sanofi-Aventis guadagna il podio più alto, seguita da Pfizer Italia, con 1.512 convegni e costi stimati a 25 milioni e 733 mila euro. Al terzo posto GSK, con 1.473 eventi e una spesa pari a 16 milioni e 400 mila euro.

I dati - raccolti dall'Agenzia italiana del farmaco (AIFA) - sono stati illustrati ieri da Giovanna Romeo, dirigente Affari amministrativi dell'agenzia, intervenuta al Forum Sanità futura 2008 in corso a Cernobbio (Como).

La classifica registra uno scambio di posizione rispetto al 2006, quando era Pfizer a detenere il primo posto per numero di convegni (2.102), costati 36 milioni di Euro, mentre Sanofi-Aventis era seconda, con 1.921 eventi, ma si aggiudicava la spesa più alta (quasi 55 milioni di euro). Romeo ha poi riferito le cifre degli eventi, ECM e non, che l'AIFA ha autorizzato: 17.349 (di cui 16.868 in Italia e 481 all'estero) con una spesa totale preventivata di 507 milioni e 801 mila euro, lo scorso anno, contro i 19.954 del 2006 (solo 654 all'estero) con costi pari a 643 milioni e 158 mila euro, con un calo del 27% anche in questo caso dovuto in gran parte allo stop di Farmindustria.

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Farmaci, meno variazioni sul tema della spesa

"Il fai da te delle Regioni nella scelta e nell'applicazione di misure di contenimento della spesa farmaceutica non può essere legittimato. Nel settore farmaceutico, e nel conseguente 'governo' della spesa, è necessario coniugare i valori sociali, sanitari e finanziari e avere un approccio economico e non solo economicistico".

Ne è convinto il presidente di Farmindustria, Sergio Dompé, intervenuto oggi alla Conferenza nazionale Farmaci e salute organizzata nell'ambito del Forum Sanità Futura, in corso a Cernobbio (Como). "Questo percorso - sottolinea Dompé - richiede però una serie di verifiche di tipo centrale che, pur non influendo sulle autonomie regionali, arrivi poi a fornire linee guida chiare alle Regioni sulle eventuali misure di contenimento della spesa.

In questo l'Agenzia italiana del farmaco e il Governo centrale hanno un ruolo importante". Quella che Dompé chiama, appunto, "la sfida per l'appropriatezza prescrittiva" che le Regioni italiane sono chiamate a raccogliere è una delle preoccupazioni degli industriali, soprattutto in un momento di 'attesa' come quello pre-elettorale.

"Ci auguriamo che il prossimo Governo continui a garantire un percorso di correttezza e stabilità, orientato non solo al contenimento dei costi, ma a politiche innovative che si evolvano di pari passo con il Paese. Il farmaco - ricorda Dompé - non è un costo, ma un investimento che può creare risparmi, prevenzione, miglioramento della qualità della vita e quindi crescita". Il presidente di Farmindustria cita un esempio: "Un anno di assistenza farmaceutica costa quanto 10 ore di assistenza ospedaliera".

Da qui un appello: "Chiediamo che lo stesso tipo di analisi, la stessa lente - e dunque il controllo - ai quali è sottoposto il settore farmaceutico venga applicato ad altre voci si spesa sanitaria".

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Conferenza Stato-Regioni, slittano Lea e vaccinazioni

Non saranno discussi nella Conferenza Stato-Regioni di oggi il nuovo Piano nazionale vaccini e il Dpcm sui Livelli essenziali di assistenza (Lea).

L'incontro tecnico di martedì - cui hanno preso parte alcuni esponenti delle Regioni, dei ministeri dell'Economia e delle Finanze e della Salute, e della segreteria della Conferenza delle Regioni - si èconcluso con un nulla di fatto, facendo slittare i due provvedimenti.

Nel corso della riunione sono emerse alcune perplessità che hanno indotto a rimandare i due importanti punti a una Stato-Regioni successiva che, a quanto si apprende, potrebbe essere convocata in via straordinaria subito dopo Pasqua. In particolare le Regioni chiedono che il Piano nazionale vaccini venga 'declinato' all'interno dei Dpcm sui Lea, nonché che venga garantita dal Governo la piena copertura finanziaria sulle prestazioni da assicurare ai cittadini. E anche il Tesoro, prima di esprimere un parere sul Dpcm, chiede un puntuale confronto sulla compatibilità economica del decreto.

Tra i nuovi Lea nella bozza di decreto all'esame delle Regioni, figurano cure palliative domiciliari ai malati in fase terminale, assistenza a donne e coppie anche in relazione ai problemi di infertilità e procreazione medicalmente assistita, e tre novità tra le patologie riconosciute come croniche, ovvero la Broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), l'osteomielite e malattie renali croniche. Dall'elenco della patologie croniche, tuttavia, esce l'ipertensione senza danno d'organo, come lamentato dagli esponenti della Fimmg.

Nei nuovi Lea è inoltre prevista l'introduzione dell'anestesia epidurale per il parto senza dolore. Aumenta poi la lista dei Drg ospedalieri a rischio di inappropriatezza, che passano dagli attuali 43 a quota 109, con ben 66 Drg in più da erogare ambulatorialmente anziché in regime di ricovero. Cresce, poi, la lista delle malattie rare, per garantire a chi ne è affetto l'esenzione dal ticket. Sul fronte vaccini, invece, l'attuale bozza del Piano nazionale, che le Regioni vorrebbero declinare nel Dpcm sui Lea, prevede quattro novità rispetto al precedente Piano vaccini 2005-2007.

Per la prima volta entrerebbero a far parte dei Livelli essenziali di assistenza i vaccini contro meningococco C, pneumococco, varicella per gli adolescenti che, compiuti i 12 anni, non si sono ancora imbattuti nella malattia (nel precedente Piano era previsto per i gruppi a rischio e non per gli adolescenti suscettibili), e Hpv, principale responsabile del cancro alla cervice uterina, di cui è già stata definita la gratuità per le pre-adolescenti nel dodicesimo anno di vita. I nuovi vaccini affiancherebbero i nove attualmente nei Lea e dunque gratuiti in tutt'Italia.

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Anche lo Snami torni a trattare

Per il Ministro Livia Turco si devono riammettere i sindacati di medicina generale non firmatari della Convenzione nazionale alle trattative di rinnovo dell'accordo a livello regionale e aziendale

L'invito agli assessori regionali alla Sanità è contenuto in una lettera, datata 18 marzo, che chiede - nel pieno rispetto dell'autonomia decisionale a livello regionale e aziendale - la riammissione del Sindacato autonomo dei medici italiani (Snami), unica sigla a non aver firmato l'ultimo accordo convenzionale.

Nella missiva il ministro ricorda che l'esclusione dalle contrattazioni regionali e aziendali è previsto dallo stesso accordo con comprensibili ragioni, visto che non avrebbe ragion d'essere la partecipazione alle trattative di una sigla che non ha condiviso la firma del contratto. Ciononostante, Turco sottolinea che l'attuale vertice dello Snami, nel frattempo rinnovato, "si trova oggi a gestire le ricadute di decisioni la cui responsabilità non può essere ascritta alle sue scelte", e ricorda come anche le altre organizzazioni sindacali puntino oggi ad un maggiore coinvolgimento di tutti i sindacati nelle narrative convenzionali.

Turco testimonia inoltre come lo Snami, "pur nella diversità dei punti di vista e delle posizioni via via espresse, ha mostrato sensibilità istituzionale e interesse autentico e costruttivo per il rilancio della medicina generale". Infine, Turco ricorda che "la medicina generale è protagonista, in questo momento, di una nuova stagione dalla quale possono derivare novità interessanti per la qualità ed efficacia dell'assistenza nei confronti dei cittadini, il cui consolidamento ha bisogno di poter contare su un clima il più possibile sereno e al riparo da conflittualità evitabili".

"Siamo lusingati e soddisfatti per questo intervento del ministro - ha commentato Mauro Martini, presidente dello Snami - frutto anche della nostra attività dell'ultimo anno. Ritenevamo non corretta l'esclusione dalle trattative unicamente per la mancata firma nazionale. E' infatti cambiata la dirigenza del sindacato e anche la filosofia e l'operatività". In particolare, continua, "è diverso l'approccio istituzionale. Oggi vogliamo essere nella stanza di bottoni per poter collaborare e portare avanti la nostra filosofia, sicuramente diversa ma utile, nel confronto dialettico, ad organizzare meglio il Servizio sanitario nazionale".

Fino ad oggi lo Snami, escluso da tutte le trattative regionali e aziendali in alcune realtà in cui è più rappresentativo, era stato comunque interpellato sotto diverse forme (uditore, consulente eccetera) e "nei casi in cui ha fatto ricorso al giudice del lavoro ha sempre ottenuto di essere riammesso alle trattative", conclude Martini.

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18 marzo 2008

Contraccezione d'emergenza in tribunale

Il Giudice per le indagini preliminari di Roma, Carlo Mattioli, ha fissato per il 10 aprile l'udienza sul procedimento esposto "il primo febbraio 2006, quando decidemmo di denunciare i medici del Policlinico Umberto I e del San Giovanni di Roma che, appellandosi all'obiezione di coscienza, si rifiutarono di prescrivere la cosiddetta 'pillola del giorno dopo' a una paziente che ne faceva urgente richiesta".

Lo annunciano l'avvocato Alessandro Gerardi e Massimiliano Iervolino, segretario dell'Associazione Radicali Roma e candidato al 19esimo collegio della Provincia di Roma nelle liste del Partito Democratico.

"All'udienza - spiegano - tenteremo di dimostrare per la prima volta in un'aula giudiziaria, soprattutto grazie al parere medico-scientifico redatto da Silvio Viale sul meccanismo d'azione del levonorgestrel, che i medici che non forniscono la ricetta per l'acquisto della cosiddetta 'pillola del giorno dopo' compiono un vero e proprio reato di interruzione di pubblico servizio, omissione d'atti d'ufficio e non un atto di rispetto della propria coscienza".

Un atteggiamento, concludono, "che come per i profilattici e la pillola contraccettiva non è previsto né consentito dalla legge".

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Spesa farmaceutica, più che la marca, il prezzo

Nel 2008 il mercato dei farmaci generici avrà un'incidenza sulla spesa farmaceutica complessiva del Servizio sanitario nazionale pari a circa il 24%.

La stima è contenuta nell'intervento svolto da Nello Martini, direttore generale dell'Agenzia italiana del farmaco, al Forum Sanità Futura in corso a Cernobbio (Como).

Un dato che testimonia una crescita costante del peso dei medicinali equivalenti: se infatti nel 2001 si registrava al massimo un impatto dell'1% sulla spesa e del 2,1% sul totale delle prescrizioni, le percentuali sono andate crescendo, passando rispettivamente al 9,8% sulla spesa e al 20,8% sulle dosi prescritte nel 2003, per arrivare al 13,1% e al 24,8% del 2006, e attestarsi al 18,7% sul totale di spesa e al 29,7% sulle ricette del 2007. "Quest'anno ci saranno molecole importanti che perderanno la copertura brevettuale", ha ricordato Martini. Sono infatti 12 i principi attivi in scadenza brevettuale nel 2008.

"Molecole che garantiranno risparmi per il Ssn per un totale di 411 milioni di euro", ha assicurato il direttore generale dell'Aifa. Sui dati però non concordano i produttori di farmaci generici, che parlano di cifre diverse: secondo Assogenerici, infatti, gli equivalenti avrebbero un'incidenza reale di mercato pari al 4,8% per valori e all'8,5% per unità vendute. "La differenza di cifre - ha precisato Martini - è dovuta al fatto che, quando c'è un medicinale non più coperto da brevetto, i farmaci che appartengono a questa molecola possono avere un nome commerciale o uno chimico (quello del principio attivo).

Per entrambi, il Ssn rimborsa il prezzo più basso. Dunque, la spesa pubblica nazionale è la somma di tutte le prescrizioni pagate al prezzo più basso (salvo che il cittadino voglia comprare il farmaco più caro, pagandone la differenza). Se quantifichiamo allora - ha spiegato - tutta la spesa per farmaci fuori brevetto, con o senza nome commerciale, si arriva alla percentuale del 24%.

Se al contrario, come fanno i produttori, si quantifica la spesa solo per i farmaci con nome del principio attivo, allora la percentuale si ferma al 4,8%. Per il Ssn però - ha concluso - una volta che il medicinale ha perduto il brevetto e viene rimborsato per una certa somma, che si chiami in un modo o nell'altro, non cambia nulla".

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Liste d'attesa, la Cimo risponde al Tdm

"In Italia le liste d'attesa sono esattamente sovrapponibili, se non migliori, a quelle di molti altri Paesi della Comunità europea, basta informarsi nelle sedi competenti. Il Tribunale per i diritti del malato la smetta una volta per tutte di distorcere i fatti mescolando pretestuosamente l'attività istituzionale con quella libero professionale dei medici italiani".

Stefano Biasioli, presidente nazionale Cimo-Asmd, commenta così i dati diffusi oggi dal Tdm sulle liste d'attesa in Italia e, più in generale, sullo stato di salute del nostro Ssn. Biasioli etichetta i dati diffusi dal Tdm come "reprimende assolutamente immotivate, che vengono da un pulpito di chi è capace solo di criminalizzare gli effetti senza, al bisogno, affrontare il problema delle cause. Ancora un volta la Cimo ricorda al Tdm - scrive in una nota il presidente del sindacato - che i medici italiani garantiscono ai cittadini un numero di prestazioni ambulatoriali che è circa il triplo di quello assicurato dai vicini colleghi francesi ed è imparagonabile rispetto a quello assicurato istituzionalmente dal servizio sanitario inglese, dal Canada e dagli Usa. Non si può gettare questo tema in pasto agli 'squali' in periodo di campagna elettorale.

Il Tdm fa finta di dimenticarsi che la Federazione degli Ordini ha recentemente aperto un tavolo istituzionale sulle liste d'attesa: tutte le organizzazioni mediche erano presenti, mentre mancavano parecchie organizzazioni di tutela del malato. Perché?", domanda Biasioli. "I medici della Cimo e tutti i medici ospedalieri e distrettuali - prosegue Biasioli - sono stanchi di essere additati ingiustamente. E sono stufi perché non si ritengono assolutamente dei lavativi, perché lavativi non sono quei camici bianchi che garantiscono un miliardo e quattrocento milioni di prestazioni ambulatoriali ogni anno".

"La Cimo si augura che, a differenza di quanto fatto da Prodi-Turco, il prossimo Governo metta tra le priorità della propria agenda il problema delle prestazioni ambulatoriali codificandone non tanto le priorità quanto le tipologie e la loro cadenza temporale, alla luce non degli impossibili desideri del Tdm ma delle linee guida specialistiche, siano esse italiane, europee o americane.

E' tempo di passare dalle parole ai fatti - conclude il presidente Cimo-Asmd - e i fatti richiederebbero solo una cosa: una massiccia immissione di risorse umane ed economiche, se la scelta sarà quella di offrire ai cittadini italiani non l'attuale miliardo e quattrocento milioni di prestazioni, ma dai due ai quattro miliardi di prestazioni per ogni anno".

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Nel Ssn burocrazia e sperequazioni

Rapporto Pit Salute 2007

Prestazioni sanitarie troppo diverse da Regione a Regione e troppa burocrazia. Sono questi i difetti principali dell'attuale assetto sanitario in base all'ultimo rapporto Pit Salute 2007 'Ai confini della sanità. I cittadini alle prese con il federalismo', elaborato da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato (Tdm). "Sebbene gli errori medici (18%), l'accesso alle informazioni e documentazioni (17%) e l'invalidità (8,2%) risultino in testa alle segnalazioni dei cittadini - rileva il rapporto - un'attenta analisi dei dati rivela come sia il federalismo (17,4%) il tema emergente dell'anno.

La mobilità sanitaria (8%), sia nazionale (75% della mobilità) che internazionale (25%), e i diversi aspetti legati all'accesso ai farmaci (3,9%), così come la permanenza delle liste di attesa (5,5%) evidenziano come i cittadini si ritrovino sempre più schiacciati da scelte amministrative, più o meno consapevoli, che limitano i propri diritti, anche in contrapposizione a scelte di indirizzo nazionali come quelle contenute nei Livelli essenziali di assistenza (Lea)". Quanto alla burocrazia, in molte occasioni un è "muro difficilmente superabile". Esemplificativa in questo senso è la condizione denunciata dagli italiani con malattie rare.

La solitudine (1,8%) che segnalano, la difficoltà a ottenere benefici o una diagnosi (29%), o l'accesso a una cura (16%). Fattori che spingono questi pazienti a rivolgersi a cure all'estero (15%). La solitudine non riguarda tuttavia solo questi malati, ma più in generale tutti i cittadini che si misurano con il Ssn, denuncia Cittadinanzattiva-Tdm, mettendo in luce una "incapacità delle strutture di comunicare efficacemente con gli utenti. Infatti, il 13% delle segnalazioni riguarda proprio l'accesso alle informazioni, cioè come accedere ai servizi sanitari (26%) e come orientarsi nelle scelte (22%). Discorso a parte per il tema dell'invalidità (8,2%), area che registra dal 2004 un aumento costante delle segnalazioni".

"I programmi degli schieramenti tacciono sul principale pilastro del nostro welfare - denuncia Teresa Petrangolini, segretario generale di Cittadinanzattiva - Tutto questo è particolarmente grave, proprio alla luce dei dati presentati oggi, che sottolineano l'estrema frantumazione del sistema sanitario".

In particolare, suggerisce Petrangolini, occorrono "un riequilibrio tra ministero della Salute e Regioni, e l'istituzione di un osservatorio sul federalismo per assicurare l'uniformità del trattamento; potenziare i controlli sull'effettiva erogazione dei Lea; l'adozione della Carta europea dei diritti del malato da parte del Parlamento, dei Consigli regionali e degli ordini professionali; la partecipazione dei cittadini alla valutazione di strutture, dirigenti e professionisti, e alla formazione dei programmi regionali e aziendali; la riduzione dei tempi di attesa attraverso l'applicazione uniforme della normativa nazionale che prevede tempi massimi per prestazioni, blocco delle prenotazione e l'attesa di non più di 72 ore per le urgenze differibili".

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La nuova Commissione ECM della svolta

Volti nuovi e conferme nella nuova Commissione Ecm, varata dal decreto di istituzione firmato dal ministro della Salute Livia Turco, a Cernobbio dove è in corso il Forum Sanità Futura

Le novità della rinnovata Commissione - di cui ancora non è disponibile la composizione completa perché il decreto deve essere perfezionato - partono dal vertice dove, sotto la presidenza del ministro Turco, si dimezzano i vicepresidenti che non saranno più quattro, ma due: Amedeo Bianco, presidente della Fnomceo come rappresentate delle professioni, ed Enrico Rossi, coordinatore degli assessori regionali e rappresentante per le Regioni.

Nel comitato di presidenza anche Aldo Ancona, direttore generale dell'Agenzia nazionale per i servizi regionali, e il direttore del ministero della Salute Giovanni Leonardi. Degli altri componenti sette sono designati dal ministero della Salute, di cui due su indicazione del ministero dell'Università e della Ricerca, in questo caso si tratta di due 'novità': Andrea Lenzi, presidente del Consiglio universitario nazionale (Cun), e Roberto Basta, del ministero dell'Università e della ricerca. Otto esperti invece sono designati dalle regioni e 15 dalle professioni (federazioni, ordini, collegi, associazioni).

Tra le new entry - a quanto si apprende - Luigi Conte (Ordine dei medici di Udine), Salvatore Onorati (Ordine dei medici di Foggia), il toscano Alberto Zenobini (designato dalla Conferenza Stato-Regioni) e Marcello Bozzi, rappresentate degli infermieri che si aggiunge al riconfermato Gennaro Rocco (Ipasvi), aumentando così la rappresentatività di questa professione nell'organismo di governo della formazione continua. Tra i riconfermati Riccardo Vigneri, ordinario di endocrinologia, e Paolo Messina, chirurgo dell'ospedale S.Orsola di Bologna, di nomina ministeriale. Riconfermate anche molte nomine 'professionali', quasi la maggioranza. Tra questi, Felice Ribaldone (farmacisti), Luigi Palma (psicologi), Gaetano Penocchio (veterinari), Claudio Ciavatta (fisioterapista), Giuseppe Renzo (dentisti). Con la nomina della nuova Commissione parte concretamente il nuovo corso del programma di formazione continua per gli operatori sanitari, con il superamento della fase sperimentale.

E sarà l'Agenzia nazionale dei servizi sanitari regionali (già Assr, oggi Agenas) la 'casa comune', a livello nazionale, dell'Ecm, come ha ricordato Renato Balduzzi, presidente dell'Agenzia, in un messaggio inviato all'incontro in corso a Cernobbio. "L'Agenzia - spiega Balduzzi - svolge attività di supporto alla Commissione Ecm e ne è anche sede.

La scelta dell'Agenzia (confermata dalla legge finanziaria) come ente a cui demandare la gestione amministrativa del programma Ecm e il supporto alla Commissione nazionale per la formazione chiarisce e conferma il ruolo dell'Agenas come organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale, sede naturale per la collaborazione fra livelli di governo differenti, portatori di interessi non sempre convergenti e che devono trovare un punto d'incontro che tenga conto delle esigenze e delle proposte sia dei fruitori della formazione sia delle loro istanze rappresentative".

