Vitadidonna News

Le News di Vitadidonna.it Salute e benessere, politica e diritti

23 dicembre 2008

Pillola abortiva, imminente la commercializzazione

Puoi chiamarla pillola abortiva, Ru486, IVG medica o killpill, (pillola assassina, come la chiamano i suoi nemici) si tratta sempre del Mifepristone, il farmaco che permette a chi decide di abortire di farlo senza l?intervento chirurgico.

In pratica riproduce artificialmente quello che succede con l?aborto spontaneo, con gli stessi sintomi.

Può essere utilizzata nell?interruzione fino a 7 settimane di gravidanza, quando l?embrione misura tra i 2mm e i 7mm. Generalmente sono presenti dolori alla pancia e perdite di sangue, come un?abbondante mestruazione, la pillola viene somministrata in ospedale ma non è previsto ricovero.
L?aborto chirurgico viene praticato solo a partire dalle 7 settimane di gravidanza, prevede mediamente 3 settimane di attesa e costringe la donna ad un intervento in sala operatoria.

La RU486 viene somministrata quando la gravidanza è ancora in fase iniziale evitando così una penosa attesa a chi ha già deciso di abortire e ha il vantaggio di essere una procedura meno invasiva in quanto non è previsto un intervento in sala operatoria .

E? utilizzata da 20 anni in Francia e da molti anni in 21 paesi europei, nei paesi occidentali è già stato usata da 2 milioni di donne. In Svizzera non prevede ricovero ne' sorveglianza, viene somministrata nello studio del medico in cambio di 600 euro e vai a casa. Tutto qui.

E? stata inserita dall?O.M.S. (organizzazione mondiale della sanità) nella lista dei farmaci essenziali ed è approvata dalla F.D.A. (Food and Drug Amministration, l?organo di controllo dei farmaci statunitense).

In Italia la prima richiesta è del 2001 e da allora sono state portate avanti numerose sperimentazioni, fino alla sospensione nell?agosto del 2006.

Nei giorni scorsi 40 deputati (Luca Volontè UDC, Alessandro Pagano PDL, Massimo Polledri Lega e tanti altri) hanno firmato una mozione trasversale per sospendere l?iter di registrazione della pillola abortiva: ?Il governo non può restare indifferente e sposare una linea soft rispetto ai tanti dubbi scientifici e morali sull?utilizzo della RU486??, sollevando anche dubbi sulla ?tutela della vita nascente? e l?utilizzazione di questo ?strumento di morte?.

Come spesso accade si cerca di decidere sulla testa delle donne, senza offrire loro la possibilità di scegliere.

In Francia un terzo di tutte le interruzioni di gravidanza avvengono mediante la somministrazione dell'Ru486.

I vari oppositori invocano la salute delle donne, ricorrendo a opposte motivazioni: da una parte dicono che e' pericoloso e crudele, dall'altra che così si banalizza...

Ma allora l'aborto chirurgico e' meglio o e' una giusta punizione che serve a riflettere? Bisognerà prendere una posizione, temo. Come diceva una vecchia storia che raccontava mia madre:
Un tale prestò un orcio di terracotta ad un amico che glielo restituì rotto. Chiamato di fronte al giudice a risponderne dichiarò:
Primo: non mi ha mai prestato nulla;
Secondo: gliel'ho restituito sano;
Terzo: era già rotto quando me lo ha prestato.

Bisognerà prendere una posizione, temo. La nostra e' molto chiara. Le donne devono poter scegliere.

Ecco, tanto per farsi un?idea, il consenso informato che un medico svizzero invia alle pazienti che vogliono andare a Lugano a prendere l?Ru486... qualcosa non torna, eh?Giustifica
GABRIELLA PACINI
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22 dicembre 2008

Veneto: rinnovare contratti dirigenti precari

Rinnovare i contratti libero professionali dei dirigenti precari della sanità, in scadenza il 31 dicembre prossimo. E' questa l'indicazione data dall'assessore alla sanità della regione Veneto, Sandro Sandri, ai direttori generali delle Ulss venete, dopo un incontro del coordinamento dei manager veneti. L'assessore ha infatti sostenuto che "nei limiti del possibile, si proceda al rinnovo dei contratti". Lo rende noto un comunicato della Regione Veneto.

Il problema riguarda 270 medici e veterinari ed altrettanti psicologi, biologi e farmacisti. Sandri - continua la nota - aveva già affrontato l'argomento durante un incontro tenutosi nella sede dell'Ulss 16 a Padova con il comitato dei dirigenti precari della sanità.

"Siamo ancora in attesa degli esiti del ricorso al Consiglio di Stato sui concorsi attualmente sospesi - spiega Sandri - ma come Regione ci eravamo mossi da tempo con il massimo impegno, attraverso ben due leggi che sono state impugnate". Sandri, comunque, invita i dirigenti precari a "insistere a livello nazionale con i ministeri della Salute e dell'Economia e Finanze, perché sia valutata la possibilità di incrementare la spesa per il personale, pur rimanendo all'interno del Patto di stabilità, al fine di poter assumere quelle figure professionali delle quali il Veneto è carente, e la cui mancanza è una grave concausa dell'attuale situazione delle liste d'attesa". "Il Veneto - precisa Sandri - è una delle poche Regioni che già nel 2006, al momento dell'entrata in vigore del Patto di stabilità che oggi ci vincola, aveva riorganizzato il suo sistema sanitario, razionalizzando al massimo le diverse voci di spesa.

Ma con il personale si deve trovare una soluzione - ammonisce - perché in molte strutture sanitarie abbiamo macchinari moderni ed efficienti che non possono funzionare al massimo delle loro potenzialità per la mancanza non solo di infermieri, ma anche di medici, in particolare radiologi, cardiologi ed esperti in urgenza-emergenza".

E la situazione dei dirigenti precari non è molto diversa: "anche nel loro caso - conclude Sandri - si tratta di figure indispensabili per il buon funzionamento dei servizi da erogare ai cittadini, ai quali non vogliamo chiedere nessun altro sacrificio in forza della necessità di far fronte a sprechi che si determinano a latitudini ben diverse dalla nostra".

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Ottimo Fazio contro la medicina difensiva

L'Associazione medici accusati di malpractice ingiustamente (Amami) rivolge un "grazie" al sottosegretario al Welfare, Ferruccio Fazio. "Finalmente il Governo dà ascolto a ciò che sosteniamo da 6 anni e a ciò che per primi abbiamo portato all'attenzione di tutti", afferma il presidente dell'associazione, Maurizio Maggiorotti, commentando le recenti dichiarazioni di Fazio sulla responsabilità medica e la medicina difensiva.

Intervenuto nei giorni scorsi al convegno organizzato a Roma dalla Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri), il sottosegretario ha sostenuto di voler "togliere la paura ai medici sul fronte degli errori, sia sul piano della responsabilità civile che a livello penale, perché 'strozzati' da un sistema che paga lo scotto di una situazione giuridica insufficiente", ricorda l'Amami in una nota.

"E' ciò che Amami sostiene da sempre - continua Maggiorotti - I medici vengono assolti in 2 casi su 3, ma a che prezzo? Dopo processi durati anni e con conseguenze gravissime sulle loro carriere e sulla loro stessa vita. Inoltre, come ha sottolineato anche il sottosegretario al Welfare, stanno applicando sempre più la medicina difensiva, che prevede numerosi esami e accertamenti mediante i quali gli specialisti si cautelano contro eventuali denunce, ma che ha gravi ripercussioni economiche oltre che conseguenze negative sulla salute dei pazienti che si sottopongono a esami inutili, qualche volta dannosi.

Lo stesso premier Silvio Berlusconi si è espresso sull'argomento, dicendo 'basta processi mediatici' - conclude Maggiorotti - poiché vediamo ormai tutti i giorni i medici processati sui giornali o in tv prima ancora che in tribunale, durante scandalosi programmi tanto populisti quanto faziosi.

Questo accanimento mediatico viene fatto sempre sui racconti pilotati del parente della vittima che, per scarsa cultura o in malafede, accusa il medico di turno con il plauso e l'indignazione del lettore disinformato. Il tutto sempre amputato della versione del medico".

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Nessun calo dei trapianti

"Negli ultimi mesi abbiamo avuto più donatori d'organo rispetto a quelli precedenti. Insomma, dopo l'articolo pubblicato a settembre dall'Osservatore Romano non abbiamo affatto registrato una frenata".

Lo dice il direttore del Centro nazionale trapianti, Alessandro Nanni Costa, che già a 'Econews' aveva criticato il contenuto di un articolo pubblicato ieri. "Ci sono una serie di informazioni non esatte nell'articolo di oggi (ieri ndr) su 'La Repubblica'. Non credo che la posizione dell'Osservatore Romano abbia creato danno. Ce lo dicono i numeri: la donazione è costante. Certo l'opposizione esiste, ed è un problema reale.

A fronte di un notevole aumento delle segnalazioni, infatti, dobbiamo constatare nell'ultimo anno una crescita del 'no' a donare organi". I dati però parlano chiaro. "La proiezione per il 2008 ci permette di dire che il numero dei donatori i cui organi sono stati portati in sala operatoria è leggermente cresciuto. Abbiamo avuto più donatori segnalati, praticamente un record: 40 per milione. Ma anche qualche opposizione in più, così alla fine il numero dei donatori portati in sala operatoria è solo leggermente aumentato".