Per Balduzzi, "la gestione amministrativa dell'Ecm e il supporto alla Commissione nazionale per la formazione continua costituiscono un'ulteriore sfida: in un settore che vede ancora notevoli disuguaglianze regionali il lavoro dell'Agenzia sarà, ancora una volta, un lavoro di tipo tecnico-scientifico, attento alle esigenze e alle caratteristiche dei diversi territori e dei diversi comparti disciplinari".

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17 marzo 2008

Bianco a Sanità Futura, un'innovazione dal volto umano

Il futuro della buona sanità non è solo questione di tecnologie e innovazioni. Serve anche attenzione ai rapporti umani: è necessario infatti puntare sempre di più all'umanizzazione della medicina.

Lo sostiene il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri (Fnomceo), Amedeo Bianco, a margine del forum Sanità futura, organizzato sotto la direzione scientifica del ministero della Salute, che si è aperto oggi a Cernobbio (Como).

"Il futuro - ha spiegato Bianco - è un mix di innovazioni nel campo delle tecnologie informatiche e delle biotecnologe, novità sicuramente indispensabili per migliorare la qualità dell'assistenza. Ma l'innovazione utile, riguarda anche le scienze umane nel senso della necessità di riscoprire il grande significato del rapporto umano". La sanità del futuro insomma è "un felice incontro - ha aggiunto Bianco - fra le suggestioni delle tecnologie e gli antichi principi che permettono di stare vicino alle persone".

Per il presidente dei medici italiani, è fondamentale in sanità riscoprire "il senso e il significato dei rapporti fra le persone, dell'empatia. Anche le innovazioni e le organizzazioni più importanti e incisive non bastano a rendere 'buona' la medicina se manca un buon rapporto umano, che è la prima 'arma' di cura a disposizione dei camici bianchi".

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Più spazio alle professioni nell'ECM

Il ministro della Salute Livia Turco ha firmato il decreto che istituisce la nuova Commissione Ecm, che darà il via al nuovo corso della formazione continua di medici e operatori sanitari, dopo la lunga fase di sperimentazione terminata lo scorso dicembre.

L'approvazione è stata comunicata al Forum Sanità Futura in corso a Cernobbio, durante l'incontro per la presentazione del "Riordino del sistema Ecm". "Con la firma del decreto - ha spiegato Aldo Ancona, direttore generale dell'Agenzia nazionale dei servizi sanitari regionali (Assr) - si è portata a compimento la riorganizzazione degli organi di governo dell'Ecm, dopo le designazioni già fatte dalle Regioni per l'Osservatorio di qualità che compete loro. Ciò consente di partire con il nuovo regime previsto con l'accordo di agosto.

Ora, al di là della governance e degli organismi di gestione, si tratta di riempire di contenuti e quindi di affrontare i nuovi problemi che ci sono, sul piano formazione e sulla regolamentazione degli accrediti e dei provider. Ma abbiamo l'elemento essenziale per poter partire".

"La nuova Commissione - spiega Maria Linetti, coordinatrice dell'attuale commissione Ecm - è il prodotto dell'esperienza maturata durante la sperimentazione che si è protratta fino al dicembre 2007. E' una commissione improntata su una grande convergenza e su una grande condivisione del progetto Ecm".

La presenza più significativa, nella nuova composizione, "riguarda le professioni, che sono destinatarie del programma - continua Linetti - quindi è una commissione vicina agli operatori, in cui anche lo Stato e le Regioni non solo hanno fatto un passo indietro, ma l'hanno fatto in favore delle professioni". Si tratta anche di "un organismo allargato a 'strumenti' di consulenza e operativi, che danno garanzie. C'è l'Osservatorio che garantisce sulla qualità dell'offerta formativa - elenca Linetti - la Consulta nazionale che dà garanzia sulla produzione formativa, il Cogeaps (Consorzio per la gestione anagrafica delle professioni sanitarie) che garantisce la certificazione dei crediti formativi".

E' senza dubbio "un'impalcatura 'pesante' dal punto di vista numerico e per numero di organi - ammette il funzionario ministeriale - ma è una composizione che deve dare garanzie a tutto tondo, perché l'Ecm tocca tanti interessi, tante qualifiche, e ognuno di questi va rappresentato". Per il momento, però, non sono stati ancora resi noti i nomi dei componenti. "Il decreto deve essere registrato - conclude Linetti - può subire valutazioni procedurali, curriculari e quindi daremo i nomi appena possibile". La riserva, però, potrebbe essere sciolta in giornata "al massimo tra qualche giorno".

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Turco a Cernobbio, difendere l'autonomia del Ministero della Sanità

Nel suo intervento di apertura del forum Sanità Futura, a Cernobbio (Como), Livia Turco torna a difendere l'autonomia del ministero della Salute, in vista di un suo possibile accorpamento

"Che si chiami ministero della Salute o del benessere, è importante però che mantenga il suo ruolo forte e autorevole, fondamentale di fronte a un sistema federalista" ha detto il ministro, ricordando che "è importante che il ministero metta insieme salute e politiche sociali, perché l'integrazione socio-sanitaria è la dimensione del futuro". Il ministro ribadisce quindi l'importanza di avere un punto di riferimento nazionale, nel ministero della Salute per promuovere, monitorare, valutare l'effettiva applicazione dei Livelli essenziali di assistenza.

Per il ministro è infatti importante che il nostro Servizio sanitario nazionale, universalistico, pubblico e solidale, "con tutti i suoi difetti resti un grande patrimonio di cui essere orgogliosi. I cittadini - afferma - devono richiedere diritti, ma anche esercitare doveri". Quanto poi al miglioramento del Ssn "ogni regione deve guardare all'efficienza, che a sua volta genera equità. Non servono infatti solo risorse - ammonisce il ministro - se non si ha capacità di usarle". Turco cita in proposito i piani di rientro dal debito con i quali "abbiamo accompagnato le Regioni, anche con una politica impopolare. In questo caso un ministero della Salute forte e autorevole è stato fondamentale".

E che serva un momento centrale "forte", secondo il ministro, lo si evince anche da un altro aspetto: l'applicazione dei Lea. In passato è risultata ineguale, tanto che oggi Turco sostiene la necessità di un organismo politico e tecnico, da realizzare al ministero della Salute, che valuti il rispetto dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) su tutto il territorio nazionale, nonché la qualità dell'applicazione, e attivi poteri sostitutivi nei casi in cui si verificano inadempienze.

"Questa idea l'avevo proposta nel decreto sull'ammodernamento del Ssn. Ora - ha detto il ministro - la consegno a futura memoria". Turco ribadisce, infatti, che oltre ad "emanare i Lea, è poi necessario controllare che sia garantita un'omogeneità dei servizi assistenziali su tutto il territorio italiano.

Applicare i Lea - ha concluso - è compito dello Stato, perciò secondo le leggi vigenti in materia, c'è bisogno, per fare questo, di un ministero che abbia più poteri in modo da realizzare davvero ciò che il Titolo V già prevede".

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16 marzo 2008

In aumento "chirurgia di un giorno"

In aumento in Italia il ricorso alla 'chirurgia di un giorno', indice di appropriatezza dell'assistenza ospedaliera.

Secondo il Rapporto sull'attività di ricovero ospedaliero nel 2005, messo a punto dal ministero della Salute, negli ultimi 5 anni la percentuale di pazienti dimessi dopo un intervento in day surgery è passata dal 10 per cento al 14 per cento dell'attività annuale complessiva.

Nel rapporto si segnala inoltre un minor ricorso all'assistenza ospedaliera per patologie croniche, quali diabete e asma, che possono essere trattate efficacemente nei centri territoriali a livello ambulatoriale.

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50mila morti per tumore per anno, prevenire si può

E' come se un volo di linea cadesse ogni giorno senza alcun superstite, registrando 205 morti. E' l'immagine descritta da Francesco Schittulli, presidente della Lilt (Lega italiana per la lotta ai tumori), quella che più di ogni altra raffigura la strage che si consuma ogni giorno in Italia a causa della scarsa prevenzione dei tumori.

Delle 150.000 persone che muoiono ogni anno di cancro nel nostro Paese, oltre 75.000 potrebbero salvarsi "se diventassero protagonisti della propria salute", sottolinea il presidente della Lilt, che ha illustrato i dati, venerdì a Roma, in occasione della presentazione della Settimana nazionale per la prevenzione oncologica, in una conferenza a Palazzo Chigi.

Ogni giorno nel nostro Paese si ammalano di cancro più di 700 persone, per un totale di 270.000 nuovi casi all'anno. Il tasso di guaribilità è del 54 per cento, "ma potrebbe raggiungere l'80 per cento - sottolinea Schittulli - se ognuno di noi cominciasse ad adottare stili di vita corretti e a sottoporsi con regolare periodicità a opportuni controlli clinico-strumentali". Ma sono molti gli italiani che dimenticano di farlo. "Quattro 'morti bianche' al giorno sono inaccettabili - tuona Schittulli riferendosi agli incidenti mortali sul lavoro - ma altrettanto vergognosi sono 205 decessi al giorno che potremmo evitare".

Ad oggi le persone che hanno un 'vissuto' di cancro alle spalle sono un milione e 800 mila - un numero superiore agli abitanti di una città come Milano - 900 mila quelle che si stanno sottoponendo a delle cure per combatterlo e 180 mila quelli in fase terminale. Nell'ultimo quinquennio - ha riportato ancora la Lilt - al 23 per cento della popolazione maschile è stato diagnosticato un cancro e il 9 per cento dei pazienti non ce l'ha fatta a sopravvivere. Minori, anche se di poco, le percentuali relative alle popolazione femminile: 21 per cento con un tasso di mortalità del 7,5 per cento.Il tumore alla mammella registra la più alta percentuale di guaribilità (87 per cento), seguito dai linfomi (85 per cento), dal cancro al collo dell'utero e dal melanoma (84 per cento), dal tumore al colon (59 per cento), al retto (56 per cento), all'ovaio (26 per cento) e dal cancro al polmone (21 per cento). Fondamentale, in una storia di tumore, è la diagnosi: più è precoce e maggiori sono le possibilità di salvarsi.

Per questo, secondo Schittulli, "il nostro Servizio sanitario nazionale andrebbe ripensato - afferma il presidente della Lilt - Dovremmo avere ambulatori dove sottoporre i cittadini a diagnosi in ogni quartiere, lasciando agli ospedali il solo compito di curare e coinvolgendo anche il 'privato' in questa importante sfida, perché il pubblico sta perdendo innegabilmente terreno. Solo così potremmo salvare vite umane e abbattere liste d'attesa. Se non riusciremo ad organizzarci, tra 70 anni saremo allo stesso punto".

Ogni giorno, dunque, un virtuale aereo di linea continuerà a schiantarsi al suolo, bruciando la vita di 205 persone: "Quelle che - sottolinea ancora Schittulli - hanno perso di vista la prevenzione, ovvero non si sono sottoposti agli esami diagnostici previsti e non hanno seguito le regole di uno stile di vita sano. Non possiamo più permetterlo - conclude categorico Schittulli - E' ora di correre ai ripari".

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Cernobbio 2008, si parla di ricerca e tecnologia

Il ministro della Salute Livia Turco ha inaugurato l'edizione 2008 del Forum 'Sanità Futura' a Cernobbio (Como), aprendo i lavori oggi alle 10.

In programma fino al 19 marzo, il Forum si propone quest'anno come momento di analisi e confronto istituzionale sull'innovazione del Ssn - riferisce una nota del ministero - riordino del programma di formazione continua dei medici e operatori sanitari (Ecm), ammodernamento e corretto uso delle tecnologie in sanità, farmaci e ricerca: sono le tematiche guida di un programma ricco di eventi ed appuntamenti, a cui parteciperanno i protagonisti del settore, dal ministero della Salute e le Regioni alle aziende sanitarie e ospedaliere, gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs), l'Università e le imprese.

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Ricoveri ospedalieri in lieve calo

Rapporto Ministero, quasi 5 milioni gli interventi chirurgici

Tredici milioni di ricoveri negli ospedali della Penisola, per un totale di oltre 79 milioni di giornate di degenza.

Ben 4 milioni e 700 mila gli interventi chirurgici. Sono i numeri, imponenti, dell'assistenza ospedaliera pubblica in Italia, illustrati nel Rapporto sull'attività di ricovero ospedaliero nel 2005 messo a punto dal ministero della Salute.

Il rapporto è il frutto delle schede di dimissione ospedaliera (Sdo) di 1.337 strutture pubbliche e private. Ne emerge - sottolinea il ministero - un utilizzo sempre più appropriato dell'assistenza ospedaliera, per casi con complessità clinica più elevata, soprattutto nelle strutture del Nord-Italia.

Nel 2005 i ricoveri risultano in lieve diminuzione rispetto all'anno precedente, grazie a una significativa riduzione delle degenze in regime ordinario (circa 140 mila in meno) e a un contemporaneo e consistente aumento dei trattamenti in day hospital (circa 97 mila in più). Dai 25 anni ai 44 sono le donne a 'frequentare' maggiormente gli ospedali, con circa 134 ricoveri su mille contro i 63 degli uomini.

Il dato si inverte dai 65 ai 74 anni, con circa 293 ricoveri su mille per i maschi e 196 per le donne. In media i ricoveri in 'rosa' sono meno costosi: la remunerazione media a prestazione è infatti di 2.850 euro per le donne e di 3.255 euro per gli uomini.

Il ricorso al ricovero in strutture al di fuori della propria regione di residenza è stabile negli anni: 7,3 per cento per il regime ordinario e 6,2 per cento in day hospital. In costante e consistente crescita è invece l'assistenza ospedaliera ai cittadini stranieri presenti in Italia: oltre 508 mila pazienti nel 2005.

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14 marzo 2008

Danni da trasfusioni, insediata la commissione

E' stata insediata oggi la Commissione ministeriale per le transazioni in favore dei danneggiati da sangue ed emoderivati infetti.

Ne dà notizia il sottosegretario alla Salute Antonio Gaglione, che in una nota spiega come l'organismo, che lui stesso presiederà, sarà "funzionale alla definizione dei criteri e del percorso attuativo per la stipula" delle transazioni "con le diverse categorie di danneggiati da sangue ed emoderivati infetti" con l'obiettivo "di impiegare le somme stanziate per queste finalità dalla Legge Finanziaria 2008 e dalla legge 29 novembre 2007, n.222".

La Commissione è composta da dirigenti del ministero della Salute, tra i quali il direttore generale per la programmazione sanitaria Filippo Palumbo, del ministero dell'Economia e della Presidenza del Consiglio.

Per la fine di marzo "è prevista un'audizione di tutte le associazioni dei danneggiati da sangue ed emoderivati infetti che hanno partecipato ai lavori dei tavoli tecnici istituiti presso il ministero della Salute", conclude il sottosegretario.

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Roma, inaugurata nuova sede Campus Bio-Medico

'Taglio del nastro' ieri a Trigoria per la nuova sede dell'università Campus Bio-Medico di Roma, alla presenza del cardinale Tarcisio Bertone, del presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, dell'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, di Joaquín Navarro-Valls e del Prelato dell'Opus Dei, Javier Echevarría. Nata nel 1993, l'università Campus Bio-Medico di Roma, che finora aveva sede in via Longoni - si legge in una nota - è un'opera apostolica della Prelatura dell'Opus Dei. Conta oggi oltre mille studenti, suddivisi in cinque corsi di laurea: Medicina e Chirurgia, Ingegneria biomedica, Infermieristica, Dietistica e Scienze dell'alimentazione e della Nutrizione umana.

Su 75 ettari di terreno immersi nel verde - continua la nota - aprono ora le porte delle nuove strutture universitarie dedicate alle attività didattiche, di ricerca e di assistenza sanitaria. Al centro del nuovo Campus sorge, su 62 mila mq di superficie, il policlinico universitario, realizzato in poco più di tre anni secondo i più moderni criteri di edilizia ospedaliera.

Dotata di 18 sale operatorie, convenzionato con il Servizio sanitario nazionale, capace di ospitare fino a 400 posti letto in camere singole e doppie, con la disponibilità di un eliporto, la struttura sarà in grado di offrire assistenza medica di qualità, in ambienti studiati per garantire alti livelli di comfort.

Accanto al policlinico si estende, su 20 mila di superficie, il nuovo Polo di ricerca avanzata in Biomedicina e bioingegneria. Realizzato con il contributo di fondi pubblici italiani ed europei, il polo arriverà a ospitare fino a 300 ricercatori.

In questa fase di avvio è organizzato in 10 moduli destinati a laboratori di Bioingegneria e in 18 moduli per laboratori di Biomedicina. Sarà dedicato ad attività di ricerca finalizzate all'innovazione della pratica clinica e allo sviluppo di tecnologie bioingegneristiche. L'intero progetto ha finora comportato investimenti per 180 milioni di euro. A regime, il campus universitario darà lavoro a circa tremila persone.

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Farmaci, Aifa ritira lotto cefazolina Dorom

L'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha disposto il ritiro dal mercato di un lotto del medicinale Cefazolina Dorom 1g/3ml, un antibiotico appartenente alla categoria delle cefalosporine per il trattamento delle infezioni batteriche.

Il motivo è uno scambio di dosaggi all'interno di alcune confezioni del prodotto. Il provvedimento - si legge in una nota Aifa - riguarda il lotto N. 2DC7043DH703 con scadenza 09/2009 del medicinale Cefazolina Dorom 1g/3ml, con autorizzazione di immissione in commercio A023827090.

Si è reso necessario intervenire poiché all'interno di confezioni di Cefazolina Dorom 500 mg/1,5ml sono stati trovati flaconi di Cefazolina Dorom 1g/3ml 1 g (dosaggio doppio), a parità di principio attivo.

L'Aifa raccomanda ai pazienti in trattamento con il farmaco di verificare se il numero di lotto corrisponde a quello ritirato e, in tal caso, di sospendere l'uso e rivolgersi al proprio medico per una nuova prescrizione.

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Tumori, interagire col paziente cura e riduce costi

Le parole 'giuste' fanno bene al medico e al malato che deve affrontare un tumore. Una buona comunicazione tra l'oncologo e il paziente, infatti, aiuta nella cura migliorando l'adesione alle terapie, riducendo i costi dell'assistenza e il contenzioso legale.

Ed è anche una buona 'terapia' per i medici che corrono meno rischi di 'burn out', la malattia da stress che colpisce i camici bianchi. Una conferma arriva da uno studio-pilota, realizzato in tre strutture d'eccellenza italiane, che ha registrato la soddisfazione dei pazienti per la capacità dei medici di comunicare e, al tempo stesso, lo scontento dei camici bianchi per la mancanza di formazione ad hoc sul tema.

La ricerca - che fa parte di un progetto sperimentale, con risvolti anche pratici, per il miglioramento del rapporto di cura - è stata presentata al convegno 'La buona comunicazione in oncologia, risorsa medico e malato', in corso all'Istituto Regina Elena di Roma e realizzato con il contributo di Sanofi-Aventis. Un risultato concreto del progetto è la pubblicazione di due 'guide alla comunicazione' (scaricabili gratuitamente dal sito www.medinews.it), una rivolta ai medici per focalizzare alcuni errori più frequenti e suggerire comportamenti da adottare, l'altra rivolta al paziente, per rassicurarlo sui dubbi più comuni e sulle situazioni di imbarazzo, sottolineando il suo diritto a essere informato. In programma anche un corso di formazione online per gli oncologi.

"L'obiettivo dell'incontro di oggi (ieri ndr) è stimolare una riflessione su quali devono essere le priorità del sistema e denunciare l'arretratezza del nostro Paese: in Italia, infatti, la comunicazione non fa ancora parte della preparazione professionale degli oncologi", spiegano i due presidenti del convegno, Francesco Cognetti, direttore dell'Oncologia medica A del Regina Elena, e Pierfranco Conte, responsabile del Dipartimento integrato di Oncologia ed ematologia dell'università di Modena-Reggio Emilia.

L'indagine presentata - "i cui dati sono da considerare assolutamente preliminari", precisa Cognetti - ha coinvolto tre istituti di eccellenza (l'Ifo Regina Elena di Roma, l'Istituto nazionale dei tumori di Milano e il Policlinico-universitario di Modena) e dimostra che circa il 60 per cento dei professionisti considera la propria formazione universitaria su questo tema poco adeguata (un ulteriore 10 per cento per nulla adeguata) e solo uno su tre ha avuto la possibilità di seguire corsi Ecm ad hoc. Le pazienti, invece - 103 donne con tumore mammario che hanno risposto a un questionario - hanno 'promosso' i medici per la loro capacità di comunicazione e ascolto.

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Trapianti, l'appello del ministro Turco: donate

"Possiamo avere il sistema di trapianti migliore e più sicuro al mondo, ma questo sistema ha bisogno della linfa vitale delle donazioni".