Un altro problema per i trapianti è anche il fatto che ci sono sempre più donatori anziani, che hanno un grado di idoneità degli organi un po' inferiore. "Questo vuol dire meno organi disponibili", precisa l'esperto. Insomma, la situazione è di "sostanziale di stabilità, con un aumento dei donatori segnalati, quelli cioè per i quali è stato terminato l'accertamento di morte cerebrale. Dunque i rianimatori stanno lavorando di più.

Ma sono aumentate le opposizioni", pur "con una limitata perdita di organi: parliamo del 3-4 per cento. Dobbiamo analizzare il fenomeno tenendo bene in mente i 9.500 pazienti in attesa di un organo. Insomma, dobbiamo aumentare il numero dei trapianti. Non voglio infatti difendere una situazione di stabilità che è insufficiente per i pazienti in attesa di trapianto", conclude Nanni Costa.

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Englaro: bocciati i ricorsi europei

La Corte europea per i diritti dell'uomo ha respinto il ricorso contro la sentenza della Corte di Appello di Milano sul caso di Eluana Englaro presentato da alcune associazioni per difesa della vita. Per i giudici di Strasburgo l'esposto è "irricevibile"

"La Corte - si legge nella decisione dei giudici di Strasburgo - rileva che i richiedenti non hanno alcun legame diretto" con Eluana Englaro.

"Inoltre - prosegue il testo - la procedura giudiziaria interna, di cui criticano il risultato e lamentano le conseguenze, non li tocca direttamente in quanto la decisione della Corte d'appello di Milano del 25 giugno 2008 è un atto giudiziario che non interessa, per la sua natura, le parti coinvolte nella procedura e gli stessi fatti che sono oggetto della procedura stessa".

Ecco perché, concludono i giudici, le associazioni che hanno presentato il ricorso "non potrebbero dunque essere considerate vittime dirette delle violazioni che adducono.

I richiedenti non possono essere considerate vittime di una mancanza da parte dello Stato italiano nella protezione dei diritti garantita dagli articoli 2 e 3" della Convenzione europea dei diritti umani, dunque le richieste dell'associazione sono "irricevibili.

Trattandosi di una procedura che riguarda terzi e a cui i richiedenti non avevano parte", conclude infine il testo, la Corte ha dichiarato l'esposto "irricevibile perché manifestamente infondato".

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21 dicembre 2008

Rinnovo contratto in salita

Avvio in salita per il rinnovo del contratto dei medici. "L'atto di indirizzo, che ieri ha avuto il via libera del Consiglio dei ministri, è infatti inaccettabile.

Le risorse stanziate sono insufficienti". Parola di Massimo Cozza, segretario nazionale della Fp Cgil medici che, insieme agli altri sindacati di categoria, oggi siederà al tavolo delle trattative con l'Aran.

"Questa trattativa - sottolinea in una nota Cozza - si avvia in salita, a fronte del protocollo Brunetta che stanzia solo il 3,2% di aumento.

Si tratta di una cifra insufficiente che non copre neanche l'inflazione del solo 2008. La situazione - aggiunge Cozza - è ancora peggiore se si considera che si vuole togliere dalla disponibilità dei fondi contrattuali le risorse della Ria (retribuzione individuale di anzianità), lasciate dai medici e dai veterinari che vanno in pensione.

La Fp Cgil medici ha già scioperato contro questa proposta contrattuale e - conclude Cozza - da lunedì continuerà a battersi anche all'Aran per ottenere più risorse e per salvaguardare i diritti dei dirigenti medici e veterinari".

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Congelata circolare Inps specializzandi

E' stata congelata la contestata circolare Inps che impone ai medici in formazione di devolvere all'Istituto di previdenza non più l'aliquota in forma ridotta del 18%, bensì quella intera del 24,7% più tutti gli arretrati del caso.

Lo stop arriva dal capo di gabinetto del ministero del Welfare, Caro Lucrezio Monticelli, con un atto indirizzato all'Inps. "Si tratta di un primo passo - spiega Luigi Conte, del comitato centrale della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), investito della vicenda, documento ministeriale alla mano - che dovrebbe condurre al ritiro vero e proprio della circolare Inps entro fine gennaio".

I medici in formazione possono dunque "tirare un sospiro di sollievo", perché non vedranno venir meno circa 200 euro in busta paga, "né tantomeno dovranno fare i conti con il rimborso degli arretrati". Nel documento ministeriale inviato all'Inps si legge che, "alla luce di nuovi rilevanti elementi conoscitivi", il dicastero del Welfare "ritiene opportuno" che l'istituto di previdenza "sospenda l'efficacia della predetta circolare, entro il corrente mese di dicembre".