Il ministro della Salute Livia Turco, in una conferenza stampa ieri a Roma su donazioni e trapianti di organi, cellule e tessuti, lancia un vero e proprio appello agli italiani, affinché siano "più generosi". L'Italia, sul fronte trapianti, vanta un ottimo livello in Europa e nel mondo per il sistema di cui è dotato, "ma c'è una cosa su cui non siamo molto soddisfatti - riconosce il ministro - ed è la disponibilità dei cittadini a donare i loro organi.

Il mio invito è di essere più generosi e far crescere la cultura della donazione". "Quello della promozione della cultura della donazione - riconosce la responsabile della sanità italiana - è un aspetto su cui bisogna lavorare molto. Così come bisogna lavorare dando il maggior numero possibile di informazione ai cittadini nella massima trasparenza". Un atteggiamento che il sistema è stato capace di dimostrare "anche nei momenti più drammatici - ha proseguito - come l'episodio accaduto all'ospedale Careggi di Firenze", dove nel febbraio dello scorso anno gli organi di una donna sieropositiva sono stati trapiantati per errore a tre pazienti.

"Sono stata comunque molto soddisfatta - afferma il ministro - di come il sistema ha saputo reagire a un insuccesso, rispondendo non con la paura e il timore, ma vedendo e intervenendo sugli aspetti da migliorare".

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Trapianti, diminuiscono le donazioni

Cresce l'età dei donatori, ma numeri pagano scotto anche del caso di Firenze

I trapianti di organo in Italia hanno subito una leggera frenata nel 2007. Le donazioni sono infatti diminuite del 3,3 per cento sul 2006. In calo anche il numero di trapianti effettuati: 49 in meno. Cresce, inoltre, il fronte dell'opposizione, ovvero la percentuale di italiani che nega l'assenso al prelievo di organi di un proprio caro.

Se nel 2006 il fronte del 'no' si attestava al 27,9 per cento, nel 2007 è passato al 30,9 per cento. I numeri del 'pianeta trapianti' per l'anno che ci siamo lasciati alle spalle sono stati forniti stamani, al ministero della Salute, da Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti (Cnt). "Nel 2007 - spiega Nanni Costa - sono stati effettuati 3.021 trapianti, di cui 1.573 di rene, 1.033 di fegato, 308 di cuore, 76 di pancreas e 2 di intestino". Il clima, al ministero della Salute, è comunque ottimista. I dati, nonostante il calo, sono considerati positivi.

Su di essi, infatti, incide l'aumento dell'età dei donatori, che spesso rappresenta un ostacolo al prelievo di organi, ma anche il caso verificatosi nell'ottobre dello scorso anno all'ospedale Careggi di Firenze, dove gli organi di una donna sieropositiva sono stati trapiantati per errore a tre pazienti. "A livello europeo si pensava che questa brutta vicenda - spiega il direttore del Cnt a margine della conferenza stampa - avrebbe portato a una riduzione importante delle donazioni. Invece, tutto sommato, abbiamo registrato una situazione di stabilità". Le donazioni, dunque, sono diminuite del 3,3 per cento nel 2007, ma alcune Regioni italiane hanno comunque chiuso l'anno con un bel segno positivo. Tra queste Puglia, Sicilia, Trento, Veneto e Umbria, mentre altre registrato un pareggio rispetto al 2006. Percorrendo lo Stivale in lungo e in largo, guadagnano il titolo di 'meno generosi' la provincia autonoma di Bolzano, Basilicata, Sicilia e Calabria: qui, infatti, si registra la più alta percentuale di opposizione alla donazione.

Quanto agli italiani che finora hanno espresso le loro dichiarazioni di volontà presso le aziende ospedaliere, questi sono circa 90 mila, di cui l'87,1 per cento favorevole e il 12,9 per cento contrario. "Ma a loro - precisa Nanni Costa - vanno aggiunti tutti coloro che si sono iscritti ad associazioni per la donazione di organi, come l'Aido, e quelli che hanno con sé il tesserino recante la dichiarazione di volontà, che noi stimiamo essere il 5-10 per cento".

Per far spazio alla solidarietà e incrementare il numero di italiani disposti a donare organi e tessuti, l'Aido ha presentato ieri la nuova campagna 'Donazione, parlane oggi'. Punto forte è lo spot tv di 30 secondi che ha per protagonista Alessandro Gassman.

Obiettivo convincere gli italiani a vincere ogni remora e paura parlando di donazione.

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13 marzo 2008

Aborto, boicotta chi decide per te

(Bologna) Dopo la notizia delle diciassette denunce arrivate in seguito all'azione di denuncia pubblica di venerdì pomeriggio 7 marzo, davanti alla farmacia S. Antonio di via Massarenti, che si rifiuta di vendere la pillola del giorno dopo, contraccettivo d'emergenza, incorrendo nel reato di rifiuto d'atti d'ufficio (art. 38 del R.D. 30 settembre 1938, n. 1702), è stato indetto per martedì 18 marzo, alle ore 21.00, al cs TPO

Le accuse che ci vengono mosse ? informa una nota stampa - sono di interruzione di servizio di pubblica necessità, danneggiamento e imbrattamento, per il semplice fatto di aver denunciato chi rifiuta di vendere la pillola del giorno. Abbiamo sanzionato ? riversando due sacchi di palline di polistirolo all'ingresso dell'esercizio e distribuendo materiale informativo ? quella che per noi è una sovradeterminazione che si gioca sulla nostra volontà di decidere sui nostri corpi e sulle nostre forme di vita.

Eravamo lì per ribadire che non tolleriamo che medici, preti e politici si arroghino il diritto di decidere per noi. E che non riconosciamo a queste categorie lo status di obiettori, quando il loro vero ruolo è quello di meri controllori di un ordine in cui non ci riconosciamo.

Le reazioni spropositate di curia, media ed esponenti di partiti di centro destra seguite repentinamente all'azione di venerdì rivelano che forse abbiamo toccato un nervo scoperto: la farmacia non è un luogo neutro, bensì un luogo centrale attraverso il quale si esprime sul territorio l'onnipresenza della cura medica nella cultura occidentale, ma è anche un vero e proprio dispositivo di potere con un compito ben preciso: far circolare pratiche di controllo e disciplina attraverso il corpo sociale. L'accanimento con cui ci perseguono, nonostante l'evidenza dei fatti smentisca le accuse, sta ad indicare che il percorso di disvelamento intrapreso mette in luce che quello in atto non è solo un attacco da parte delle autorità ecclesiastiche, ma anche un preciso tentativo di alcune potenti autorità non elettive di misurare sui nostri corpi il peso della propria influenza su questa campagna elettorale.

Così come riconosciamo dietro l'isterica reazione del farmacista una potente comunità epistemica dai toni neo\teocons. Non a caso sui giornali del 12 marzo la FOFI (Federazione ordine farmacisti italiani) dichiarava l'intenzione di riscrivere un testo di legge che tuteli il diritto all'obiezione anche per i farmacisti: di fatto le connessioni scienza medica-formazione-dispositivi di potere sono oggi più strette che mai e trovano nel controllo dei corpi e della sessualità un loro prescelto terreno di scontro.

Non si tratta quindi solo di repressione ma anche di normazione. Non saranno infatti le diciassette denunce a fermare la nostra campagna: quello che ci preoccupa è come le pratiche di espressione che vanno al di là dei semplici movimenti di opinione siano immediatamente tacciate di terrorismo attraverso campagne mediatiche e simultaneamente vengano tradotte da parte della procura di Bologna in procedimenti giudiziari. Il fine è di isolare pratiche conflittuali quali la promozione di campagne pubbliche di boicottaggio, capaci di consegnare a tutti la possibilità di riprodurre quotidianamente comportamenti di dissenso.

E tutto questo avviene in uno specifico momento politico sia nazionale che cittadino: un momento caratterizzato da una parte da una campagna elettorale che più farnetica sul diritto alla vita più omette le soggettività e i corpi reali, i quali autonomamente esprimono protagonismo e radicalità; e dalla stigmatizzazione di quelle soggettività che a Bologna esprimono e praticano conflitto su questi terreni.

Per tutte queste ragioni oggi ci vogliono zittire. E per tutte queste ragioni invitiamo tutte e tutti a partecipare all? incontro del 18 marzo al cs Tpo. Come Alice che inseguiva il bianconiglio noi abbiamo seguito i nostri desideri e ci siamo ritrovate/i in un deserto popolatissimo: da una parte le nostre "macchine" desideranti, dall'altro gli apparati di cattura e di trascrizione di normazione e controllo.

Li abbiamo scoperti nel momento stesso in cui provavano a nascondersi. Di fronte a questo ennesimo tentativo di normarci "adesso ridiamo con la risata di chi gli ordini li ignora". Guai a chi ci tocca - Tpo
(Delt@ Anno VI°, N. 57 del 12 Marzo 2008)

Leggi: Il Papa, i farmacisti e l'obiezione di coscienza

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La sanità non interessa ai candidati?

"In questi giorni di campagna elettorale, di tutto si parla tranne che di sanità. Si fanno tante chiacchiere sui nomi dei candidati da inserire nelle liste, ma non di come potranno essere garantite in modo totalmente gratuito le prestazioni sanitarie essenziali a una popolazione sempre più povera".

A dichiararlo è Stefano Biasoli, presidente nazionale della Cimo-Asmd, che 'punta il dito' contro i leader politici nazionali, impegnati in una serrata campagna elettorale in vista delle prossime elezioni di aprile.

"Come faranno - si chiede Biasioli in una nota - a pagare i ticket quelle 4.400 persone che a Vicenza campano con un reddito di 384 euro al mese?".

E ancora, "come potranno essere assistiti tutti i pazienti con malattie croniche per le quali è purtroppo prevista un'esenzione solo parziale?".

Temi scottanti che, secondo il presidente della Cimo, vengono però trascurati a vantaggio di promesse difficilmente realizzabili.

"E' molto più facile - conclude Biasioli - promettere un calo delle tasse, che non avverrà mai, piuttosto che una sanità più equa, più universale e più solidale a cittadini che diventano sempre più vecchi e più poveri. Quindi più deboli".

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Nuovo Piano nazionale vaccini, al via la verifica dei costi

Le Regioni stanno verificando la compatibilità finanziaria del Piano nazionale vaccini 2008-2010. La Commissione Salute della Conferenza delle Regioni ha infatti iniziato ieri l'esame del documento, ma ha deciso di riaggiornarsi a mercoledì prossimo, ovvero alla vigilia della Conferenza delle Regioni e della Stato-Regioni previste il 20 marzo, giorno in cui si dovrebbe giungere, se tutto dovesse filare liscio, all'approvazione definitiva del Piano.

L'attuale bozza del documento prevede quattro 'new entry' rispetto al precedente Piano vaccini 2005-2007.

Per la prima volta entrerebbero a far parte dei Livelli essenziali di assistenza i vaccini contro meningococco C, pneumococco, varicella per gli adolescenti che, compiuti i 12 anni, non si sono ancora imbattuti nella malattia (nel precedente Piano era previsto 'solo' per i gruppi a rischio e non per gli adolescenti 'suscettibili'), e Hpv, principale responsabile del cancro alla cervice uterina, di cui è già stata definita la gratuità per le pre-adolescenti nel dodicesimo anno di vita.

I nuovi vaccini affiancherebbero i nove attualmente nei Lea e dunque gratuiti in tutt'Italia, cioè quelli contro difterite, tetano, poliomielite, epatite B (obbligatori per legge), pertosse acellulare, H. influenza B (questi 6 vaccini sono disponibili in una formulazione combinata, nota come vaccino esavalente), morbillo, rosolia, parotite (questi 3 vaccini sono disponibili unicamente come vaccino trivalente), più il siero contro l'influenza, previsto solo per alcune categorie.

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Intramoenia, dal 2001 +63% di ricavi

La libera professione intramoenia dei medici 'fattura' di più. I ricavi per le prestazioni sanitarie in intramoenia sono aumentati del 63,9 per cento, passando da 700.277 euro del 2001 a 1.147.043 del 2006.

Le entrate superano le spese: i costi per le prestazioni in intramoenia hanno raggiunto 990.605 euro nel 2006. Il saldo è positivo, pari al 13,64 per cento.

Questi i dati dell'Osservatorio nazionale sulla libera professione intramuraria, illustrati ieri da Aldo Ancona, direttore dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Assr), durante il convegno al Senato per la presentazione dei volumi sull'indagine conoscitiva sull'intramoenia, condotta lo scorso anno dalla Commissione Sanità di Palazzo Madama.

La spesa pro-capite per i cittadini si attesta a 19,69 euro, con differenze notevoli fra le regioni. Modesti i ricoveri effettuati in regime di libera professione intramoenia: nel 2004 contavano solo per lo 0,37 per cento (51.794) del totale, comunque in aumento del 38 per cento rispetto al 2001.

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Intramoenia, piani ad hoc in 18 regioni

Lavori in corso in 18 Regioni, ferme solo Sicilia e Calabria. Presentati i dati dell'Osservatorio nazionale, utilizzato 69 per cento fondi per adeguare strutture

Lavori in corso, nella maggioranza delle Regioni italiane, per garantire l'esercizio della libera professione intramoenia dei medici nelle strutture pubbliche, con piani ad hoc, tariffe sotto controllo e spazi adeguati.

Ferme, invece, Sicilia e Calabria, che non hanno inviato alcuna comunicazione in materia e non hanno nemmeno richiesto i fondi disponibili, ancora inutilizzati. E' il quadro dell'Osservatorio nazionale per la libera professione intramuraria, illustrato da Aldo Ancona, direttore dell'Agenzia per i servizi sanitari regionali (Assr), durante il convegno organizzato al Senato per la presentazione dei volumi che raccolgono i risultati dell'indagine conoscitiva sull'intramoenia, condotta lo scorso anno dalla Commissione Sanità di Palazzo Madama.

Come previsto dalla legge approvata il 2 agosto 2007, che concede 18 mesi per mettersi in regola sulla libera professione intramuraria, dunque fino al 31 gennaio 2009, la relazione trimestrale sull'attuazione del provvedimento è stata inviata al ministero della Salute da 18 Regioni: in pratica quasi tutte tranne Calabria, Lazio e Sicilia. E' stato utilizzato il 69 per cento dei fondi per l'adeguamento edilizio.

In particolare, Trento, Veneto, Toscana e Basilicata hanno usato il 100 per cento dei finanziamenti, percentuali superiori al 90 per cento si registrano in Umbria, Emilia Romagna e Lazio. Seguono le altre regioni, con "le grosse eccezioni di Sicilia e Calabria - afferma Ancona - che non hanno chiesto i fondi e non fanno sapere nulla. Sappiamo le condizioni in cui versa la Calabria - riflette - forse per ora l'intramoenia è l'ultimo dei suoi problemi". Tant'è. Nella maggioranza delle Regioni, la Asl, tutte o in parte, hanno presentato i piani per l'esercizio della libera professione intramoenia in spazi pubblici.

Mancano all'appello Abruzzo, Molise e Sardegna, mentre nessuna comunicazione è arrivata da Lazio, Calabria e Sicilia. Dodici Regioni hanno avviato azioni in accordo con i sindacati della dirigenza medica: Liguria, Marche, Piemonte, Toscana, Umbria, Valle d'Aosta, Emilia Romagna, Trento, Campania, Friuli, Lazio e Molise. "I ritardi e le difficoltà che hanno ostacolato il passaggio dell'attività libero professionale dei medici nelle strutture pubbliche, o comunque in spazi controllati dal pubblico - spiega Ancona - si stanno superando. Le norme previste dalla legge non sono attuate ancora in modo omogeneo in tutt'Italia, perché i livelli di partenza erano diversi nelle varie Regioni, ma senz'altro si sono messe in moto anche le realtà fanalino di coda".

I dati illustrati ieri sono i primi risultati del monitoraggio svolto dall'Osservatorio nazionale, previsto dalla legge dell'agosto 2007 per verificarne l'attuazione in ciascuna regione e che ha cominciato i lavori a febbraio di quest'anno. "Come emerso anche dall'indagine conoscitiva - sottolinea Ignazio Marino, presidente della Commissione Sanità del Senato - bisogna garantire che il ricorso alle prestazioni intramoenia sia determinato dalla libera scelta dei cittadini e non dalle carenze organizzative dell'attività istituzionali, assicurando il rispetto dei tempi medi d'attesa per le prestazioni fissati dalle Asl, in particolare per le urgenze differibili".

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12 marzo 2008

Bioetica e prevenzione, il Pd apre un canale di comunicazione su Vitadidonna.it

di Mauro David
Intervista a Lucia Migliaccio

Gentile Lucia, cosa la spinge, come responsabile del Dipartimento di bioetica e prevenzione del Pd, ma anche come candidata alle elezioni per il Comune di Roma, ad aprire una pagina per i pareri delle/degli utenti di Vita di Donna?

Io penso che esista un senso nel prendersi delle responsabilità politiche ed è il senso della condivisione.

Credo in quello che faccio, e tutto ciò che spero di poter fare desidero che sia il risultato di uno sforzo comune...

Perchè l' Associazione Vita di Donna?

Il centenario dell'8 marzo, ha visto l'avvio del primo dei Gruppi di lavoro del Dipartimento, gruppo che si occuperà della prevenzione femminile a 360 gradi, a partire dalla garanzia di attese brevi per le richieste di contraccezione nei consultori familiari, per la prevenzione dell'aborto e per la totale applicazione della legge 194 del 1978.

Il Dipartimento affronterà, tra le altre cose, anche la questione riguardante il parto in analgesia e sosterrà la creazione di spazi senza appuntamento nei consultori familiari per le madri in allattamento, nonché servizi di pronta accoglienza per la cura della depressione puerperale.

Si occuperà fra l'altro dei corsi di accompagnamento alla nascita, come dell'accoglienza per le donne in menopausa che abbiano bisogno di particolare assistenza. Lavorerà, inoltre, per promuovere spazi protetti per le pazienti affette da tumore.

Tutto questo potrà essere fatto solo con la collaborazione delle donne, veri soggetti della loro vita e dei loro bisogni di assistenza.

Cosa si aspetta da uno spazio del genere?

Idee, segnalazioni, suggerimenti e, perchè no, anche critiche.

Tutto ciò che le donne sono in grado di produrre e che è indispensabile per la riprogettazione e l'umanizzazione dei servizi.

Fare prevenzione significa avviare una riflessione collettiva su come potremo vivere meglio, non solo decidere ogni quanto misurarci la pressione o quanto sale mettere nei cibi...

Tutto e' importante ma niente può essere fatto senza la presenza dei destinatari del lavoro.

Per scrivere a Lucia Migliaccio

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Presto in regola i 200 precari dell'Umberto I di Roma

Un corso-concorso che miri a stabilizzare i circa 200 dirigenti medici precari del policlinico Umberto I di Roma, "che da anni lavorano, anche in strutture altamente specialistiche, con contratti a tempo determinato o di semplice collaborazione continuativa".

A chiedere l'attuazione del corso-concorso "nel più breve tempo possibile" è la commissione Sanità, presieduta da Luigi Canali (Pd), che insieme al rappresentante del coordinamento medici precari del policlinico, Salvatore Ricci, ha deciso all'unanimità di inviare una lettera su questo argomento al presidente della Regione Piero Marrazzo, all'assessore alla Sanità Augusto Battaglia e al direttore generale dell'Umberto I Ubaldo Montaguti.

"L'ipotesi del corso-concorso - spiega Canali in una nota del Consiglio Regionale del Lazio - è attualmente la via più praticabile per dare concrete risposte a questi lavoratori rispetto al proprio futuro professionale e personale, anche perché finora si è chiesto loro un rapporto di esclusività, come fossero dei normali dipendenti a tempo indeterminato".

Nell'audizione Canali ha sottolineato "il grande senso di responsabilità di questi professionisti, che per il ruolo nevralgico che ricoprono potrebbero creare mille problemi alle loro strutture di riferimento, e che invece in tutti questi anni non hanno mai minacciato nemmeno un'ora di sciopero".

Sulla stessa lunghezza d'onda anche gli altri due consiglieri presenti, il vicepresidente Romolo De Balzo (Forza Italia) e il consigliere Giuseppe Mariani (Verdi). Nella lettera inviata si fa riferimento "all'estrema gravità della situazione": servizi essenziali per la salute dei cittadini (pronto soccorso, trasporto neonatale, emergenza pediatrica, medicina nucleare, radioterapia e pronto soccorso oculistico) vengono da molti anni eseguiti, in alcuni casi al 90 per cento, da medici precari, di cui 139 con rapporto di lavoro a tempo determinato e 67 di collaborazione coordinata e continuativa.

"E questo - si legge - senza dimenticare la presenza di altre figure professionali precarie quali psicologi, biologi, farmacisti, e fisioterapisti". Nel denunciare questa situazione, prosegue Canali, "chiedo pertanto, a nome della commissione da me presieduta, che l'azienda Policlinico Umberto I provveda al più presto alla deliberazione di un corso-concorso per la stabilizzazione di questo personale, analogamente a quanto hanno già fatto altre Regioni e a quanto è stato recentemente concordato, nella nostra Regione, per quanto riguarda gli infermieri".

La soluzione, termina Canali, "non comporta aggravi per la finanza regionale, poiché la spesa relativa è già prevista da anni nel bilancio dell'azienda e quindi della Regione".