Quanto alla possibilità che si passi a un'unica contribuzione, quella dell'Enpam, secondo una richiesta avanzata da diverso tempo dagli specializzandi, "si tratta di un obiettivo che resta di lungo termine - ammette l'esponente della Fnomceo - Quel che conta, nell'immediato, è sistemare questa situazione che avrebbe avuto forti ripercussioni economiche sui medici in formazioni.

Giovani che - ci tiene a sottolineare - hanno manifestato equilibrio e competenza nel gestire il problema. Un atteggiamento che ci rende orgogliosi di loro e del futuro della professione".

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Chiarire rapporto leggi-autonomia medici

"Capire fino a che punto leggi e regolamenti possano intervenire sull'autonomia del medico e sul rapporto di cura. Occorre senz'altro una riflessione su questo punto".

Non vuole prendere posizione Amedeo Bianco, il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), sugli ultimi sviluppi della vicenda Englaro, in particolare sull'atto di indirizzo che il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha inviato alle Regioni invitando le strutture pubbliche e private convenzionate con il Ssn a non interrompere idratazione e nutrizione artificiale ai pazienti in stato vegetativo persistente.

Ma ammette che "c'è grande bisogno di far luce su questo punto, soprattutto quando siamo di fronte a temi delicati come quelli legati alla bioetica.

Noi siamo per un diritto mite e un'etica forte, ma occorre capire e definire una posizione sul rapporto tra leggi e autonomia camici bianchi".

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Riequilibrare profilo giuridico su errori

"Riequilibrare il profilo giuridico sul fronte degli errori medici". Perché "il sistema attuale non garantisce nessuno, ma è avvitato su se stesso in una serie di blocchi e orientamenti". A

chiederlo è Amedeo Bianco, presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, impegnata a Roma in un convegno incentrato proprio sulla responsabilità medica e sulla medicina difensiva.

"Non vogliamo creare aree di impunità - ci tiene a precisare il presidente della Fnomceo - ma assicurare più garanzie non solo ai medici, ma anche ai cittadini che sono alle prese, il più delle volte, con tempi di risarcimento lunghissimi. C'è bisogno di soluzioni rapide, non per togliere diritti ai cittadini ma per garantirli meglio".

Uno dei punti più delicati riguarda senz'altro il consenso del paziente ai trattamenti. Su questo fronte, la Fnomceo propone "un differente inquadramento giuridico" del reato di cui potrebbe rendersi responsabile il medico che interviene senza il via libera del paziente.

Secondo Bianco, infatti, il reato, pur restando nella sfera del penale, potrebbe essere inquadrato "come violazione dell'autodeterminazione del paziente", anziché configurarsi, come già avvenuto in passato, come "omicidio preterintenzionale". Si tratta di "un differente inquadramento, di una derubricazione della pena".

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Togliere la paura ai medici

Togliere la paura ai camici bianchi sul fronte degli errori medici. Sia sul piano della responsabilità civile, che a livello penale. Tutto per dare più garanzie al cittadino e maggiore sicurezza agli addetti ai lavori

A dirlo è il sottosegretario al Welfare Ferruccio Fazio, intervenuto al convegno organizzato a Roma dalla Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) sulla responsabilità medica e sulla medicina difensiva.

Oltre ai medici 'strozzati' da un sistema che paga lo scotto di una "situazione giuridica insufficiente", i cittadini vengono rimborsati "in media dopo 7 anni, e solo il 10-20% arriva a percepire il rimborso. Inoltre - fa notare Fazio - la medicina difensiva di cui spesso si fa uso per tutela ha pesanti ripercussioni economiche, ma anche conseguenze negative sulla salute del paziente, sottoposto ad esami spesso inutili".

Ci sono molti provvedimenti all'esame del Parlamento, sottolinea tuttavia il sottosegretario, che possono invertire la tendenza. "Alcuni prevedono l'obbligo di assicurazione per la Asl, uno la depenalizzazione" degli errori in corsia.

Altri, pur non intervenendo direttamente sul cosiddetto rischio clinico, finirebbero per avere comunque ripercussioni favorevole anche su questo fronte, a detta del sottosegretario. "Il 20-40% degli accessi ai Pronto soccorso - asserisce - è costituito da codici verdi e bianchi. E' lì che si annida la medicina difensiva.

E' cambiando il sistema e puntando maggiormente sulla medicina del territorio che possiamo contribuire a modificare le cose".

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18 dicembre 2008

Non fare confusione sul dolore

Nella giornata di mercoledì l'ex ministro della Sanità Livia Turco ha reagito alla direttiva emanata dal ministro Maurizio Sacconi che specifica come sia illegale interrompere nutrizione e idratazione artificiali in una qualsiasi delle strutture sanitari italiane, pubbliche o private, chiedendo una legislazione specifica e, nel frattempo, il potenziamento delle strutture dedicate alla gestione del dolore.

Oggi è stata la volta di Paolo Notaro presidente dell'onlus Nopain, associazione italiana per la cura della malattia dolore che ha dichiarato: "Nel dibattito di questi giorni sul caso di Eluana Englaro si registrano ancora controproducenti equivoci a proposito di trattamento del dolore, cure di fine vita e stati vegetativi.

Una cosa è una struttura di terapia del dolore - precisa - ben altra è una unità di cure palliative. Così come la terapia analgesica è ben differente dalle cure palliative somministrate a pazienti terminali. Uno stato vegetativo persistente, infine, è diverso da una malattia giunta alla fase terminale.

Per Notaro, "fare chiarezza su ciò di cui si discute, utilizzando un linguaggio corretto, sarebbe d'aiuto sia al legislatore per cogliere la dimensione dei differenti problemi e apporre eventuali correttivi normativi e organizzativi, sia al pubblico che ha diritto di essere assistito e informato adeguatamente".

No dunque alle confusioni, per evitare di provocare "ulteriore disagio a chi già è preda della sofferenza".

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A rischio trattativa su convenzioni

Si è di nuovo arenata la trattativa per il rinnovo delle convenzioni dei medici del territorio (medici famiglia, guardia medica, specialisti ambulatoriali, 118). E rischia lo stop. La convinzione è del Sindacato dei medici italiani (Smi).

Dopo l'incontro di ieri tra associazioni di categoria e Sisac, in cui non si sono fatti passi avanti, e in attesa della riunione di ieri del Comitato di settore su eventuali aumenti delle quote Enpam a carico delle Regioni, lo Smi denuncia, infatti, che "dopo una lunga fase di contrattazione la parte pubblica sta mostrando il suo volto più intransigente e dogmatico". "La trattativa fino ad ora ha avuto fasi alterne - ha sottolineato Salvo Calì, segretario nazionale Smi - ma c'è stato sempre uno spiraglio di mediazione.

La novità di queste ultime settimane è una profonda rigidità della parte pubblica. E' grave che si voglia avviare il radicale rinnovamento della sanità territoriale senza alcun investimento economico e culturale di rilievo, come una materia così importante richiederebbe. La logica è sempre la stessa: risorse poche e tutti gli oneri sulle spalle dei medici".

Questa filosofia, secondo lo Smi, è stata alla base di tutto il dibattito sulle forme organizzative strutturali e funzionali della medicina generale. E sempre in questa ottica "si inserisce anche la proposta di alzare l'ottimale a 1.300 pazienti (numero di assistiti per ciascun medico di famiglia), ben sapendo che tale decisione chiuderebbe l'accesso a tutta l'area dell'assistenza primaria per molto tempo.

Una scelta del genere potrebbe risolvere il problema dei medici minimalisti, ma i giovani colleghi che terminano ora, e nei prossimi anni, il corso di formazione si vedrebbero relegati al solo ed esclusivo servizio di Guardia medica per il prossimo quinquennio. Inoltre, a questo punto la forbice tra questo parametro e il massimale (1500) è talmente ridotto che la libertà di scelta del cittadino rimane solo uno slogan".

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Via libera agli atti di indirizzo

Semaforo verde del Consiglio dei ministri agli atti di indirizzo per il rinnovo dei contratti di tutti i lavoratori della sanità pubblica.

"Il Cdm, si legge nel comunicato emesso al termine della seduta di oggi (ieri ndr), ha infatti autorizzato il ministro per le Riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione, Renato Brunetta, a esprimere il parere favorevole del Governo sugli atti di indirizzo per il rinnovo dei contratti collettivi nazionali del personale del comparto sanità (infermieri, tecnici, amministrativi) e di quello dirigente, medico e non medico".

I contratti sono relativi al II biennio economico 2008-2009.

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Un emendamento vergognoso

Il Senato "esclude dalla 'rottamazione' solo i primari: che vergogna!". E' il commento di Massimo Cozza, segretario nazionale Fp Cgil medici, all'emendamento al Ddl Brunetta, approvato dal Senato, che prevede per i primari la possibilità di andare in pensione a 70 anni come per magistrati e universitari.

Il sindacato chiede "la modifica della norma alla Camera affinché l'abolizione della rottamazione sia per tutti i dirigenti medici e veterinari", considerando "iniqua la norma di Brunetta che dà il potere arbitrario alle aziende di licenziamento a chi ha 40 anni di contributi, facilmente raggiungibili dai medici con i riscatti della laurea e della specializzazione, ancora una volta al di là del tanto decantato merito".

Per Cozza, "è strabiliante come il ministro per le Riforme e l'innovazione della pubblica amministrazione Brunetta continui a predicare sui fannulloni, sul merito e sulla professionalità, e poi nei fatti, ieri al Senato, decida per legge che tra tutti i 115.000 dirigenti medici e veterinari solo i 10.000 primari non potranno più essere rottamati, pur avendo 40 anni di contributi.