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Smi, più risorse per specialistica ambulatoriale

Valorizzazione delle professionalità, integrazione e maggiori risorse economiche, "da subito". Sono queste, per il Sindacato dei medici italiani (Smi), le priorità da affrontare per migliorare la specialistica ambulatoriale.

Lo Smi, in attesa dell'apertura delle trattative per il rinnovo della convenzione della specialistica ambulatoriale interna, chiede infatti che venga subito concesso in busta paga "il 4,85 per cento dell'inflazione programmata relativa al biennio 2006-2007 e che si riconosca lo 0,7 per cento (rivalutato circa l'1 per cento) del cosiddetto lodo Fini, già dato al pubblico impiego nella precedente tornata contrattuale".

Sempre in tema di risorse si è ribadita la necessità che vengano fatti maggiori investimenti strutturali e in attrezzature medicali "per fornire prestazioni sempre più all'avanguardia ai pazienti". Lo Smi ha poi indicato alcuni punti fermi per valorizzare i medici che operano in questa settore. "C'è bisogno - sottolinea in una nota lo Smi - di una maggiore integrazione nei rapporti con l'assistenza primaria, con protocolli da concordare nell'ambito distrettuale, e partecipazione strutturale alle varie forme di assistenza domiciliare".

E ancora, "serve una maggiore presenza in tutti gli organi decisionali aziendali (distrettuali, consiglio dei sanitari, comitato di direzione e quant'altro) per essere parte attiva della programmazione delle Asl". Lo Smi chiede infine la possibilità di poter svolgere attività di tutor, nei propri ambulatori, per gli specializzandi.

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Sanità, l'età media dei dirigenti medici supera i 50 anni

Organici SSN da rinnovare e migliorare. Simet punta i riflettori sui limiti del Ssn nella mozione finale del suo congresso

Nel Servizio sanitario nazionale "la grave insufficienza degli organici è ormai un problema strutturale. L'età media dei dirigenti medici ha superato i 50 anni e le carenze di personale medico mettono seriamente a rischio non solo la qualità delle cure, ma anche i livelli minimi di sicurezza".

Lo sostiene il Sindacato italiano medici del territorio (Simet) che nella mozione finale del Congresso nazionale straordinario di Fiuggi ha messo in evidenza alcuni elementi critici del sistema sanitario del nostro Paese. Al problema della carenza degli organici - si legge nella mozione - si lega il fenomeno del precariato dei medici e dei dirigenti del Ssn, che riguarda non solo i rapporti a tempo determinato, ma anche gli altri rapporti atipici, come: la collaborazione coordinata e continuativa, i rapporti di collaborazione a progetto.

"Le possibili aperture a forme di stabilizzazione, previste nella Finanziaria dello scorso anno, hanno trovato - lamenta il sindacato - parziali e disomogenea realizzazione a livello delle varie Regioni, con tutti i problemi conseguenti". Secondo la Simet, "la necessità di assicurare per i dirigenti medici un ruolo di responsabilizzazione e autonomia rispetto alle esasperazioni economicistiche dell' aziendalismo, è realizzabile solo con la valorizzazione del 'Governo Clinico', e nuovi e trasparenti sistemi di selezione per i direttori di struttura complessa, in particolare per quanto riguarda la direzione dei Distretti, oltre a una rivalutazione della professionalità".

La Simet, inoltre ribadisce la "disponibilità a cooperare attivamente, con tutte le componenti mediche, nella ricerca attiva di soluzioni ai diversi problemi della categoria, in particolare quelli del territorio. La Simet ha poi sottolineato la necessità "di riformare lo statuto dell'Onaosi, ritenendo infatti, che, attualmente, "non risponde alla ineludibili esigenze di trasparenza e democrazia".

Il sindacato, inoltre, ribadisce la contrarietà all'allargamento degli organismi di controllo del'Ente troppo 'affollati', "soprattutto per la massiccia presenza di componenti designati dalle Federazioni degli ordini professionali e di altre figure totalmente estranee alla nostro mondo lavorativo".

La Simet chiede, ancora, "un Consiglio di amministrazione, che ,fatta salva la ovvia presenza dei componenti di garanzia e controllo, sia composto esclusivamente, da membri eletti democraticamente e direttamente da coloro che pagano i contributi, che tenga conto delle varie specificità delle categoria dei dirigenti de Ssn e che si sottragga alle tentazioni di meccanismi e logiche spartitorie".

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11 marzo 2008

USA, cercasi chirurghi ortopedici donne

Cercasi chirurghi ortopedici donne, per 'tingere di rosa' una professione quasi tutta al maschile. E' l'appello lanciato negli Stati Uniti dall'American Academy of Orthopaedic Surgeons (Aaos), che ha promosso una campagna 'ad hoc' per attrarre più studentesse verso questa specialità.

Oltreoceano le dottoresse specializzate in questa branca sono infatti solamente 367, cioè l'11 per cento del totale, 'contro' le 3.596 ginecologhe, che rappresentano il 76 per cento di tutti gli specialisti operanti negli States.

Se il numero delle donne che si vogliono specializzare in chirurgia ortopedica è stagnante, al contrario le pazienti di sesso femminile stanno aumentando ed è anche per questo che si cercano più 'camici rosa', che con un approccio di genere potrebbero aiutare ad affrontare i problemi delle donne in maniera più specifica.

"Non sono chiari i motivi per cui questa è una professione che attrae poche donne - sottolinea Mary O'Connor, direttore del Dipartimento di Chirurgia ortopedica alla Mayo Clinic di Jacksonville, in Florida - forse perché richiama l'idea di un mestiere in cui è necessaria la forza fisica o perché è noto che questi professionisti hanno poco tempo da dedicare alla famiglia".

"Stimolare l'interesse delle ragazze che si devono specializzare - aggiunge Charles Rosen, docente della Uci Medical Center di Orange County, California - è un passo cruciale per aumentare le fila di questa professione, visto che il reclutamento di nuovi specialisti è fermo da 10 anni".

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Campania, Fimmg sul piede di guerra

Medici di famiglia italiani sul piede di guerra, a causa da una vicenda locale che rischia di infiammare la categoria su tutto il territorio.

A Salerno, infatti, i medici di famiglia della Asl 2 non hanno ancora percepito i compensi del mese di gennaio che, solitamente, vengono pagati a febbraio. Un 'disguido', come riferisce un comunicato della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg), che il direttore generale della Asl 2, Federico Pagano, avrebbe giustificato attribuendo il mancato pagamento al blocco delle disponibilità economiche presso la Banca Tesoriera.

Una risposta che non basta alla Fimmg. Il sindacato, infatti, chiede, nel giro di qualche ora, garanzie e tempi certi per il pagamento. E promette battaglia. A partire dalla possibile convocazione dei vertici sindacali nella città campana per lanciare un'azione nazionale.

"Se viene negato anche il diritto di ricevere mensilmente il compenso previsto dalla convenzione siamo proprio messi male", sottolinea Giacomo Milillo, segretario generale della Fimmg. "Ricordiamo - continua Milillo - che i compensi dei medici di famiglia non sono solo destinati al mantenimento delle famiglie dei professionisti ma in gran parte sono utilizzati per finanziare le spese per locali, attrezzature e personale, indispensabili per curare dignitosamente i cittadini italiani.
Non è ammissibile - conclude - che possano ripetersi cose di questo genere".

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Oncologia, spazio ai farmaci biologici al di là dei costi

Ben 36 mila euro per ogni anno di vita in più strappato a una diagnosi di tumore. A tanto ammontano le spese che il nostro Servizio sanitario nazionale deve sostenere per ogni paziente oncologico curato con le innovative terapie a bersaglio molecolare.

I camici bianchi alle prese con questi malati difendono a spada tratta la necessità di usare i cosiddetti farmaci biologici, pur circoscrivendone l'uso ai soli pazienti che sembrano rispondere alle cure. In altre parole, puntano al principio dell'appropriatezza, e chiedono che a nessun cittadino venga negata la possibilità di accedere alla cura migliore.

Suona infatti come un vero e proprio appello quello che gli oncologi riuniti ieri a Roma, per una Tavola rotonda sulle 'Nuove frontiere nella cura del tumore del colon-retto', organizzata con il contributo di Amgen Dompé, lanciano alle istituzioni e al mondo politico. "Chiediamo che il medico non venga lasciato solo - afferma Paolo Marchetti, oncologo dell'Azienda ospedaliera Sant'Andrea di Roma, e consulente scientifico dell'Idi Irccs - stretto tra un paziente che chiede per sé la cura migliore, e un direttore generale che, d'altro canto, vuole che vengano tenuti a bada i costi".

"Oggi ci troviamo in una terra di confine - incalza Francesco Cognetti, dell'Istituto nazionale tumori Regina Elena di Roma - Vorremmo usare questi farmaci, ma in parte siamo frenati dall'aumento della spesa pubblica. Il nostro lavoro, tuttavia, ci impone di occuparci dei pazienti garantendo loro il meglio delle cure. E questo è un problema che va affrontato sia dalla scienza che dal mondo politico". Anche perché non si tratta certo di 'bruscolini'. Per l'Italia la spesa farmaceutica assorbita da farmaci innovativi ammonta a 213 milioni l'anno, un costo recuperato anche grazie ai medicinali 'non griffati', che generano risparmi per 241 milioni di euro l'anno. Il mondo politico, dal canto suo, ai medici chiede di agire secondo il principio dell'appropriatezza.

"Per individuare con oculatezza i pazienti che possono rispondere alle cure innovative", sottolinea Ignazio Marino, presidente della Commissione Sanità del Senato. Nonché uno sforzo "sul fronte della prevenzione - sottolinea Marino - che si traduce nell'informare i cittadini e puntare su screening di massa esattamente come avvenuto per il tumore alla mammella".

Anche perché la prevenzione può, di fatto, ridurre drasticamente la mortalità per tumore. Un esempio? Nel caso del cancro al colon retto, neoplasia al centro del convegno capitolino, "la mortalità verrebbe ridotta del 30 per cento - assicura Cognetti - se gli screening venissero realizzati alla lettera su tutta la popolazione interessata".

Dati che fanno riflettere, soprattutto considerando che il tumore colorettale "rappresenta una delle più diffuse forme di neoplasia in Italia - spiega Cognetti - con 20 mila nuovi casi negli uomini e oltre 17 mila nelle donne. E, nonostante i progressi compiuti dalla scienza, rappresenta la seconda causa di morte per tumore". "Ecco perché - aggiunge Marchetti - al Ssn chiediamo uno sforzo in più, moltiplicando le risorse per un 'big killer' ampiamente presente nella popolazione".

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La lotta al dolore non ha colore

Il ministro della Salute Livia Turco ha inviato una lettera a Walter Veltroni, Silvio Berlusconi e agli altri candidati premier alle prossime elezioni politiche per sollecitare il loro impegno nella prossima legislatura affinché sia approvata subito la legge che facilita la prescrizione dei farmaci contro il dolore.

Una legge in materia era stata presentata dal ministro Turco il 19 ottobre 2006, era stata già approvata dal Senato nel dicembre 2007. Le elezioni anticipate hanno impedito che ricevesse il via libera anche dalla Camera. "Carissimi - si legge nella missiva - Vi scrivo per richiamare la vostra attenzione su una battaglia di civiltà per la quale ho speso una parte rilevante delle mie energie nel corso del mio mandato di governo, e che purtroppo non è stata coronata da successo.

Mi riferisco alle norme per la semplificazione della prescrizione dei farmaci oppiacei per il dolore severo, approvate in via preliminare dal Consiglio dei ministri il 19 ottobre 2006 e, a larga maggioranza, dal Senato della Repubblica nella seduta del 12 dicembre 2007. L'interruzione prematura della legislatura non ha consentito, purtroppo, l'approvazione definitiva di quel provvedimento, tanto atteso e sollecitato dalla comunità scientifica e professionale, dalle organizzazioni di tutela, dai cittadini come una svolta decisiva per la terapia del dolore nel nostro Paese.

E' noto che ancora oggi - prosegue il ministro - nonostante i progressi compiuti nel corso degli ultimi anni, l'Italia si colloca agli ultimi posti per la prescrizione di questi farmaci. I dati a nostra disposizione ci dicono che ogni anno in Italia circa 160 mila malati muoiono di cancro, ma se calcoliamo le fasi terminali conseguenti ad altre malattie, e le cronicità che richiedono interventi lenitivi del dolore, le persone interessate superano il milione". "Il dolore che caratterizza le fasi terminali della vita e molte malattie croniche - sottolinea la responsabile della sanità italiana - è inutile e ingiusto. La scienza afferma, ormai da tempo, che il dolore fine a se stesso va contrastato perché toglie lucidità, compromette la qualità della vita, accresce la solitudine di fronte alla sofferenza, avvicina il desiderio della morte".

"Combattere il dolore significa anche questo - prosegue il ministro - allontanare il desiderio della morte di fronte a una grande sofferenza. Ci sono molte ragioni che mi spingono a chiedere l'assunzione di un impegno formale perché quelle misure, chiunque risulti vincitore della competizione elettorale e titolare della azione di Governo nella prossima legislatura, siano riprese e approvate dal primo Consiglio dei ministri e possano così riprendere il loro cammino parlamentare.

Una misura concreta - conclude il ministro - per impedire che il dolore si trasformi in un impoverimento della dotazione di diritti della persona e per garantire l'eguaglianza di fronte alla sofferenza e alla morte che, ne sono certa, potrà contare sulla sensibilità e sul sostegno di voi tutti".

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10 marzo 2008

Ru486, i vantaggi superano gli svantaggi

di Silvio Viale, ginecologo dell?ospedale Sant?Anna di Torino

Nel ?99 fu registrata in 12 dei 15 Paesi della Comunità Europea, oggi la Ru486 è registrata in una quarantina di Paesi ed è sempre più utilizzata nella ricerca clinica in molti campi della medicina

Eugenia Roccella e Assuntina Morresi sono impegnate da tempo in una campagna di stampa contro la RU486. Sulla base del più classico pietismo antiscientifico sono giunte a contare 16 morti e a denunciare un clima di omertà internazionale che vedrebbe complici l?Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità), la Fda (Food and Drug Administration, «Agenzia per gli alimenti e i medicinali»), l?Emea (European Medicines Agency, «Agenzia europea per i medicinali») e le agenzie farmacologiche di mezzo mondo. Non badando troppo alla insistente ripetitività dei loro articoli, ho preferito continuare a documentarmi sulle riviste scientifiche, relegando al campo del furore ideologico le interpretazioni del duo militante anti-ru486.

Il tempo mi ha dato ragione. Nel 2005 l?OMS ha inserito la RU486 nell?elenco dei farmaci essenziali. Nel giugno 2007 la Commissione europea ha approvato le nuove indicazioni per l?Europa dopo una revisione iniziata nel dicembre 2005. Sulla base di queste indicazioni nel novembre 2007 è stata avviata dalla Francia una procedura di mutuo per l?Italia, come quella che nel 1999 portò a registrare la RU486 in 12 dei 15 Paesi della CE. Oggi la RU486 è registrata in una quarantina di Paesi ed è sempre più utilizzata nella ricerca clinica in molti campi della medicina.

Grazie anche alle polemiche, che hanno scoraggiato la ricerca di nuove molecole, è l?unico farmaco della sua categoria utilizzato nell?uomo da venti anni. Un elenco parziale di queste ricerche riguarda varie indicazioni ostetriche, i tumori di ovaio, utero, prostata e mammella, l?endometriosi, i miomi, il meningioma, la depressione bipolare, i disordini psicotici affettivi, l?Alzheimer, la sclerosi multipla, la sindrome di Cushing e lo stress postraumatico.

Si tratta quindi di un farmaco, peraltro già autorizzato in Italia dal 1999 per la Sindrome di Cushing, ed il fatto che gli oppositori si ostinino a definirlo un «chimico» rende bene l?idea del pregiudizio; nessuno definirebbe un chimico qualunque altro farmaco. Ugualmente, termini come kill-pill, pesticida umano o diserbante possono essere efficaci nella polemica giornalistica, ma minano la credibilità scientifica di chi li adopera. L?ovvia intenzione è quella di terrorizzare le donne e insinuare il dubbio in un mondo politico scientificamente pigro, disattento ed opportunista. Ripetere insistentemente lo «scandalo» delle morti si presta bene a creare incertezza, facendo leva sull?emotività.

Per esemplificare, pensate un po? cosa accadrebbe se due giornaliste donne raccontassero le storie delle almeno trenta donne che ogni anno muoiono in Italia per gravidanza e accusassero di omertà il sistema sanitario, le associazioni professionali e la stampa. A conferma dello scandalo, nessuno sa quante siano le donne che muoiono in gravidanza in Italia, al di là del tasso ufficiale di 6-7 per 100.000 gravidanze. Sarebbe facile sostenere che nessuno se ne cura, a parte qualche articolo a sensazione, con la rituale dichiarazione strampalata di qualche politico di turno del tipo che «non è possibile morire in gravidanza nel 2000 in Italia». Eppure di gravidanza si muore ancora, come sporadicamente si muore anche per aborto.

La storia delle morti per RU486 è una grande mistificazione statistica e mette assieme cose diverse.

L?unica cosa importante è la segnalazione di sei morti in Nord America per shock settico attribuite cinque al Clostridium sordellii e una al Clostridium perfrigens.
Su queste morti l?Emea esclude «un nesso potenziale con il mifepristone» e negli Stati Uniti si è avviato un monitoraggio. Approfondendo il tema a ritroso, si è scoperto come tali infezioni, sebbene rare, siano state segnalate in neonatologia, in ortopedia, tra i tossicodipendenti e in altre condizioni mediche.

In una review del 2006 sono elencati 45 casi, da 17 giorni di età a 95 anni, con una mortalità complessiva del 70%, che diventa 100% per i 15 casi di ostetricia: otto casi dopo il parto, due per aborto spontaneo e cinque per aborto medico. Il Clostridium è stato isolato anche i sei neonati dei quali cinque morirono. Come scrive l?Aifa nel numero di ottobre della propria rivista si tratta di «un numero limitato di eventi rari senza un chiaro legame fisiopatologico con il metodo utilizzato». Importante è che il medico lo sappia e che la donna sia informata. Nello studio clinico dell?Ospedale S.Anna di Torino si informava di un rischio di mortalità di 1 per 100.000, che ovviamente non ha scoraggiato alcuna donna dal parteciparvi.
Come già accennato, nel loro elenco Roccella e Morresi mescolano cose diverse, con differenti livelli di evidenza.

Per quanto riguarda le morti inglesi, non ufficialmente confermate, si deve ritenere che le indagini delle autorità sanitarie abbiano escluso ogni nesso causale. Il caso svedese riguarda una complicazione emorragica in una paziente che non si è recata in ospedale, come avrebbe dovuto fare. Quello francese del 1991 è legato all?uso endovena della prostaglandina che si utilizzava all?epoca per gli aborti terapeutici e che da tempo non si utilizza più. In Italia abbiamo continuato ad utilizzarla fino a pochi anni fa. Il caso cubano che riguarda un aborto del secondo trimestre eseguito con le sole prostaglandine, senza RU486 (cioè nello stesso modo come lo facciamo in Italia) che è stato segnalato al congresso della FIAPAC (associazione europea operatori aborto e contraccezione) da un medico spagnolo che passa molto tempo a Cuba. Non è stato nascosto, come continuano sostenere Roccella e Morresi, ma comunicato a centinaia di persone, a riprova di come le infezioni da Clostridium siano sempre da tenere presente in ostetricia. Quello cubano è un caso in cui la RU486 non c?entra nulla.

Per quanto riguarda la morte per gravidanza extrauterina, la RU486 non è la responsabile, non essendo la RU486 che provoca la gravidanza. Al massimo vi è un errore di conduzione clinica in un caso misconosciuto di gravidanza extrauterina. Sebbene le gravidanze extrauterine siano temute, la mortalità è di 60 per 100.000, il trattamento medico è ormai in uso consolidato con un farmaco «off label», cioè senza autorizzazione, che da anni è somministrato negli ospedali italiani. Dopo la somministrazione le donne sono dimesse in attesa che la gravidanza si spenga e tornano in ospedale solo per dei controlli. Nessun ginecologo inserirebbe mai una morte per gravidanza extrauterina tra le morti per RU486.

Il punto forse è proprio questo. Leggendo gli articoli di Roccella e Morresi si deduce che il duo anti-RU486 non conosca le dinamiche dell?aborto e sia mal consigliato da medici che non fanno aborti. Solo così si spiegano la sottovalutazione dei sintomi e delle complicazioni dell?aborto chirurgico, da un lato, e le esagerazioni dei sintomi dell?aborto medico. Solo così si spiega come venga sottolineato negativamente che un terzo delle donne abbia bisogno di un antidolorifico per l?aborto medico, dimenticandosi che in quello chirurgico l?anestesia è somministrata al 100%. Solo così si spiega l?uso sproporzionato della parola emorragia. Solo così si può raccontare la favola dell?aborto che dura giorni, quando i sintomi sono legati alla prostaglandina (il farmaco del terzo giorno), mentre non ve ne sono dopo la Ru486 (il farmaco del primo giorno). I sintomi di fatto si limitano al periodo espulsivo, riducendosi subito dopo. Ovviamente, sempre, con le dovute eccezioni. Comunque, non è vero che l?aborto dura tre giorni o più.

D?altro canto, nell?aborto chirurgico le complicazioni tardive sono superiori a quelle che vengono rilevate nella scheda istat compilata al momento delle dimissioni. Il rischio di un secondo intervento è di almeno l?1%. Tornando all?elenco di morti, comunque venga allungato, esso implica un rischio minimo vicino a zero, che occorre non sottovalutare, ma che non può essere preso a pretesto per campagne antiabortiste contro la RU486. Nel Nord America il rischio di mortalità stimato per l?aborto medico è di 0,8-1 per 100.000, analogo a quello per aborto spontaneo. Quello per aborto chirurgico nelle prime settimane di gravidanza è di 0,1 per 100.000, mentre nelle settimane successive è analogo. Il tasso di mortalità aumenta peraltro con l?avanzare della gravidanza. Per confronto negli Stati Uniti il rischio di mortalità in gravidanza è di 10 per 100.000. In nessun settore delle attività umane un rischio di 1 per 100.000 costituisce una limitazione.

Dire che l?aborto medico ha un rischio di mortalità di dieci volte superiore a quello medico significa dire una cosa apparentemente vera in astratto, ma in pratica è come moltiplicare zero per dieci. Esattamente come se si dicesse che proseguire una gravidanza ha un rischio di mortalità di 10 e 100 volte superiore all?aborto, con il conseguente implicito paradossale suggerimento che sarebbe meglio abortire. Non sono argomenti di questo tipo che possono imporre una scelta al medico e alla donna, o che possano suggerire di vietare la RU486.
Appena sarà registrata, la «pillola abortiva» potrà essere utilizzata negli aborti terapeutici, riducendo i rischi connessi all?uso della sola prostaglandina, e negli aborti nelle prime settimane di gravidanza come alternativa all?aborto chirurgico.

La suggestione è alimentata dal fatto che è difficile avere un?esatta dimensione di un rischio, poiché molti fattori entrano in gioco nella sua percezione. Se, per esempio, si leggesse un ipotetico «bugiardino» dell?automobile con gli stessi criteri con i quali leggiamo quello dei farmaci, probabilmente non dovremmo più salirci sopra, ma il bisogno di spostarsi in auto ci fa sorvolare sui rischi dell?automobile. Se il rischio di mortalità del mifepristone è 1 per 100.000, quello del Viagra, è di 5 per 100.000 ricette, cioè maggiore, ma Roccella e Morresi non chiedono di proibire il Viagra. Come maggiori sono i rischi di morire in automobile e nella gravidanza a termine.

Il rischio per una donna di morire per la RU486 è uguale a quello di essere assassinata, cioè circa 1 su 100.000, ed è inferiore di solo 100 volte a quello di essere colpita da un fulmine, che è di 1 su 10.000.000. A Eugenia Roccella, ad Assuntina Morresi e ai loro emuli voglio dire che le storie delle donne morte per aborto sono sempre tragiche, come lo sono sempre quelle, purtroppo più numerose, delle donne che muoiono in gravidanza. Aggrapparsi a loro per vietare la Ru486 è disonesto ed ha il sapore di una mossa disperata, poiché allo stato attuale la RU486 non è un farmaco pericoloso e i vantaggi superano di gran lunga gli svantaggi.

da l'Unità 8.3.08

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Siglato accordo tra Regione Toscana e Fimmg

Accordo fra Regione Toscana e Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg). L'assessore per il diritto alla salute toscano, Enrico Rossi, e i rappresentanti della Fimmg hanno siglato una importante intesa in materia di medicina territoriale.

L'accordo individua e precisa alcuni punti significativi dell'attività dei medici di base, anche in relazione alle scelte compiute nell'ambito del Piano sanitario regionale 2008-2010. La Regione Toscana e la Fimmg concordano, in primo luogo, nel valutare che il problema più importante della sanità degli anni 2000 è quello delle patologie croniche, che colpiscono circa un milione di cittadini, e che la figura del medico di medicina generale è centrale nella sua gestione.

Si prefigura così un diverso modello assistenziale in cui le patologie croniche saranno gestite da equipe multidisciplinari socio sanitarie, con un ruolo di coordinamento affidato proprio alla medicina generale. Essenziale per la corretta gestione di tali patologie sarà la definizione di percorsi diagnostici terapeutici realizzati con il concorso di tutti i professionisti e in particolare della medicina generale.

La Regione Toscana e la Fimmg concordano che per arrivare alla centralità della medicina del territorio occorre una diversa organizzazione funzionale della medicina generale e che un modello possibile è quello delle Unità di medicina generale.

Questa organizzazione sarà sperimentata in Toscana dopo l'approvazione del Piano sanitario regionale. Un punto importante dell'accordo è costituito dalla conferma del lavoro del sabato (due ore dalle 8 alle 10), il cui ripristino aveva creato, di recente, notevoli tensioni tra le parti. L'accordo prevede inoltre che nelle Asl potranno essere stipulati accordi su progetti che potranno prevedere una continuità assistenziale ancor migliore.

Riprende poi la trattativa per definire un accordo integrativo regionale per la 'guardia medica', mentre si sottolinea l'importanza dell'attività di formazione per la medicina generale, con un ruolo centrale della formazione 'sul campo' e della formazione di base dello studente in medicina e delle altre professioni sanitarie.

Verrà aperto un tavolo congiunto per avviare un processo di diminuzione del carico burocratico affidato ai medici e, infine, si concorda sull'individuazione di specifici indicatori di risultato con cui misurare e valutare l'attività dei professionisti.

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La pillola del giorno dopo non è obiettabile

"La 'pillola del giorno dopo' non è un farmaco abortivo e come tale non può essere motivo di obiezione di coscienza da parte degli operatori sanitari, compresi i farmacisti". E' una delle indicazioni del Rapporto sullo stato di salute delle donne in Italia, prodotto dalla 'Commissione Salute delle donne' istituita nel 2007, e presentato in occasione del centenario dell'8 marzo.

Tra le molte proposte e i dati contenuti nel Rapporto, le indicazioni che riguardano la 'pillola del giorno dopo' suggeriscono anche di "garantire che la prescrizione sia effettuata oltre che nei consultori, anche nei Pronto Soccorso (proponendo la possibilità del codice verde - urgente a bassa priorità) e nei servizi di continuità assistenziale (guardia medica) nella piena applicazione della legge 194".

Per quanto riguarda i contraccettivi orali, invece, la proposta è di arrivare ad avere "più blister nella stessa scatola" ma anche che le pillole a basso dosaggio siano in fascia A, a carico del Ssn, "considerando la contraccezione è strumento prioritario della prevenzione dell'aborto e che in quanto tale deve essere prevista nei Livelli essenziali di assistenza".

Anche la spirale (IUD) dovrebbe essere gratuita per le donne con reddito basso e nei consultori". Quanto poi all'interruzione di gravidanza - secondo il Rapporto - andrebbero garantiti "almeno un medico non obiettore in ogni distretto, presente almeno 4 volte alla settimana e mediatrici culturali in tutte le Asl a disposizione dei servizi consultoriali e ospedalieri".

Negli ospedali che eseguono Ivg bisognerebbe "rendere disponibile idonea strumentazione (Karman) utilizzando le risorse derivanti dai Drg per le interruzioni volontarie di gravidanza". Da attivare anche "progetti specifici per la salute riproduttiva e la prevenzione delle Ivg tra le donne immigrate".

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Sanità, esternalizzazione in crescita

Lavorare per un'azienda ma non esserne parte integrante. E' il fenomeno dell'esternalizzazione, realtà sempre più diffusa da un estremo all'altro dello Stivale. Non solo nel privato, ma anche nella sfera pubblica, come emerge a chiare lettere dalla ricerca realizzata dall'Eurispes per la Cisl-Fps, con l'obiettivo di stimare le dimensioni dell'outsourcing nella Pubblica amministrazione.

E i numeri parlano chiaro: su un campione di 1.035 Amministrazioni pubbliche, tra centrali e locali, quasi l'88 per cento ha almeno una esternalizzazione in corso nel 2003, contro il 12,17 per cento che non ne ha alcuna (Istat). Nella sanità pubblica, il costo complessivo della produzione 'outsourcing' di Aziende sanitarie locali e aziende Ospedaliere è stato, nel 2004, di oltre 90 miliardi di euro, pari a 1.500 euro pro capite. Una percentuale piuttosto elevata - rivela la ricerca - è stata spesa dalla Regione Lombardia (15,1 per cento rispetto al totale), del Lazio (9,8 per cento) e della Campania (9,3 per cento).

Mentre le Regioni il cui costo della produzione pesa meno, rispetto al totale, sono Basilicata (1 per cento), Trentino Alto Adige (0,9 per cento), Bolzano (0,5 per cento) e, con la minore percentuale, la Valle d'Aosta (0,2 per cento). Nello specifico, la ricerca ha puntato i riflettori su alcune voci di costo della produzione, ovvero assistenza sanitaria, manutenzione e riparazione affidati a privati piuttosto che all'organizzazione interna.

La spesa complessiva per l'esternalizzazione di questi servizi, pari a più di 17 miliardi e mezzo di euro, pesano per il 19,54 per cento sul costo della produzione complessiva. Di questi 17 miliardi di euro, più di 3 miliardi e 700 milioni, pari al 21,1 per cento del totale, sono spesi dalla Lombardia, seguita, per ordine decrescente di spesa, dal Lazio (2 miliardi e 400 milioni di euro), dalla Campania (1 miliardo e 800 milioni di euro) e dalla Sicilia (1 miliardo e 500 milioni di euro).

Come per la spesa complessiva, anche per le voci di spesa relative all'affidamento a privati di servizi di assistenza sanitaria e manutenzione degli immobili, impianti e macchinari, le Regioni che hanno un 'peso' minore rispetto alla spesa totale, sono il Trentino (106 milioni di euro), la Basilicata (104 milione di euro) e il Molise (95 milioni di euro).

La spesa per la gestione privata di servizi assistenziali e manutenzione di immobili, impianti e attrezzature, è stata più elevata nel Nord-Ovest d'Italia (Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Liguria), con più di 5 miliardi e 300 milioni di euro, contro i 4 miliardi del Sud Italia (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria), i 3 miliardi e 500 milioni del Centro Italia (Toscana, Umbria, Marche Lazio), i 2 miliardi ed 800 milioni del Nord-Est (Trentino, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna) e il miliardo e 800 milioni delle Isole (Sicilia e Sardegna).

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Fadoi, preoccupanti programmi elettorali

Il comitato esecutivo della FADOI ha espresso grande preoccupazione per i programmi presentati in questa campagna elettorale, in quanto secondo la società scientifica, nelle intenzioni dei partiti candidati non sono rappresentate le priorità del paese.

"Le vere problematiche dell'assistenza sanitaria - ha osservato in una nota Antonino Mazzone, presidente Fadoi - non sono rintracciabili nei programmi elettorali, con particolare riferimento alle patologie dell'anziano over 65 affetto da 3 o 4 patologie croniche, che ormai rappresenta l'80% della popolazione che arriva ai PS e circa 1/3 della popolazione generale sono stati dimenticati.

Il SSN - considera Mazzone - si potrà reggere solo se si pensa ad una vera riorganizzazione dell'attività ospedaliera, "Ospedale per Intensità di cura" e una vera integrazione con il territorio. Non basta enunciarlo sempre, ma è giunta l'ora che il paziente sia davvero al centro dell'attenzione di tutti, e quando ha una condizione di emergenza deve trovare non più il classico reparto monospecialistico, ma una struttura organizzata che si prenda carico della complessità assistenziale globalmente, attraverso un coordinamento del Medico internista e le competenze specifiche dei singoli specialisti.

L'integrazione tra ospedale e territorio è fondamentale, in quanto la continuità assistenziale dovrà essere un requisito di sistema, non potrà essere garantita da nessun singolo operatore, né dal ricovero prolungato del paziente.

L'incremento dei servizi territoriali per i malati cronici può realmente ridurre la necessità di ricoveri ospedalieri. Tutto questo per circoscrivere l'assistenza ospedaliera alle fasi più gravi di riacutizzazione delle patologie croniche e consentire un rapido ritorno a domicilio dopo la stabilizzazione.

A questo punto sarà indispensabile la creazione di percorsi integrati di continuità assistenziale tra ospedale e territorio. Questi problemi che colpiscono una quota significativa della popolazione Italiana, sembrano completamente dimenticati dalla politica.

Oggi le polipatologie - ha concluso Mazzone - sono una epidemia del III millennio, le condizioni economiche critiche di intere fasce della popolazione, aggraveranno ulteriormente queste problematiche che aspettano risposte vere e certe dai programmi dei partiti in un momento molto difficile per l'Italia".

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I numeri della sanità "rosa"

E' donna il 32 per cento dei medici e oltre il 60 per cento degli operatori Ssn, tutti i 'numeri in rosa' contenuti in un Rapporto del ministero della Salute

Sempre più 'rosa' la sanità italiana. Tra chi opera nel Servizio sanitario nazionale la presenza femminile è pari al 60,9 per cento. Le donne, in particolare, sono il 32,2 per cento dei medici e il 75,5 per cento del personale infermieristico. Sono i dati del 'Rapporto sullo stato di salute delle donne in Italia', prodotto dalla Commissione Salute delle donne del ministero della Salute.

Nella dirigenza medica del Ssn la presenza delle donne è del 32 per cento, negli incarichi di struttura complessa l'11 per cento, mentre per le strutture semplici si arriva al 25 per cento.

Più in generale nella pubblica amministrazione "nonostante la componente femminile del lavoro pubblico sfiori il 54 per cento del totale (con punte del 76 per cento nel comparto scuola) - spiega la Commissione ministeriale - le dirigenti di seconda fascia sono il 25 per cento e le dirigenti di prima fascia circa il 15 per cento".

A livello di amministrazione centrale, "la presenza delle donne nelle fasce dirigenziali è un poco più alta: le dirigenti di seconda fascia sono il 35 per cento e le dirigenti generali di prima fascia sono il 20 per cento. Rispetto agli incarichi aggiuntivi, invece, agli uomini é attribuito il 56 per cento del totale degli incarichi e alle donne il 44 per cento. Ma la differenza, a favore degli uomini, aumenta considerando i compensi: le donne percepiscono solo il 29 per cento dei compensi accessori e gli uomini il 71 per cento del totale.

I dati generali, inoltre, indicano che dal '93, in Italia si sono contate un milione di occupate adulte in più. Ma il tasso di disoccupazione femminile è ancora il 10,1 per cento nel 2005 (media della Ue 9 per cento), mentre il tasso di occupazione femminile, nel 2005, è 45,3 per cento (quello maschile 69,7 per cento). "Nonostante il livello di scolarizzazione delle donne sia elevato - dice la Commissione - le donne sono soprattutto impiegate nel lavoro dipendente, in ruoli subordinati. Nei ruoli apicali le donne sono ancora poco rappresentate".

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08 marzo 2008

Nasce il dipartimento di bioetica e medicina preventiva del PD del Lazio

Si occuperà dei temi della prevenzione e dell'assistenza sanitaria

Nasce il dipartimento di bioetica e medicina preventiva del Partito Democratico del Lazio.

Il dipartimento, coordinato da Lucia Migliaccio, è stato presentato presso la sede del Pd del Lazio in via Cristoforo Colombo, al­la presenza del consigliere regionale del Pd Mario Di Carlo.

Il dipartimento prevede la costituzione di gruppi di lavoro su specifiche problematiche legate al mondo della sanità e, nei suoi primi mesi di attività, si occuperà dei temi della pre­venzione e dell'etica dell'assistenza, intesa come migliora­mento della qualità della vita.

«Si tratta - dichiara in una nota Lucia Migliaccio, membro dell'Assemblea nazionale costi­tuente del Pd e responsabile del dipartimento - di promuove­re una nuova modalità di intervento che migliori le scelte del sistema sanitario per la persona».

La Repubblica


Per scrivere a Lucia Migliaccio

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07 marzo 2008

Infarto, le difese del cuore affogano nell'alcol

L'assunzione eccessiva di alcol (l'equivalente di mezza bottiglia di vino) peggiora il danno cardiaco causato da un infarto, in quanto blocca le difese naturali che il nostro cuore utilizza nel tentativo di ridurre tale danno.

Questo risultato è stato dimostrato da uno studio pubblicato di recente sul Journal of the American College of Cardiology da un gruppo di ricercatori coordinato da Filippo Crea, direttore dell'Istituto di Cardiologia dell'Università Cattolica di Roma.

"Se un paziente nelle ore precedenti a un infarto - spiega Crea - ha uno o più brevi episodi di angina pectoris (ciò che capita in almeno metà dei casi), il danno provocato dall'infarto quasi si dimezza: muoiono cioè meno cellule di quanto accadrebbe in assenza di angina". Questo meccanismo di protezione naturale del cuore prende il nome di precondizionamento ischemico. Studi epidemiologici precedenti avevano suggerito che l'abuso di alcol può raddoppiare la mortalità per infarto.

"Ma è la prima volta - aggiunge Crea - che viene dimostrato che il meccanismo biologico che spiega questo effetto dannoso dell'eccesso di alcol è il blocco del precondizionamento ischemico, fornendo una spiegazione biologicamente plausibile alle osservazioni epidemiologiche".

"Abbiamo studiato trenta pazienti, di cui otto donne, di età media 65 anni", racconta ancora il direttore dell'Istituto di Cardiologia. Lo studio è stato condotto nel corso di un'angioplastica, che viene impiegata per dilatare le arterie quando sono occluse.

"Siamo noi stessi, quindi, a creare per un paio di minuti una piccola ischemia controllata che non lascia nessuna traccia, simile all'angina prima dell'infarto", continua Crea. "Utilizzando quest'approccio abbiamo studiato gli effetti dell'assunzione di alcol - in questo caso 40 grammi di etanolo, somministrati sotto forma di 150 ml di Gin mezz'ora prima dell'ischemia a metà dei pazienti, mentre l'altra metà assumeva una quantità equivalente di acqua.

Ebbene abbiamo osservato che solo nei pazienti che avevano assunto alcol il cuore perdeva la capacità di attivare il meccanismo del precondizionamento in risposta alla breve ischemia". L'alcol interferisce dunque, a queste dosi, con i complessi meccanismi fisiologici di difesa del cuore. Ma, come in tutte le cose, sottolinea Crea, "l'importante è non esagerare: dosi moderate di alcol non fanno male. Basta non superare uno, massimo due bicchieri di vino a pasto".

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Aaroi, una follia le pagelle ai medici su internet

"Siamo alla follia". Così Vincenzo Carpino, presidente dell'Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi), commenta la notizia che dal 15 marzo su un sito internet i pazienti francesi potranno dare giudizi e voti sui medici che li hanno in cura.

"E' una follia - commenta Carpino in una nota - perché non esiste alcun filtro che possa consentire di valutare la correttezza delle pagelle. Chiunque, magari per una vendetta o per rivalità, può bocciare il medico in pieno anonimato.

Al limite, queste pagelle potrebbero riguardare il medico di famiglia o lo specialista, che incontrano singolarmente il paziente in un rapporto diretto e fiduciario. Ma nel caso di un medico ospedaliero, in modo particolare la figura dell'anestesista rianimatore - sottolinea - questa valutazione non può essere fatta perché nella struttura il lavoro è in équipe.

Potrebbe accadere che un paziente, davanti a una lista d'attesa molto lunga, esprima un valore negativo nei confronti di un medico per un ritardo imputabile all'organizzazione ospedaliera", osserva Carpino. E aggiunge: "In ospedale esiste già un nucleo di valutazione. Al medico l'ospedale pone degli obiettivi che vengono verificati da un'apposita commissione.

Mi chiedo - conclude - perché siano sempre i medici nell'occhio del ciclone. E perché l'idea di dare voti su un sito internet non riguardi altri professionisti e, soprattutto, i politici".

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Fnomceo, la capacità di un medico non può essere valutata come al grande fratello

Il giudizio sulle capacità dei medici di avere un buon rapporto con i loro assistiti non può essere affidato a 'nomination' da Grande Fratello via internet.

E' giusto, però, dare voce ai pazienti per la valutazione del rapporto con il camice bianco attraverso strumenti adeguati, basati sul dialogo, non certo su 'sentenze'. Questo, in sintesi, il punto di vista del presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri (Fnomceo), Amedeo Bianco, sull'iniziativa di un sito web francese che si prepara a mettere in rete le 'pagelle', stilate dai pazienti, sulle doti umane dei loro medici.

"Sono convinto - spiega Bianco all'AdnKronos Salute - che il giudizio degli utenti sui servizi prestati, soprattutto quando si tratta di ambiti in cui la fiducia è fondamentale come la sanità, debba avere spazio. La percezione delle persone, infatti, non può essere trascurata".

Ma il presidente dei medici italiani si dice preoccupato "dalle modalità proposte dall'iniziativa francese perché - continua - si prestano a fenomeni opportunistici di ogni tipo. Non si capisce bene, inoltre, quali siano i criteri di valutazione e si creano confusioni che non giovano. Inoltre ogni relazione di cura è unica, e la catalogazione mi sembra impropria e fuorviante".