Evidentemente, con l'aiuto del Ministro Sacconi - sottolinea - avrà scoperto che i primari sono geneticamente modificati rispetto a tutti gli altri dirigenti medici e veterinari, che invece continueranno a essere licenziati anche a 59 anni, a discrezione delle direzioni aziendali.

Peraltro, i senatori e il ministro dovrebbe ben sapere che la definizione di 'primario', a vita, non esiste più nell'ordinamento ed è stata sostituita dai direttori di struttura complessa, con incarichi di cinque anni, con valutazione e possibilità di perdita dell'incarico".

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Soddisfatti per l'emendamento

L'Anaao Assomed, principale sindacato della dirigenza medica, esprime soddisfazione per la decisione del Senato di modificare la Legge 133/2008 escludendo dalla 'rottamazione', al raggiungimento dei 40 anni di anzianità contributiva, non solo magistrati e docenti universitari, ma anche i primari ospedalieri.

La sigla commenta dunque positivamente l'emendamento al Ddl Brunetta approvato dal Senato. "Non si vede però - prosegue l'Anaao - come sia possibile, a parità di norme previdenziali e stato giuridico, applicare trattamenti di quiescenza differenti in funzione dell'incarico ricoperto senza incorrere in accuse di incostituzionalità".

L'Anaao intende perciò "impegnarsi affinché la Camera estenda la norma a tutta la dirigenza medica del Ssn e chiarisca la portata dell'ordine del giorno con cui il Senato impegna il Governo a uniformare l'età pensionabile delle categorie del pubblico impiego, cioè, ad oggi, 65 anni d'età, fatta salva l'applicazione del comma 7 dell'articolo 72 della Legge 133/2008".

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Primari in pensione a 70 anni

Approvato dal Senato un emendamento al DDL che stabilisce le norme relative al pensionamento dei primari ospedalieri

Buone notizie per i primari ospedalieri. Il Senato ha infatti approvato un emendamento al Disegno di legge Brunetta che modifica la normativa sul pensionamento di questi dirigenti medici del Servizio sanitario nazionale, "che potranno andare in pensione 70 anni, come i loro colleghi dei Policlinici universitari".

A riferirlo all'ADNKRONOS SALUTE è Stefano De Lillo, senatore Pdl, soddisfatto del via libera "a un emendamento che annulla una discrepanza". La vecchia normativa consentiva infatti alle aziende sanitarie di poter licenziare i primari ospedalieri, una volta raggiunti i 40 anni di contributi, a differenza dei docenti universitari, che potevano invece rimanere in servizio fino a 70 anni.

Da oggi, quindi, la legge sarà uguale per tutti, con prevedibile soddisfazione dei medici del Ssn, che in più occasioni avevano lamentato questa differenza di trattamento. L'emendamento porta la firma di tutti i senatori Pdl della Commissione Sanità del Senato.

"L'approvazione di questo emendamento - spiega De Lillo - è un segnale di attenzione che i medici attendevano da anni. Elimina una discrepanza e migliorerà i conti previdenziali". Ma non solo.

Per il senatore, la possibilità anche per i primari ospedalieri di andare in pensione a 70 anni, "rappresenta un'ulteriore apertura da parte del Governo verso una categoria per la quale l'esperienza maturata in tanti anni di professione non può che essere un bene al servizio dei cittadini".

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17 dicembre 2008

Lavoro e salute, quando il capo ti procura l'infarto

Un capo incompetente, arrogante e privo di leadership può essere la causa di un infarto del suo collaboratore.

Lo rivela lo studio concluso dal Karolinska Istitute e dall'Università di Stoccolma che ha monitorato tremila lavoratori per dieci anni; tutti maschi di una fascia d'età compresa tra i 19 e i 70 anni. Ebbene, in questo periodo ben 74 hanno avuto episodi, letali e non, di crisi cardiache.

Quello che gli scienziati hanno osservato è che la maggioranza dei casi d'infarto si è registrata tra coloro che lamentavano di avere un capo incompetente. I lavoratori che dichiaravano di avere a che fare con un manager incapace manifestavano un rischio superiore al 25%; la percentuale sale fino al 65% se l'esposizione al "fattore di rischio" si prolunga per almeno quattro anni.

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Occupational and Enviromental Medicine, conferma l'evidenza di questo fenomeno anche tenendo conto dei fattori di rischio già conosciuti come il fumo, l'alimentazione, lo stile di vita, l'età e malattie come il diabete. I ricercatori sottolineano come lo stato emotivo di un lavoratore sottoposto all'incapacità del proprio capo, possa indurre in abitudini poco salutari per l'apparato cardiovascolare.