La valutazione delle prestazioni dei camici bianchi da parte del paziente - "a cui è giusto comunque arrivare", dice Bianco - va fatta con strumenti che puntino al dialogo e non con le sentenze.

"Le armi migliori - propone il presidente dei medici italiani - per permettere ai pazienti di esprimersi siano i sistemi di 'audit', in cui gruppi di pazienti, insieme al medico, si incontrano periodicamente, affrontano le diverse tematiche e discutono della qualità, delle cose che si potevano fare meglio. E' il dialogo che paga".

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Francia, pagelle ai medici su internet

Pagelle ai medici su internet in Francia dal prossimo 15 marzo. Un sito ad hoc - www.note2bib.com - aprirà i 'battenti virtuali' nei prossimi giorni e il solo annuncio ha già scatenato molte polemiche.

L'iniziativa, infatti, ricalca quella del portale in cui si permetteva agli studenti di valutare gli insegnanti, Note2be.com. In questo caso i professori, furiosi per la 'gogna' senza alcun filtro, hanno ottenuto dalla giustizia il divieto di pubblicare sul sito i dati raccolti. Ora tocca ai medici che, a giudicare dalle prime reazioni, gradiscono l'idea ancora meno degli insegnanti.

Ad annunciare Note2bib.com è stata la società D&E Investments, già attiva sul web, che difende l'iniziativa, sottolineando la volontà non di dare veri e propri 'voti' ai medici, quanto di fornire valutazioni su una scala di valori: non si tratterà quindi di giudicare la preparazione tecnica dei professionisti ma si punterà, piuttosto, sulla capacità di accogliere i pazienti e di relazionarsi con loro.

Una valutazione da parte degli utenti che potrà riguardare anche infermieri, dentisti, fisioterapisti e altri professionisti della salute. Potranno essere valutati, quindi, comportamenti quali: il rispetto degli orari, la capacità di ascolto, l'umanità.

Un medico apparirà sulla 'lista' pubblicata sul web solo dopo l'arrivo di più segnalazioni, che potranno essere anche positive. Come dimostrano esperienze simili in California (avviata nel 2004) e in Canada (2007). In questi casi spesso i pazienti, prima di andare dal medico, verificano le valutazioni fatte da altri via Internet.

Per le associazioni dei medici d'oltralpe si tratta di un'iniziativa discutibile, anche per la difficoltà di verificare l'identità degli internauti e la veridicità delle testimonianze. "Si tratta - secondo un sindacato di camici bianchi liberi professionisti - di un'idea ispirata alla cultura della telerealtà. I medici, e la qualità del loro lavoro, sono già sottoposti per legge all'obbligo di valutazione e alla formazione continua".

E non mancano i problemi giuridici visto che solo lunedì un tribunale francese ha ordinato la cancellazione di tutti i dati nominativi e le valutazione date agli insegnanti sul sito 'Note2be.com', che aveva lanciato il progetto di 'pagelle' per i professori e che ha già denunciato l'emulo Note2.bib per aver 'copiato' l'idea.

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Il nuovo Ministero della Salute, hi-tech e vicino a italiani

Un nuovo ministero della Salute più moderno e più vicino alle esigenze reali degli italiani. E' questo lo spirito con cui è nata la nuova sede del ministero della Salute, inaugurata ieri a Roma alla presenza del ministro della Salute Livia Turco, ma anche del presidente del Consiglio Romano Prodi.

"La nuova sede - spiega Turco nel suo discorso di presentazione - rappresenta per il ministero una opportunità storica di cambiamento e innovazione che testimonia quanti sforzi l'amministrazione pubblica, e in particolare questa amministrazione, stia compiendo per ammodernarsi, per venire sempre più incontro alle esigenze reali dei cittadini e nello stesso tempo per ottimizzare i costi di gestione".

Turco ha quindi elencato le novità della sede, tra cui "l'ingegnerizzazione dei flussi documentali, la digitalizzazione dell'archivio corrente e la conservazione dei documenti cartacei in un archivio unico e ordinato.

Ma anche l'adozione dei sistema voip, applicato per la prima volta in Italia in un ministero. Tutte queste innovazioni - spiega - consentiranno di favorire concretamente il rinnovamento tecnologico che tutti riteniamo fondamentale per rendere sempre più efficiente ed economica l'amministrazione centrale della salute".

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Prodi, Ssn orgoglio dell'Italia

Prodi, rendere la sanità pubblica uguale in tutte le regioni

Gli italiani devono essere orgogliosi del Servizio sanitario nazionale pubblico. Lo ha affermato a chiare lettere ieri pomeriggio il presidente del Consiglio Romano Prodi, che ha partecipato all'inaugurazione della nuova sede del ministero della Salute nel quartiere Eur di Roma.

"Dobbiamo essere orgogliosi - ha detto Prodi - di avere un Servizio sanitario pubblico che è qualcosa che ci accomuna con i Paesi più moderni. Oggi il Ssn è diverso da quello di tanti anni fa quando è stato istituito, ma uguali sono i suoi valori fondanti cioè l'universalità delle prestazioni.

Negli anni scorsi - ha ricordato - ci sono stati vari tentativi di mettere a rischio questa caratteristica di universalità, ma il Ssn fa parte del patrimonio di tutti i cittadini italiani". Il premier ha sottolineato anche l'importanza del coordinamento tra il governo nazionale della sanità e le competenze di ciascuna Regione in questo settore. "Ringrazio le Regioni per il grande coordinamento che abbiamo avuto in questi mesi di Governo.

Se avessimo avuto la stessa collaborazione da altri soggetti avremmo ottenuto risultati diversi anche in altri campi". Quindi Prodi ha ricordato che grazie a una comunione di intenti tra le Regioni, le politiche di bilancio hanno comportato un aumento della spesa sanitaria "solo dello 0,8 per cento rispetto al 6 per cento fatto registrare negli anni 2001-2006. Dunque un incremento inferiore all'inflazione a parità di prestazioni erogate".

Il Servizio sanitario nazionale deve garantire le stesse prestazioni a tutti i cittadini in ogni parte del Paese: questo è lo sforzo del prossimo futuro per la sanità italiana, lo scenario - secondo Prodi - su cui si dovranno misurare i politici che avranno la gestione della sanità.

"Abbiamo un Servizio sanitario universale - ha detto - che non è ancora uguale in tutte le zone d'Italia. Sarà questo lo sforzo per il futuro. Ma il servizio sanitario fa progressi e migliora nello standard delle prestazioni: dobbiamo essere orgogliosi di questo risultato".

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06 marzo 2008

L'uso immotivato dei farmaci aumenta il rischio dipendenza

Gli studenti universitari che fanno uso di farmaci prescrivibili per scopi non medici presentano un aumento del rischio di abuso di farmaci, il che non è il caso di coloro che ne fanno uso per scopi medici e non hanno un'anamnesi di uso di farmaci per scopi non medici.

L'uso di farmaci prescrivibili per scopi non medici è un problema ben documentato negli studenti universitari americani, ed è stato dimostrato che in questi soggetti questo tipo di comportamento è associato ad abuso di alcool ed altre droghe.

Chiaramente, la diagnosi appropriata, il trattamento ed il monitoraggio terapeutico degli studenti universitari che ricevono farmaci prescrivibili passibili di abuso è di importanza cruciale, non soltanto per migliorare gli esiti clinici, ma anche per aiutare a prevenire l'abuso di questi farmaci all'interno di una popolazione ampiamente responsabile per la propria gestione farmacologica.

Qualsiasi intervento volto a ridurre questi episodi di abuso, comunque, dovrà tenere conto del fatto che si tratta di farmaci altamente efficaci e sicuri per la maggior parte dei pazienti che si attengono all'uso prescritto.

(Arch Pediatr Adolesc Med. 2008; 162: 225-31)

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Telefono cellulare connesso a tumori parotidei benigni

L'uso frequente a lungo termine di telefoni cellulari potrebbe aumentare il rischio di tumori benigni a carico della ghiandola parotide, in base ad uno studio condotto in Israele, dove l'uso dei cellulari è particolarmente intenso.

Nonostante i timori sui potenziali effetti cancerogeni delle radiofrequenze elettromagnetiche emesse dai telefoni cellulari, pochi studi sono stati in grado di dimostrare questa associazione. In ogni caso, la maggior parte della ricerca è stata confinata ai tumori cerebrali, ed i dati a lungo termine scarseggiano.

La prossimità delle parotidi ai campi elettromagnetici emessi durante l'uso dei cellulari le rende un bersaglio più suscettibile.

Questi campi elettromagnetici sono troppo deboli per rompere legami chimici o danneggiare il DNA, e pertanto agiscono più probabilmente sulla promozione che sull'iniziazione tumorale.

L'elevato livello di uso del cellulare nella popolazione israeliana potrebbe spiegare come mai sia stata rilevata un'associazione fra quest'ultimo e tumori parotidei ipsilaterali nonostante il periodo di latenza relativamente breve.

I dati rilevati, tuttavia, sono insufficienti per stabilire con certezza rapporti di causalità.
(Am J Epidemiol 2008; 167: 457-67)

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Regione Lazio, vertice sulla spesa farmaceutica

Nella riduzione della spesa farmaceutica del Lazio la collaborazione di medici e farmacisti è stata utile e importante. Per questo l'assessore alla Sanità della Regione, Augusto Battaglia - che questa sera incontrerà i vertici di Federfarma (titolari di farmacia) e i responsabili della Fimmg del Lazio, la federazione dei medici di famiglia - si augura che "tutte le parti mettano in atto uno sforzo per superare tensioni e incomprensioni, che rischiano di indebolire l'azione di risanamento avviata insieme e di penalizzare il servizio sanitario regionale e i cittadini utenti", dice in una nota.

"Nel corso degli ultimi due anni e mezzo - spiega Battaglia - abbiamo realizzato un grande sforzo, che ha visto coinvolti tutti gli attori del sistema sanitario regionale, in particolare farmacisti e medici, e che ha consentito di raggiungere gli obiettivi del Piano di rientro e di avvicinare sensibilmente la spesa farmaceutica del Lazio, per anni fuori controllo, alle medie nazionali. Questo risultato, già importante, andrà consolidato nel 2008.

E l'insieme delle nuove misure adottate dalla Giunta, che entreranno in vigore nelle prossime settimane dopo le necessarie valutazioni e verifiche dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), consentiranno di allineare la spesa farmaceutica, territoriale e ospedaliera, al 16,4% della quota di Fondo sanitario attribuito alla Regione Lazio, come fissato dalla legge 222 del 29 novembre 2007".

Secondo Battaglia, il "raggiungimento di questi risultati è stato possibile grazie all'impegno dei medici a fare prescrizioni sempre più appropriate, alle attività di controllo esercitate dalla aziende sanitarie, ai significativi risparmi ottenuti grazie alla leale collaborazione della rete delle farmacie convenzionate, che hanno sottoscritto con la Regione importanti accordi per la distribuzione 'per conto' di farmaci particolarmente costosi".

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Sicurezza dei pazienti ed Ecm in cima all'agenda

"Sicurezza dei pazienti ed Ecm (Educazione continua in medicina): sono questi i temi più 'scottanti' della sanità, da girare alla classe politica in vista delle prossime elezioni". A pensarla così è Pasquale Spinelli, presidente della Federazione italiana delle società medico-scientifiche (Fism), convinto che per migliorare il Servizio sanitario nazionale "non si può fare a meno di affrontare con piglio e decisione questi due temi".

"Il problema della sicurezza - spiega Spinelli all'AdnKronos Salute - non può più essere rimandato. E' necessario, ad esempio, insistere sull'istituzione di punti di gestione del rischio clinico in ogni struttura ospedaliera".

Ma non solo. "Serve - aggiunge - migliorare la formazione del personale sanitario e, soprattutto, diffondere la cultura della qualità dei servizi assistenziali". Un altro aspetto della sicurezza investe invece i farmaci. "Sempre più pazienti, soprattutto bambini - spiega il presidente della Fism - rimangono vittime di dosaggi e somministrazioni errate di medicinali. Bisognerebbe quindi istituire un servizio 'ad hoc' a servizio e a tutela di medici e pazienti".

Altro problema 'annoso' è quello relativo all'Educazione continua in medicina (Ecm). "Purtroppo - sottolinea Spinelli - il sistema è ancora in una fase sperimentale. Speriamo che il testo di riforma messo a punto dal ministero della Salute e dalle Regioni entri presto a regime.

Anche perché - conclude - è un testo che potrebbe funzionare".

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Politiche più razionali per migliorare Ssn

"Per migliorare la sanità pubblica è necessario 'rinvigorire' il parco delle apparecchiature tecnologiche di diagnosi e cura. Ma soprattutto, sono indispensabili politiche più razionali dell'intero sistema". Parola di Alfredo Siani, presidente eletto della Società italiana di radiologia (Sirm) che, in vista delle prossime elezioni di aprile, suggerisce ai leader politici alcune priorità per migliorare il Ssn.

"Per arrivare a una migliore organizzazione del Ssn - spiega Siani all'AdnKronos Salute - bisogna innanzitutto razionalizzare il percorso diagnostico dei pazienti. Ad esempio nel mio settore, la radiologia, sempre più spesso vengono effettuati esami ripetuti, con conseguenze negative anche sui tempi delle liste di attesa". Per Siani, un'altra strada da seguire è quella di potenziare i programmi di prevenzione.

"Un percorso già intrapreso nel nostro Paese, ma che va sicuramente perfezionato. Ad esempio - sottolinea - i programmi di screening contro il tumore della mammella sono già particolarmente efficaci e stanno dando i loro frutti benefici". Siani, infine, rivendica un maggiore riconoscimento per le società scientifiche. "Troppo spesso le Istituzioni, nel mettere a punto i programmi di politica sanitaria, si dimenticano di noi. Finendo - conclude - col privilegiare gli Ordini professionali e i sindacati di categoria". "La maggioranza che sarà chiamata a guidare il Paese, e la classe politica tutta, è bene che lavori affinché il Ssn resti pubblico. Dare troppo spazio all'assistenza privata sarebbe infatti un errore".

Parola di Anna Maria Ferrari, presidente della Società italiana medicina di emergenza urgenza (Simeu) che fissa un punto chiave nell'agenda politica degli schieramenti impegnati nella competizione elettorale. "E' necessario - spiega la Ferrari - difendere l'integrità del Ssn. Un sistema che va certamente migliorato, ma che è il maggiore, se non l'unico, garante dei percorsi assistenziali dei cittadini. L'urgenza, quindi, è quella di trovare e impiegare al meglio maggiori risorse per rilanciarlo".

Per la Ferrari, particolare attenzione andrebbe riservata proprio al settore della medicina dell'emergenza. "Chiediamo - sottolinea il presidente della Simeu - un Piano di revisione strutturale dell'intero sistema che, negli ultimi anni, ha registrato un aumento esponenziale dei pazienti. Un piano - conclude la Ferrari - che contempli l'aumento del numero dei medici, l'adeguamento delle strutture di pronto soccorso, e che faciliti il collegamento tra cure primarie e ospedaliere".

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Sanità, è necessario un contratto con gli italiani

"E' necessario mettere a punto, e firmare, un 'contratto sanitario' con gli italiani. Un documento che garantisca diritti e prestazioni ai cittadini su tutto il territorio. Questa è la strada da seguire se si vuole davvero rilanciare la sanità e tutelare al meglio la salute".

Parola di Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale (Simg), che, in vista delle prossime elezioni di aprile, lancia ai leader politici alcune proposte per migliorare il Servizio sanitario nazionale. Prima tra tutte, quella della sottoscrizione di un vero e proprio 'contratto sanitario' con gli italiani.

"La Simg - spiega Cricelli all'AdnKronos Salute - in condivisione con altre associazioni mediche sta mettendo a punto un documento che va proprio in questa direzione. Anche perché - aggiunge - ci pare di capire che nei programmi dei due maggiori partiti politici (Pd e Pdl) il tema della sanità è affrontato in maniera un po' troppo generica.

E' bene quindi intervenire in tempo". Per Cricelli, uno dei punti chiave che va certamente affrontato è quello relativo ai Lea (livelli essenziali di assistenza). "Così come è concepito - spiega il presidente della Simg - il sistema non garantisce l'erogazione del 100% delle prestazioni inserite nei Lea, dunque a carico del Ssn. Questo perché in molte regioni alcune strutture ospedaliere non sono in grado di assicurarle ai cittadini.

E' per questo che il testo dei Lea andrebbe sostituito con una 'Carta di diritti dei cittadini' che garantisca, su tutto il territorio, l'assistenza. Anche in strutture private". Migliorare il Ssn significa pure migliorare la condizione del personale sanitario. "E 'indispensabile - sottolinea Cricelli - premiare gli operatori utilizzando chiari e determinati criteri di valutazione. Parametri che peraltro già esistono. Basta applicarli".

Cricelli rivendica infine maggiore considerazione e un ruolo più definito per le società scientifiche. "E' arrivato il momento - sottolinea - di rivendicare lo stesso riconoscimento di cui già godono le associazioni e i sindacati di categoria. Il governo Prodi aveva iniziato un percorso in tal senso, ma la sua prematura caduta - conclude - ha compromesso il lavoro che si era iniziato a fare".

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Al via la specializzazione in medicina d'emergenza

In Gazzetta ufficiale il decreto con requisiti per le università. Soddisfazione della Simeu

Le università italiane si impegnino per chiedere l'attivazione delle scuole di specializzazione in emergenza-urgenza. L'appello arriva dalla Simeu (Società italiana di medicina d'emergenza-urgenza) ricordando che gli atenei sono pronti a partire dopo la pubblicazione, nella Gazzetta ufficiale del 26 febbraio, del decreto sugli standard e requisiti minimi che le università devono possedere per attivare la nuova specializzazione.

Un provvedimento accolto con grande soddisfazione dalla Simeu: "è un traguardo - ha detto il presidente della società scientifica, Anna Maria Ferrari - che in tanti momenti era sembrato quasi irraggiungibile". Ora che la meta è raggiunta, tocca "alle singole università - ha spiegato Ferrari - avviare le procedure di attivazione. Oltre venti sedi universitarie hanno firmato il nostro appello e si sono dichiarate pronte a partire".

In questa fase la Simeu "è chiamata a impegnarsi su più fronti: stimolare altre sedi universitarie affinché si impegnino per richiedere l'attivazione della scuola, pianificare la partecipazione delle strutture di medicina e chirurgia d'accettazione e d'urgenza alle reti formative, chiedere percorsi normativi di riconoscimento di carriera per chi già lavora nell'emergenza".

Un punto cruciale sarà rappresentato "dal numero di contratti di formazione che nel prossimo anno accademico potranno essere destinati alla Scuola. Chiederemo anche alle Regioni di contribuire a elevare questo numero, per rendere sempre meno precario il turn over dei medici dell'emergenza, che sta superando i limiti della sostenibilità".

Per anni la Simeu ha lavorato per sensibilizzare Istituzioni e opinione pubblica sulla necessità di istituire un percorso formativo specialistico per i medici che lavorano nei pronto soccorso, nelle medicine d'urgenza, nell'emergenza territoriale. "Si tratta - spiega Ferrari - di un cammino iniziato tanti anni fa, sulla scorta di percorsi già standardizzati in molti altri Paesi occidentali".

La presidente ricorda che non sono mancati gli ostacoli, mossi soprattutto da interessi corporativi, ma "ci sono state anche Istituzioni sensibili", ha detto sottolineando che, a livello politico, "la necessità di attivare questa Scuola è stata convintamente condivisa. Così come è stata condivisa dalla maggioranza delle sigle sindacali mediche che, nella recente mobilitazione promossa dalla Simeu, hanno firmato un appello in favore della scuola".

Infine la presidente della Simeu ricorda le difficili condizioni dei Pronto soccorso italiani, "travolti da una domanda veramente eccessiva rispetto alle proprie forze e strutture, sfiniti dalla mancanza di posti letto su cui ricoverare, troppe volte esposti alla gogna mediatica, a scontare soprattutto deficit di sistema. L'emergenza urgenza ha bisogno di riorganizzazione strutturale, organizzativa, normativa, in una parola ha bisogno di cure.

Chiediamo alle Regioni e al futuro Governo del Paese di raccogliere questo allarme che non potrà rimanere inascoltato per molto altro tempo".

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05 marzo 2008

Trapianto renale a buon fine anche negli anziani

Gli anziani possono andare incontro ad esiti positivi dopo un trapianto di rene, benché a tali fini potrebbe essere di importanza critica una buona selezione del donatore se sono presenti comorbidità significative.

Il presente articolo riporta uno dei più ampi campioni di pazienti dell'attuale era dell'immunosoppressione ad esaminare specificamente gli esiti del trapianto di rene nei soggetti anziani.

L'età del paziente non sembra avere un impatto significativo sulla funzionalità del trapianto, e mentre le comorbidità aumentino in generale il rischio di mortalità del 17 percento, se il donatore è vivente esse non influenzano per nulla la sopravivenza.

(J Am Geriatr Soc 2008; 56: 231-8)

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Decreti sicurezza lavoro, si chiude in settimana

"Abbiamo lavorato con intensità, e credo che in settimana vedremo concluso l'iter dei decreti attuativi della legge sulla sicurezza nei posti di lavoro". Lo ha detto il ministro della Salute, Livia Turco, intervenendo a Roma alla presentazione della neonata Associazione 'Lavoro & Sicurezza', al ministero di Lungotevere Ripa. Un'iniziativa che avviene all'indomani della tragedia di Molfetta (Bari), in cui hanno perso la vita cinque persone.

"La legge 123 in parte è già in vigore - ha ricordato la Turco - un progetto ambizioso costruito con il consenso delle parti sociali. Bisogna concludere la delega relativa all'articolo 1. Ma sono sicura - ha concluso - che il Consiglio dei ministri verrà convocato rapidamente". Quanto ai 'numeri' delle morti sul lavoro, "abbiamo un triste primato europeo, 4 morti per infortuni ogni giorno, 7.875 per incidenti e malattie professionali in cinque anni", ha riferito Pietro Mercandelli, presidente dell'Amnil. "Un numero che non tiene conto dei 200mila infortuni stimati ogni anno: quelli che non vengono denunciati perchè legati al lavoro nero", dice Mercandelli.

"Di fronte a questa ennesima tragedia, ognuno si assuma le proprie responsabilità - sottolinea Mercandelli, pensando alla morte di cinque persone a Molfetta (Bari) - Bisogna applicare le leggi e fare controlli, ma soprattutto il lavoratore deve essere formato e informato su come tutelare la propria sicurezza". Non si fa abbastanza per difendere i lavoratori italiani, dice l'esperto.

E soprattutto per informarli sui rischi. Riconoscendo l'impegno dei ministri della Salute e del Lavoro Livia Turco e Cesare Damiano, e del premier uscente Romano Prodi, Mercandelli si augura "che il loro sforzo possa trovare presto uno sbocco con i decreti attuativi della legge delega sulla sicurezza nei posti di lavoro.

Ci auguriamo, insomma, che si arrivi a un'approvazione prima delle elezioni. Perchè in Italia - conclude - quello delle morti sul lavoro è uno zoccolo duro che non si riesce a contrastare".

Vedi:
la Sezione Lavoro di Vita di Donna

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Prematuri, rianimazione senza accanimento

Rianimare sempre i neonati fortemente prematuri, per poi valutarne le possibilità di sopravvivenza. Ma evitare le cure intensive inutili, se si dimostrassero inefficaci, perché si configurerebbero come accanimento terapeutico. Infine, cercare sempre una soluzione condivisa tra genitori e medici.

Ma in caso di contrasto tener ferma la tutela della vita, del feto o del neonato. Sono questi i punti nevralgici del parere approvato ieri dal Consiglio superiore di sanità (Css), con 45 voti a favore e un'astensione. Le raccomandazioni riguardano le 'Cure perinatali nelle età gestazionali estremamente basse', cioè tra le 22 e le 25 settimane.

"Al neonato, dopo averne valutate le condizioni cliniche - dice il documento - sono assicurate le appropriate manovre rianimatorie, al fine di evidenziare eventuali capacità vitali, tali da far prevedere possibilità di sopravvivenza, anche a seguito di assistenza intensiva". "Qualora l'evoluzione clinica dimostrasse che l'intervento è inefficace - prosegue il parere del Css - si dovrà evitare che le cure intensive si trasformino in accanimento terapeutico.

Al neonato saranno comunque offerte idratazione e alimentazione compatibili con il suo quadro clinico e le altre cure compassionevoli, trattandolo sempre con atteggiamento di rispetto, amore e delicatezza". In ogni caso, stabilisce il documento, "le cure erogate al neonato dovranno rispettare sempre la dignità della sua persona, assicurando i più opportuni interventi a tutela del suo potenziale di sviluppo e della migliore qualità di vita possibile".

L'altro nodo riguarda l'eventuale accordo tra genitori e medici sui trattamenti sanitari su neonato fortemente prematuro. Su questo punto il Css spiega: "Fermo restando che il trattamento rianimatorio richiede decisioni immediate e azioni tempestive e indifferibili, ai genitori devono essere fornite informazioni comprensibili ed esaustive sulle condizioni del neonato e sulla sua aspettativa di vita, offrendo loro accoglienza, ascolto, comprensione e il massimo sostegno sul piano psicologico".

Qualora però le richieste dei genitori fossero in contrasto con "la scienza e coscienza dell'ostetrico-neonatologo, la ricerca di una soluzione condivisa andrà perseguita nel confronto esplicito e onesto delle ragioni esibite dalle parti. Tenendo in fondamentale considerazione - ribadisce il Css - la tutela della vita e della salute del feto e del neonato".

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Stato di agitazione dei tecnici ortopedici

Tecnici ortopedici in stato di agitazione contro la riforma dell'assistenza protesica, prevista nella revisione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), in corso di approvazione nella Conferenza Stato-Regioni.

La Federazione italiana fra operatori della tecnica ortopedica (Fioto) annuncia anche la chiusura di tutti gli studi del settore per il 14 marzo, per protestare contro questa riforma che metterebbe a rischio- spiegano - "l'uniformità dell'assistenza protesica sul territorio nazionale, provocherebbe un arretramento professionale degli operatori e creerebbe una 'fuga' delle aziende produttrici, che non hanno più certezze", spiega Marco Lainieri Milazzo, presidente Fioto, sottolineando che per quanto riguarda le protesi (tutti gli strumenti che sostituiscono una funzione dalla carrozzina all'arto artificiale) la qualità e l'appropriatezza "sono fondamentali" per i pazienti.

La Federazione chiede lo stralcio degli articoli che riguardano l'assistenza protesica nella proposta di riforma dei Lea, attualmente all'attenzione dello Stato-Regioni. "Provvedimento - spiega il presidente Lainieri Milazzo - che riteniamo assolutamente inadeguato alle esigenze del comparto". Ma chiede anche "l'istituzione - dice ancora il presidente - di una commissione ufficiale per rivedere il nomenclatore" con la definizione e l'aggiornamento degli elenchi delle prestazioni Lea erogabili e delle modalità di definizione delle tariffe di riferimento, in attesa della riforma. La Federazione, inoltre, fa appello a tutte le forze politiche "sensibili al tema della disabilità", di impegnarsi ad avviare un percorso celere per mettere a punto una 'legge obiettivo' che dia certezze al comparto, uguaglianza su tutto il territorio nazionale a quanti hanno diritto alle prestazioni appropriate, efficaci ed efficienti.

La Fioto ricorda che il settore è da anni in forte sofferenza. Negli ultimi anni, infatti, si è consolidato un sistema di acquisto delle 'prestazioni protesiche' da parte del Ssn, basato più sul criterio di risparmio che di qualità. "In teoria il ministero della Salute, a livello centrale - dice Lainieri Milazzo - ha emanato Linee guida in cui si indica la necessità di fornire prestazioni appropriate, efficaci ed efficienti.

Ma, nella sostanza, sul territorio, il direttore della Asl, che deve badare al bilancio, non parte da una verifica di appropriatezza e di qualità. Anche perché gli strumenti di misurazione (gli indicatori di qualità) non esistono. E quindi l'unico criterio che resta è il massimo ribasso, perché il primo obiettivo da raggiungere è il risparmio".

E questo, ovviamente, va tutto a discapito dei pazienti. Per questo la Fioto chiede "l'annullamento di tutte le gare d'appalto per i dispositivi dell'elenco 1 e di tutte le procedure istruite con il solo fine del massimo risparmio". "Noi ci aspettavamo - lamenta Lainieri Milazzo - una revisione che mettesse ordine in questa disciplina, che cioè dicesse con chiarezza cosa significa livello essenziale di assistenza, quali sono dispositivi che qualitativamente e quantitativamente vanno erogati e, soprattutto ci aspettavamo regole certe. Ciò non è accaduto". Infatti, nel documento per la revisione dei Lea che riguarda l'assistenza protesica, "ci sono solo tre articoli che non chiariscono. Il terzo, in particolare, rimette alle Regioni tutte le discipline che riguardano le modalità, l'accreditamento delle aziende, il controllo.

Ciò significa che "noi avremo un sistema a più velocità. Ogni Regione se ha disponibilità economiche concederà le prestazioni protesiche, quelle senza disponibilità economiche non le concederanno. E quindi non avremo un sistema di assistenza sanitaria nazionale uniforme sul territorio". Come professionisti, poi, "siamo tornati indietro di 20 anni - continua - perché ci vengono tolte le autonomie professionali guadagnate nel tempo. In pratica ci costringono al ruolo di meri commessi". Ancora più grave la situazione per le imprese, un settore che occupa 15mila persone circa. "Le imprese - conclude Marco Lainieri Milazzo - non hanno assolutamente certezze. Si può prevedere, dunque, una moria di aziende: gli imprenditori andranno ad investire in altre settori e ci troveremo depauperati di un'esperienza importante".

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Smi, modernizzare la sanità in 4 mosse

Un patto per valorizzare il ruolo dei medici di medicina generale e del territorio. Ma anche una proposta per modernizzare, in 'quattro mosse' le cure primarie e i servizi sanitari nel nostro Paese.

Sono le richieste al prossimo Governo contenute in un documento sulle convenzioni dei camici bianchi, approvato dalla segreteria nazionale del Sindacato dei medici italiani (Smi), in cui "forte è il richiamo a una contrattazione con una chiara e uniforme cornice normativa nazionale." Per lo Smi, serve un nuovo patto tra i medici e la politica.

Ma, in questa fase in cui manca un reale interlocutore politico, è controproducente - a parere del sindacato - per la professione e per l'area delle cure primarie, "prevedere interventi che modifichino l'attuale assetto strutturale e organizzativo del settore.

Un progetto di riordino complessivo dell'area delle cure primarie presuppone un maggiore coinvolgimento delle categorie, un quadro di riferimento complessivo dei nuovi modelli di erogazione delle prestazioni omogeneo sul piano nazionale, e un adeguato finanziamento delle innovazioni, dei nuovi compiti e delle responsabilità chieste al settore". E' quindi strategico "promuovere un rilancio del patto, solo abbozzato e non concluso a causa della fine della legislatura, fra il prossimo Governo e le categorie, che preveda una profonda revisione della normativa del settore in una cornice nazionale uniforme".

Per avviare la modernizzazione delle cure primarie il nuovo patto - secondo lo Smi - deve prevedere, a fronte di uno straordinario impegno della categoria a governare la nuova domanda di salute, strumenti normativi, economici e organizzativi in grado di permettere ai professionisti del settore di vincere la sfida. Ecco le quattro 'mosse' proposte dallo Smi:

1) Il tempo pieno, il ruolo e l'accesso unico dei medici dell'area con caratteristiche giuridiche che riconoscano agli addetti un migliore sistema dei diritti e delle tutele in linea con i diritti fondamentali del lavoro, la progressione di carriera, una profonda revisione del sistema di retribuzione, la defiscalizzazione di alcune componenti del reddito, l'abolizione dell'Irap, il riconoscimento che gli immobili adibiti alla professione sono presidi del Ssn e quindi esenti da Ici;

2) Riordino strutturale e organizzativo dell'area;

3) Il nuovo modello di governance del settore;

4) La riforma della formazione specifica e una ridefinizione delle modalità e delle strutture deputate alla formazione continua.

Oltre alle proposte, però, lo Smi, per quanto riguarda l'immediato, ribadisce la priorità di dare risposte "all'emergenza economica in cui versano i circa 90 mila medici del settore, concedendo, subito, in busta paga il 4,7 per cento dell'inflazione programmata per il primo biennio (2006-2007), senza che si rimandi nulla alle trattative regionali e senza stornarlo per incrementi del sistema previdenziale, e riconoscendo lo 0,7 per cento, già concesso nel precedente contratto al pubblico impiego (Lodo Fini)".

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Saltano i nuovi ordini e albi professionali

Mancata unanimità dei gruppi parlamentari fa 'saltare' attuazione del decreto la cui delega al Governo scadeva ieri Niente nuovi Ordini e Albi delle professioni sanitarie.

La mancata unanimità dei gruppi parlamentari di Camera e Senato hanno fatto 'saltare' il varo del provvedimento che li avrebbe dovuti istituire. Una situazione che ha molto deluso e "addolorato" il ministro della Salute Livia Turco. "Era questa, infatti - spiega - la condizione indispensabile in periodo di ordinaria amministrazione posta dal presidente del Consiglio Romano Prodi per dare definitiva attuazione alla delega sulla quale avevamo lavorato con grande cura, in intesa costante con le professioni ma anche con l'insieme delle forze politiche presenti in Parlamento".

Di parere opposto il ministro del Commercio Internazionale e delle Politiche europee, Emma Bonino che si è opposta al "varo in 'zona Cesarini' di nuovi Ordini professionali, determinando alla fine il non esercizio della delega con la quale si sarebbero dovuti istituire nuovi ordini riguardanti professioni sanitarie". Bonino afferma che il suo 'no' "non riguardava tanto le categorie interessate, quanto il principio stesso di potenziare ulteriormente la struttura ordinistica che caratterizza in modo così forte il nostro Paese, creando disparità di trattamento e sacche di privilegio inaccettabili, oltre che mantenere forme organizzative antistoriche alla luce dei meccanismi del mercato globale".

"Non sarebbe stato appropriato - aggiunge il ministro - affrontare questo argomento così delicato in questa fase pre-elettorale: ecco perché, insieme ad altri colleghi, nell'ultima riunione del Consiglio dei Ministri mi sono opposta ad una approvazione 'fuori sacco' di un provvedimento in controtendenza a quanto di liberale e di riformatore questo Governo ha fatto nei suoi 20 mesi di attività. Spero -conclude Bonino - sia un' occasione per tutti gli schieramenti di mettere a fuoco il problema nel suo complesso, ricercando le soluzioni più appropriate per rendere le nostre professioni più moderne e più attrezzate di fronte alle sfide nazionali ed internazionali che le attendono".

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04 marzo 2008

Demenza terminale, frequente uso antibiotici

Nei pazienti con demenza in stadio avanzato l'uso di antibiotici è frequente, soprattutto nelle ultime due settimane di vita, il che solleva alcuni quesiti.

Nel presente studio, due terzi dei pazienti gravemente dementi ricoverati in casa di cura hanno ricevuto almeno un ciclo di antibiotici in un arco di tempo non superiore ai 18 mesi, e la proporzione di pazienti che assumono questi farmaci nelle due settimane precedenti il decesso è sette volte superiore rispetto alle settimane antecedenti.

L'abitudine a prescrivere antibiotici a uno stadio tanto tardivo della demenza potrebbe non soltanto non riuscire a prolungare la sopravvivenza, ma di fatto anche costituire un rischio per la salute pubblica contribuendo alla comparsa di focolai di resistenza.

Essa potrebbe derivare dalla febbre e dalla comparsa di polmonite che sono una manifestazione standard della demenza allo stadio terminale.

(Arch Intern Med. 2008; 68: 357-62 e 349-50)

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Prevenzione, più frutta e verdura per gli italiani

Più frutta e verdura sulle tavole degli italiani per prevenire le principali patologie croniche. E' l'obiettivo del protocollo d'intesa, firmato ieri, tra il Ministero della Salute e l'Unione nazionale tra le organizzazioni di produttori ortofrutticoli agrumari e di frutta in guscio (Unaproa). L'intesa rientra nel programma "Guadagnare Salute", approvato dal Consiglio dei Ministri nel febbraio 2007, per combattere malattie cardiovascolari, tumori, diabete mellito, malattie respiratorie croniche, problemi di salute mentale e disturbi muscolo-scheletrici.

Per garantire la provenienza e la rintracciabilità della frutta e della verdura che arriva sulle nostre tavole - ricorda una nota del Ministero - Unaproa ha istituito un marchio collettivo di qualità: i 'cinque colori del benessere', quale elemento distintivo per certificare l'italianità e l'eccellenza del prodotto. Sulle tavole degli italiani, infatti, si rilevano eccessi per quanto riguarda l'apporto calorico complessivo e introiti eccessivi di carboidrati semplici e grassi, in particolare grassi saturi, sodio e di contro una scarsa assunzione di frutta e verdura.

La presenza del marchio, quindi, oltre a garantire che si tratta di prodotti di qualità, vuole ricordare che frutta e verdura sono fondamentali per nostra salute. Unaproa è un sistema ortofrutticolo con 149 organizzazioni di produttori, e svolge da tempo un'attenta azione di informazione e sensibilizzazione per aumentare il consumo di frutta e verdura.

Per questo motivo il Ministero della Salute ha ritenuto opportuno autorizzare e concedere l'uso del Logo "Guadagnare Salute" per tutte le iniziative di comunicazione del marchio. L'Unaproa può svolgere un ruolo fondamentale nel favorire i comportamenti salutari attraverso strategie che promuovano un aumento dei consumi ortofrutticoli freschi, orientando l'offerta e promuovendo alimentazioni in linea con le raccomandazioni citate.

Il Protocollo d'intesa - termina la nota - proposto fa seguito a quelli sottoscritti il 3 maggio 2007 con le Associazioni di categoria rappresentative della filiera alimentare, le Associazioni dei consumatori utenti, con le organizzazioni sindacali confederali e a quello sottoscritto il 22 gennaio 2008 con gli Enti di promozione sportiva.

Vedi:
Alimentazione dell'adulto, le basi di una dieta sana

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All'influenza piace il freddo, scoperto il perché

L'influenza va in 'letargo' con la bella stagione perché non resiste al caldo. Con le alte temperature, in altre parole, il virus si scioglie come fosse neve al sole, o meglio si liquefa il suo mantello protettivo.

Per questo, rivela uno studio dei National Institutes of Health statunitensi, che ha guadagnato le pagine della rivista Nature Chemical Biology, d'inverno l'influenza colpisce, mentre d'estate si affretta ad andare in pensione.

Gli studiosi Usa, capitanati da Joshua Zimmerberg, hanno scoperto che il virus dell'influenza si protegge con un 'cappotto' di grasso che si scioglie alle alte temperature estive. D'inverno, al contrario, il freddo diventa un prezioso alleato poiché mantiene solido il mantello che salvaguarda il virus. "Come le M&M's", le caramelle al cioccolato prodotte della Mars, "si sciolgono in bocca - spiega Zimmerberg facendo proprio quest'esempio - la cortina di protezione del virus si liquefa solo quando entra nelle vie respiratorie" lasciando qui il virus denudato dal suo 'giubbetto di salvataggio', ma protetto dal calduccio fisiologico del naso e pronto, pertanto, a scatenare l'infezione.

D'estate, tuttavia, il mantello si scioglie ancor prima che il virus 'assalti' il malcapitato di turno. Grazie a sofisticate tecniche i virologi Usa hanno stanato e identificato lo strato di grasso che riveste il virus influenzale quando questo 'viaggia' all'esterno, pronto a colpire.

Si tratta di uno strato semisolido e gelatinoso che rimane intatto al di sotto di una certa temperatura. Ma se il clima si surriscalda il mantello ha vita breve: il grasso si scioglie e il virus resta scoperto. Affinché l'influenza colpisca è invece necessario che lo strato di grasso venga meno solo una volta giunto nel naso, dove la temperatura è alta.

E' nel tratto nasale, infatti, che il virus deve uscire, ovvero abbandonare la cortina di protezione per dare vita all'infezione. Questa scoperta - assicurano i ricercatori - è destinata ad aprire la strada a nuove possibilità per contrastare il virus e controllare meglio le stagioni influenzali.

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Danni renali, uno studio italiano apre la via staminale

Dalla ricerca italiana nuove speranze per l'impiego di cellule staminali contro i danni renali. In uno studio pubblicato sul 'Journal of Experimental Medicine' - firmato da un team coordinato da Paola Romagnani, professore associato di Nefrologia all'università di Firenze - vengono svelati i meccanismi che permetterebbero alle cellule madri di svolgere un'azione rigenerativa.

La pubblicazione rappresenta lo sviluppo di una precedente linea di ricerca della stessa équipe. Di recente, infatti, gli scienziati hanno identificato una popolazione di staminali nel rene adulto.

Cellule che, se iniettate in topi affetti da insufficienza renale acuta, riducono la gravità della malattia e riparano il tessuto danneggiato.

Nel nuovo studio gli autori hanno invece scoperto l'identità di due proteine (denominate CXCR4 e CXCR7) che, se espresse in maniera coordinata, permettono alle staminali renali dopo iniezione nei vasi sanguigni di sopravvivere in circolo e di migrare in modo selettivo verso il tessuto danneggiato, attraversando le pareti vascolari.

In pratica, l'espressione di queste due proteine rende le cellule staminali renali capaci di comprendere dove è necessaria la loro capacità rigenerativa, e quindi di ottimizzarne l'utilizzo a fini terapeutici.

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03 marzo 2008

Cefalea comune in pazienti gastrointestinali

La prevalenza delle cefalee è superiore nei soggetti con problemi gastrointestinali che nei pazienti che non riportano tali sintomi.

Sia cefalee che sintomi gastrointestinali quali nausea, rigurgito acido, diarrea e costipazione sono comuni nella popolazione generale e sono responsabili di un uso cospicuo delle risorse sanitarie, ma la letteratura scientifica sulla comorbidità fra cefalea e problemi gastrointestinali è frammentaria.

In base al presente studio, non ci sono differenze fra emicrania e cefalea semplice in questa associazione, ma essa aumenta con l'aumentare della frequenza delle cefalee.