"Il mio capo è tecnicamente preparato, ma nei rapporti umani è un vero macellaio.." - dice Andrea che lavora per una multinazionale dell'auto - "quando ti prende di punta è di una efficienza straordinaria, sono due anni che ho chiesto il trasferimento, ma lui lo blocca, mi vuole lì, sotto di sé per umiliarmi.. e alla fine l'infarto verrà anche a me, ma prima lo porto in tribunale per mobbing".

Quella sul mobbing è una legge che in Italia ancora non c?è. Dal punto di vista giuridico, nel nostro ordinamento esistono diverse norme, costituzionali, civilistiche e penali che permettono di difendersi dai comportamenti persecutori che avvengono in ambito lavorativo, ma di fatto, pur se da più parti invocata, una legge specifica sul mobbing ancora non esiste.

?Il mio capo è professionalmente incompetente e caratterialmente disturbato? ? dice Mara, bancaria sulla cinquantina ? ?è come un dodicenne avvizzito e mai cresciuto, non sa neanche come scrivere una lettera al computer, dipende in tutto e per tutto, sono convinta che non saprebbe come cucinarsi un piatto di spaghetti e morirebbe di fame se rimanesse solo. La sua inadeguatezza e la sua immaturità personale non sollecita in me nessun istinto materno, sa essere cattivo fino al punto di richiedere una visita fiscale per un collega malato di cancro. Quando sono al lavoro ho la pressione minima a 110, e non certo per i compiti che devo svolgere??

Sono solo alcuni esempi dei tanti che si potrebbero fare. Tutti uguali


MAURO DAVID
Vita di Donna Community

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Stile di vita, stress e rischio cardiovascolare

Il legame fra lo stress psicologico ed il rischio cardiovascolare può essere in larga parte spiegato dal comportamento individuale, con elementi quali il fumo ed il livello di attività fisica: il trattamento dello stress psicologico in sé potrebbe dunque non essere il miglior approccio per la riduzione del rischio cardiovascolare.

Se lo scopo è quello di trattare le patologie mentali onde ridurre il rischio cardiovascolare, è necessario adottare un approccio alquanto ampio, e non limitarsi alle componenti psicologiche: è necessario tenere conto anche dei fattori di rischio comportamentali, con particolare enfasi sull'attività fisica e sulla cessazione del fumo.

Il trattamento delle malattie psicologiche, comunque, è un'area di considerevole interesse nella cardiologia clinica e nella ricerca inerente: vi sono di certo fattori psicosociali implicati nelle cardiopatie, ed i soggetti "stressati" o "depressi" presentano un aumento del 50 percento del rischio di malattie cardiovascolari rispetto alle loro controparti libere da elementi stressanti a livello psicosociale.

Sono però meno chiari i fattori intermedi che spiegherebbero l'associazione in oggetto: la comprensione dei vari processi comportamentali e fisiopatologici che connettono lo stress psicologico alle malattie cardiovascolari sarebbe utile per potenziali interventi.
(J Am Coll Cardiol 2008; 52: 2156-62 e 2163-4)

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Mini-punti nascita da chiudere

Pieno sostegno di pediatri e neonatologi alla proposta del sottosegretario al Welfare, Ferruccio Fazio, di chiudere i mini-punti nascita in Italia, quelli che effettuano meno di 300 parti l'anno.

"La chiusura dei punti nascita con solo poche centinaia di parti l'anno - precisano in una nota il presidente della Società italiana di pediatria, Pasquale Di Pietro, e quello della Società italiana di neonatologia, Claudio Fabris - non risponde solo a ragioni di tipo economico.

Ma, cosa più importante, a motivi di sicurezza sia per quanto riguarda la mamma che il bambino. Le strutture piccolissime non possono infatti garantire livelli di competenza e attrezzature in grado di gestire le emergenze che possono verificarsi nel parto". "Inoltre - prosegue Fabris - è statisticamente provato che nei piccoli reparti è percentualmente molto maggiore, rispetto a quanto accade nei centri di terzo livello, il numero di cesarei.

Interventi effettuati probabilmente per ragioni iperprudenziali, anche quando non ci sarebbe una reale esigenza". La Sip, aggiunge Di Pietro, ha di recente presentato al proprio Congresso nazionale i risultati di una ricerca per una mappa completa di tutte le unità di pediatria presenti sul territorio.

"Ne è emerso un quadro composto da decine di piccoli reparti, inevitabilmente inadeguati per la gestione di problematiche impegnative, e quindi sempre soggetti a dover trasferire i piccoli degenti in ospedali più attrezzati". "Naturalmente - sottolineano Di Pietro e Fabris - l'auspicabile chiusura dei punti nascita con pochi parti non deve essere a danno dei cittadini e per rispondere solo a ragioni di tipo economico.