E' importante in questi pazienti tenere conto del carico totale del disagio, ed evitare di somministrare per le cefalee farmaci con effetti collaterali gastrointestinali.

La forte associazione positiva fra questi due elementi patologici rilevata nel presente studio solleva domande riguardo i meccanismi fisiopatologici comuni che rendono i soggetti che soffrono di cefalee propensi ai disturbi gastrointestinali.
(Cephalalgia 2008; 28: 144-51)

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Malattie rare, presto l'elenco aggiornato

Nella prossima conferenza Stato-Regioni, prevista per il 20 marzo, uno dei punti all'ordine del giorno sarà l'aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza (Lea).

E all'interno di questo provvedimento, ci sarà spazio per un ampliamento dell'elenco delle malattie rare riconosciute, e che dunque potranno dare accesso gratuito alle prestazioni del Servizio sanitario nazionale.

La buona notizia per il milione e mezzo di italiani affetti da malattie rare è stata data sabato mattina a Roma dal ministro della Salute, Livia Turco, che ha partecipato all'Iss alla presentazione del nuovo Centro nazionale malattie rare e al lancio di un numero verde dedicato. "Con l'aggiornamento dei Lea - dice Turco - verrà aggiornato anche l'elenco delle malattie rare sulla base delle evidenze scientifiche, con un maggiore accesso alle prestazioni gratuite del Ssn.

Al contempo - aggiunge - sarà aggiornato anche il nomenclatore delle protesi e degli ausili. La novità è che non ci sarà più bisogno del riconoscimento dell'invalidità, perché basterà la semplice diagnosi di malattia rara per avere accesso a tutte le prestazioni".

Nella stessa riunione della conferenza Stato-Regioni, verranno presentati anche il nuovo piano vaccinale, un'intesa sulla salute mentale e l'atto di indirizzo per la piena applicazione della legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, che prevede come minimo un medico non obiettore in ogni distretto, cioè ogni 60 mila abitanti.

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L'Italia cerca specializzati in medicina nucleare

Venti scuole di specializzazione in tutta Italia, ma solo 50 laureati ogni anno. Sono i 'numeri' della medicina nucleare in Italia, che ha raggiunto livelli di eccellenza, ma che lamenta la scarsità di 'nuove leve'. E questo anche se nelle attività di diagnostica e terapia medico-nucleare sono coinvolti molte professionalità: fisici, tecnici, infermieri e radiochimici.

A parlarne è stato Luigi Mansi, coordinatore dei Gruppi di studio dell'Associazione italiana di medicina nucleare (Aimn), intervenuto a Roma a una conferenza stampa presso il palazzo dell'Informazione."La medicina nucleare - ha detto Mansi - occupa, nel percorso della laurea specialistica in Medicina, una posizione importante all'interno del più ampio 'contenitore' dell'area radiologica.

Le scuole di specializzazione sono distribuite in maniera non omogenea sul territorio nazionale, e c'è da dire che i laureati vengono poi in maggior parte 'assorbiti' da strutture del Nord. Ma gli italiani rimangono comunque fra i più quotati esperti in Europa e nel mondo: nostri connazionali sono a capo delle più importanti società scientifiche del Vecchio continente e, insieme ad altri 'colleghi' europei, superano gli americani per numero di pubblicazioni scientifiche".

In più, "oggi vantiamo grandi 'cervelli' - ha sottolineato Lucio Mango, delegato Area professionale Aimn - che, pur avendo avuto esperienze all'estero per un periodo, oggi operano in Italia e 'attraggono'persino pazienti da altri Paesi. Si tratta di una disciplina poco conosciuta, ma in cui davvero il nostro Paese eccelle".

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Medicina nucleare, basta con in pregiudizi e le paure

A lanciare l'appello per sgombrare il campo da pregiudizi e paure sono stati venerdì i rappresentanti dell'Associazione italiana di medicina nucleare

La medicina nucleare non va identificata con qualcosa di pericoloso, 'radioattivo', che può richiamare persino l'idea della bomba atomica di Hiroshima. A lanciare l'appello per sgombrare il campo da pregiudizi e paure sono stati venerdì scorso i rappresentanti dell'Associazione italiana di medicina nucleare (Aimn), in una conferenza stampa al Palazzo dell'informazione, sede dell'Adnkronos, per presentare il XVIII Corso nazionale di aggiornamento professionale in medicina nucleare e imaging molecolare, in programma sempre nella Capitale fino al 2 marzo.

Gli esperti assicurano: la medicina nucleare rappresenta la parte 'buona' delle radiazioni dell'atomo, quella che sfrutta la radioattività per incanalarla entro confini ben controllati e per utilizzarla in campo diagnostico e terapeutico. E l'Italia in questo campo ha raggiunto risultati di grandissimo rilievo. "Grazie a questa disciplina - ha spiegato il presidente Aimn, Diana Salvo - a livello diagnostico oggi riusciamo a vedere con un'altissima capacità di risoluzione molte patologie, compresi i tumori, anche di dimensioni piccolissime, con una rappresentazione anatomica incredibile, quasi sovrapponibile a quella dei libri di anatomia".

La tecnica più conosciuta, anche se non è l'unica disponibile, è oggi la Pet, che sta acquistando un ruolo centrale nella diagnosi dei tumori, fornendo informazioni preziose anche sulla prognosi e sulla terapia. "Oggi in Italia - ha ricordato Pierluigi Zanco, vicepresidente Aimn - ci sono 259 reparti di medicina nucleare, 70 dei quelli dotati di tomografia per emissione di positroni o Pet. Le attività spaziano dalla diagnosi della cardiopatia ischemica alla stadiazione e cura delle neoplasie, dall'endocrinologia fino alla diagnosi delle patologie neurodegenerative come l'Alzheimer, in tutti i casi fornendo diagnosi accurate e spesso più precoci rispetto alle usuali tecniche radiologiche". E oggi la medicina nucleare sta assumendo anche il ruolo di 'guida' per terapie personalizzate.

"Grazie alle tecnologie che abbiamo a disposizione - ha spiegato Salvo - in futuro potremo arrivare a capire quali farmaci sono efficaci in un singolo paziente, rendendo le armi terapeutiche sempre più 'affilate', precise e selettive. Questo si potrà tradurre anche in un risparmio ingente, perché si eviterà di somministrare terapie a un malato che non ne beneficia adeguatamente, tagliando anche i tempi e regalando più chance di sopravvivenza".

Ma in questo processo di crescita della medicina nucleare, esistono alcune contraddizioni: "il 'boom' che abbiamo vissuto negli ultimi anni, con una quadruplicazione delle procedure effettuate negli ultimi tre anni - ha evidenziato Massimo Dottorini, segretario Aimn - oggi viene rallentato dai difficili protocolli che è necessario seguire per far approvare, ad esempio, nuove molecole utilizzabili in abbinamento con l'imaging molecolare.

Per i tumori, abbiamo potenzialmente allo studio decine di sostanze, dette radiofarmaci, che possono uccidere selettivamente le cellule neoplastiche, ma abbiamo bisogno di percorsi più rapidi per ottenerne l'autorizzazione".

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01 marzo 2008

L'Italia e la questione cattolica

di Mauro David

Dopo l?ingresso dei Radicali, la senatrice teodem Paola Binetti agita il dibattito politico all?interno del PD. Apre così una conflittualità interna che danneggia l?immagine di unità, cosa che sta a cuore non solo a Veltroni, ma anche agli italiani stanchi della rissosità improduttiva.

Nel versante opposto, Berlusconi si dichiara a favore della moratoria contro l?interruzione di gravidanza, ma dimentica l?aborto terapeutico praticato dalla moglie e rivelato dall?interessata in un?intervista al Corriere della Sera. Pier Ferdinando Casini, strenuo difensore della famiglia, si dichiara contrario alle coppie di fatto; va al Family Day, ma divorzia e si sposa di nuovo con rito civile.

Questi sono i comportamenti di alcuni dei nostri uomini più rappresentativi, quelli che da anni occupano la scena politica e che gli italiani continuano ad eleggere, quelli che esprimono la sintesi del pensiero e dell?orientamento morale del Paese.

L?Italia è un Paese cattolico? Le chiese sono poco frequentate, il confessionale non è più uno strumento di controllo, le sacre scritture sono quotidianamente trascurate, le vocazioni si sono ridotte a tal punto da creare un serio problema di turnover nelle gerarchie clericali.

L?esistenza degli italiani non è ispirata agli insegnamenti della Chiesa e la questione va al di là del mero principio di laicità dello Stato. E? necessario prendere atto che il popolo italiano vive, agisce e riflette da materialista e da laico.

Il morboso e insulso attacco alla legge 194, che ciclicamente gli antiabortisti rinnovano, ne è la prova evidente. E? doveroso che gli autori di queste offensive si rimettano alla determinazione dei cittadini. La legge che regola l?aborto in Italia è frutto di un passaggio democratico, di una volontà popolare espressa con un referendum. Qualunque tentativo di modifica dovrà sottostare allo stesso iter legislativo; una revisione consumata a colpi di maggioranza rappresenterebbe un vilipendio al comune, pratico e condiviso senso della vita degli italiani di oggi.

Con la loro ostinazione gli antiabortisti rivelano la sconfitta morale e politica. Non propongono una consultazione popolare perché verrebbero sbaragliati. Non sono solo i sondaggi a sostenerlo, ma è anche il buon senso che deriva dalla onesta osservazione della società. E allora privilegiano la manipolazione della realtà; premono, non solo sulle coscienze degli italiani, ma anche sulla fragilità dei politici alla ricerca di facile consenso; perseguono con determinazione quella che sarebbe una nefandezza antidemocratica.

Pur di ottenere un decreto legge che scardini la 194, utilizzano una propaganda opprimente e violenta ricorrendo alle immagini truculente di campi di sterminio o di olocausti consumati tra l?indifferenza generale. I siti cattolici tracimano di fotografie di feti abortiti; icone raccapriccianti, strumenti pedagogici di una rozzezza morbosa e di un gusto da oscuro medioevo.

Nel tentativo di mettere i bastoni tra le ruote all?applicazione della legge 194, sparuti manipoli di ardenti cattolici premono alle porte dei servizi d?interruzione di gravidanza della sanità nazionale; qualcuno di loro viene addirittura preso a schiaffi. Giuliano Ferrara, ex comunista ed ex informatore della Cia, ?nè ateo nè? devoto?, si presenta come candidato premier della lista Pro-life. Lancia la moratoria sull?aborto, ponendo sullo stesso piano i boia d?America e le donne che, decidendo di abortire, compiono un crimine contro l?umanità.

Il Vaticano, non solo entra nelle mutande degli italiani vietando la contraccezione, ma detta l?agenda politica delle istituzioni contribuendo, alla bisogna, anche alla caduta di un governo. Tutto viene stravolto e ricondotto a tappe forzate verso l?anacronistica visione cattolica sul valore della vita. Lo sventurato embrione diviene l?ultima trincea difensiva di posizioni scientificamente infondate e politicamente irragionevoli; uno strumento insostituibile per imporre la volontà delle gerarchie ecclesiastiche che ?legiferano? sull?utilizzo delle cellule staminali e sulla procreazione assistita. Tutto ciò accade, ma il laico e materialista cittadino italiano auspica che la ricerca scientifica, quella che curerà il suo tumore, sia portata comunque avanti negli altri paesi senza cattoliche limitazioni e, mentre milioni di embrioni rimangono inutilizzati nei congelatori, le coppie vanno in Spagna per praticare l?inseminazione artificiale in tutta serenità.

No, l?Italia non è cattolica. Nuovi protagonisti, portatori di un moderno umanesimo materialista, entrano a pieno titolo nella società civile: le nuove generazioni di giovani, estranee al comunismo e caratterizzate da un candido ateismo; le donne affrancate dalle soffocanti tradizioni catto-maschiliste; gli omosessuali che combattono con sacrosanto diritto l?omofobia stagnante della Chiesa e dei ceti più retrivi; gli immigrati, messaggeri di altre culture e orientamenti morali. No, quella cattolica non è l?unica morale ed il progresso dell?umanità non si arresta ai confini del cattolicesimo. Che i cattolici ne prendano coscienza; nel terzo millennio è un atto dovuto.

Per quale motivo gli organi ecclesiastici, con sovversivismo militante, si distanziano in modo evidente dalla società civile e dai sentimenti reali dei propri concittadini? Quella cattolica, è ancora una morale aggregante delle coscienze e punto di riferimento del vissuto quotidiano di un popolo?

La verità è che il cattolicesimo è debole perché condizionato dal terrore dell?evidente svilimento del proprio fascino. Non possiede più la forza della dottrina universale, i fondamenti della Chiesa vengono rimessi in discussione, il futuro dell?istituzione stessa è minacciato. Il clero brasiliano, che con i suoi 18.685 sacerdoti è una delle chiese più forti al mondo, chiede ufficialmente all?assemblea generale dei sacerdoti la revisione delle norme che regolano il celibato. La Spagna di Zapatero, infastidita dalle ingerenze dei vescovi cattolici, minaccia la revisione dei finanziamenti pubblici goduti dalla Chiesa.

E? il panico che muove le azioni del Vaticano e la stigmatizzazione dell?aborto e della contraccezione come ?atti del malvagio?, rappresenta il colpo di coda del pachiderma disorientato e mortalmente ferito. La divisione netta tra il bene e il male viene rappresentata con toni da crociata, i massimalismi lessicali e teoretici allontano dalla retta via il cittadino e la sua visione materialista dell?esistenza.

La morale cattolica conferisce alla vita il significato di valore supremo in ogni suo ambito e stadio di sviluppo. La difende addirittura quando ancora non c?è, entra nei letti delle persone e condanna la contraccezione sicura, perché mistificazione dell?atto sessuale non più inteso come momento propedeutico alla vita stessa. L?accezione attribuita alla parola vita raggiunge livelli di speculazione intollerabili per la morale laica; la vita che non c?è è vita, l?embrione è vita, lo spermatozoo e l?oocita sono vita, ma allora anche il batterio ucciso dall?antibiotico è vita.

L?estremismo teologico, portato avanti dai moderni e agguerriti apologeti, predica la cura dell?anima post mortem e la vita prima della nascita; la vicenda umana che sta nel mezzo è poco considerata o, al massimo, assume dignità solo se consumata entro il recinto del virtuoso paradosso teologico.

Invece la vita che sta nel mezzo, quella terrena, viene presa maledettamente sul serio dalla morale laica. L?umanesimo materialista non immola il proprio benessere sull?altare di una paccottiglia gelatinosa elevata allo status d?individuo. Il laico celebra la sacralità della vita benedicendo la creatura che è; carne, ossa, identità ed emozioni. Tutela la nascita affinché avvenga in un ambito di accoglienza e di premurosa protezione; s?adopera affinché la comunità si prenda cura del bambino di una madre che lavora. Apre strutture sanitarie e consultori dove le adolescenti possano apprendere i metodi anticoncezionali, essere avviate verso una sessualità serena e appagante; non quella sottomessa, colpevolizzante e sporca che la morale cattolica insuffla nei cuori delle persone. L?etica laica si ribella alla ineluttabilità del religioso destino e allora s?interroga sulla sorte di un bambino non voluto, non amato, deforme o malato già nel grembo materno.

La riflessione laica verte sul futuro di miliardi di uomini venuti al mondo in condizioni avverse; per l?assenza di anticoncezionali, per ignoranza, miseria o per stolta devozione ad un precetto religioso che celebra la sacralità di una vita migliore, dopo quella terrena. E allora, tra i due mali, il laico sceglie quello minore: sottrarre la donna dalle mani assassine di una mammana per assisterla medicalmente e psicologicamente in un passaggio doloroso della sua vita.

E? nello staccare la spina, sottraendo l?individuo all?inutile accanimento terapeutico, che l?etica materialista esprime la massima considerazione verso la persona; il sangue, la carne, il dolore fisico e psichico, il libero arbitrio, sono i valori laici che assumono dignità e che sommati tra loro sono ben più importanti di un inanimato e colloso miscuglio di cellule.

E? nel prendere sul serio l?esistenza e il dolore degli uomini che s?identifica l?atteggiamento laico e materialista. Siamo in campagna elettorale, Veltroni e Berlusconi hanno annunciato di volere lasciare fuori dalla competizione le questioni etiche.

No, l?Italia non è un paese cattolico.

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Non lascio mai da sola chi abortisce

INTERVISTA AD ELISABETTA CANITANO
Medico della Asl Rm D è responsabile del centro prevenzione tumori. Ginecologa, sessuologa, 52 anni. Dal 1981 ad oggi ha sempre lavorato in strutture pubbliche. Attualmente si occupa del Consultorio familiare di Ostia, lavora al "Servizio Legge 194/78", ospedale Grassi, ed è presidente dell'associazione "Vita di donna", presso la Casa Internazionale delle Donne.

Dottoressa Canitano, lei pratica aborti da 27 anni. Cosa l'ha spinta in tutti questi anni ad andare avanti?

Molte cose. Sono un medico del Servizio sanitario nazionale e la 194 è una legge dello Stato. E dove c'è una legge bisogna farla rispettare, applicarla. Negli anni Settanta ho combattuto, assieme a tante altre persone, affinchè le donne potessero interrompere una gravidanza senza rischi per la salute: pensavamo fosse giusto tutelare la nostra salute, quella di tutte, e puntavamo alla riduzione del danno.

La questione di oggi è molto diversa da allora...

Per un verso è vero, per un altro non lo è affatto.

Cosa intende dire?

Alcuni si dimenticano che l'aborto è sempre esistito ed esisterà sempre: la differenza è che oggi una donna che decide di fare una interruzione di gravidanza - italiana, extracomunitaria, o straniera che sia - può farlo in ospedale, senza rischiare la vita e senza pagare migliaia di euro.

Un tempo, sino all'approvazione della 194, ci si rivolgeva a medici che lo facevano per molti soldi clandestinamente, oppure alle "mammane". L'interruzione di gravidanza era una delle prime cause di morte: sino al 1978 era reato abortire, e sia il medico (o chi l'aveva aiutata ad abortire) che la donna, rischiavano cinque anni di carcere. Per questo motivo, anche se si sentivano male, se c'era in atto un'emorragia, non andavano in ospedale, per paura del carcere.

Il suo "andare avanti" è un modo per sancire un diritto?

Certo. Mi sento dire da altri colleghi di non "mollare", ma è difficile a volte andare avanti anche per chi come me lo fa da così tanti anni. A volte ti pesa tutto: quello che hai fatto e quello che farai. Altre invece, grazie ai racconti delle pazienti, capisci di averle aiutate.

Se rinunciassi cosa ne sarebbe di loro? E io non smetto perchè mi dico: e chi le aiuta poi?

Ne fa anche una questione di principio quindi?

Abortire è un dolore per tutti. Per chi decide di farlo, per il medico che lo pratica. Ma nella maggior parte dei casi che si presentano, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, è l'unica cosa possibile. Le cause che portano una donna a decidere di interrompere volontariamente una gravidanza non sono mai superficiali. Lavoro molti anni nella Asl di Ostia (quartiere romano che affaccia sul mare, tra i più grandi e popolosi della Capitale, ndr), lì faccio prevenzione tumorale di secondo livello, e per gli aborti seguo le donne in ogni fase: dalla decisione all'intervento.

Ne parliamo e riparliamo, cerchiamo di capire insieme. Mi creda: non è mai una decisione presa con leggerezza, neanche dalle ragazzine.

Lei prosegue a fare aborti nonostante sia presidente di un'associazione che tutela la salute delle donne ed è specializzata in sessuologia. Perchè lo fa? Perchè ci sono pochi medici disposti a farlo?

Guardi che anche trenta anni fa era difficile trovare dei ginecologi che li facessero. Io sono stata assunta proprio per fare interruzioni di gravidanza . Fui presa con quel "compito" ma il primario con il quale lavoravo era bravo, capì che era impossibile lasciare dei giovani medici relegati in un angolo e per di più a praticare solo aborti. Sarebbe stato troppo duro per la nostra psiche; non credo che avrei proseguito a fare questo lavoro se avessi praticato interruzioni su interruzioni senza capirne la ragione, senza capire perchè le donne rinunciavano a diventare madri.

E oggi?

Lo faccio perchè credo ancora nello Stato laico.

Quanti ne pratica?

Circa dieci a settimana, un tempo erano molti di più. Il numero degli aborti in trent'anni è calato drasticamente, questo non si dice mai; come spesso, facciamo finta di non sapere che su meo di 140mila interruzioni volontarie praticate ogni anno in Italia, due terzi sono italiane e un terzo straniere.

Crede che la 194 sia da "rivedere"?

Al momento no. E' una buona legge, perchè tutela le donne più deboli: le più povere, le meno alfabetizzate, le giovanissime, sono loro a ricorrere maggiormente all'aborto.

Neanche dopo l'arrivo negli ospedali della Ru486, la pillola abortiva?

Chissà. La Ru486 potrebbe accorciare i tempi entro i quali è possibile abortire. E questa potrebbe essere una cosa buona per le donne, per sentire meno il peso morale e psicologico.

di Anna Rita Cillis, "Salute" di Repubblica, 31 gennaio 2008

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