Ma deve essere quantomeno controbilanciata da un indispensabile rafforzamento del trasporto neonatale d'urgenza, che oggi in molte aree del Paese è lacunoso".

In particolare proprio "in molte zone del sud dove, come sottolinea anche il sottosegretario Ferruccio Fazio, è maggiore la presenza di piccolissimi punti nascita - concludono gli specialisti - il trasporto neonatale d'urgenza non ha le caratteristiche idonee a svolgere un servizio adeguato per la sicurezza della mamma e del bambino.

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Sacconi potenzi terapie antidolore

"Il ministro Maurizio Sacconi dovrebbe intervenire per potenziare il ricorso alle cure palliative e antidolore invece di emanare con singolare tempestività atti di indirizzo".

Così l'ex ministro della Salute Livia Turco, capogruppo Pd in commissione Affari sociali della Camera, commenta il documento, reso noto dal responsabile del Welfare, in cui si sottolinea che interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente non è legale per le strutture pubbliche e private del Servizio sanitario nazionale.

"L'atto del ministro - scrive Turco in una nota - se non intacca la validità del decreto della Corte d'Appello di Milano confermato dalla sentenza della Corte di Cassazione", sulla vicenda di Eluana Englaro, "mette in evidenza ancora una volta l'urgenza di approvare una legge in materia.

È necessario anche che vengano adottate iniziative urgenti per la dignità del 'fine vita' e per le terapie antidolore, come chiesto da migliaia di pazienti. In commissione Affari sociali stiamo lavorando a un testo su questo tema.

Aspettiamo che il Governo - conclude - venga a dire cosa ne pensa e quali risorse saranno stanziate".

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Una vittoria importante per i medici

"Una vittoria importante, frutto della mobilitazione che ha visto in prima linea la Cgil medici". Parola di Massimo Cozza, segretario nazionale della Fp Cgil medici, che commenta così la bocciatura del Parlamento europeo alla revisione dei limiti sull'orario di lavoro settimanale del pubblico impiego.

"Per quanto riguarda i medici - spiega in una nota Cozza - la guardia sarà valida per l'intero periodo come tempo di lavoro, a prescindere dal numero effettivo delle prestazioni. Non si potrà arrivare ad un orario settimanale di 65 ore, e la possibilità di derogare dalle 11 ore di riposo consecutive ogni 24 dovrebbe riguardare solo i manager e il livello apicale subito sottostante".

Se per i medici è stata una vittoria, per Cozza la direttiva del Parlamento europeo è da considerarsi "la sconfitta di chi, come il Governo italiano e quello francese, aveva promosso il riconoscimento solo del tempo di guardia effettivamente utilizzato per le prestazioni, la possibilità di arrivare a 65 ore di lavoro settimanali, e la negazione del diritto al riposo per tutti i dirigenti, senza considerare il loro ruolo effettivo".

La Cgil, seppure soddisfatta, non intende arrendersi. "La nostra battaglia per la qualità del lavoro medico - sottolinea Cozza - continua, in Europa come in Italia, sia a livello regionale che nelle trattative aziendali. In primo luogo - conclude - per l'affermazione del principio europeo delle 11 ore di riposo consecutive ogni 24, con eventuali limitate e temporanee deroghe da concordare, tentando di recuperare l'insufficiente norma del contratto nazionale, da noi coerentemente contestata".

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Bene Bruxelles su orario di lavoro

Grande soddisfazione del sindacato dei medici ospedalieri Anaao Assomed per le decisioni del Parlamento europeo, che ieri "ha rigettato il tentativo dei ministri del Lavoro Ue di prolungare l'orario di lavoro oltre le 48 ore settimanali, di limitare la durata e l'utilizzo dei riposi compensativi, di non considerare, nel settore sanitario, come lavoro il tempo di 'attesa' durante i turni di guardia notturni e festivi".

Per l'associazione sindacale "è stata così sconfitta - si legge in una nota - una visione produttivistica dell'organizzazione del lavoro medico che avrebbe avuto pesanti ripercussioni sulla sicurezza delle cure erogate ai cittadini e sulla tutela della integrità psicofisica degli operatori".

L'Anaao, che ha partecipato con una folta delegazione alla manifestazione organizzata dalla Federazione europea dei medici salariati (Fems) lunedi scorso a Strasburgo contro la revisione degli orari di lavoro, "ritiene questa anche una sua vittoria" visto l'impegno in questa battaglia, sostenuto "in ogni sede".

"Auspichiamo - ha commentato il segretario nazionale del sindacato Carlo Lusenti - che il passaggio successivo alla decisione di ieri, e cioè la convocazione del Comitato di conciliazione incaricato di trovare un accordo tra i due rami legislativi, confermi definitivamente le disposizioni votate, salvaguardando così la qualità del sistema sanitario europeo".

L'Anaao Assomed, infine, "ringrazia vivamente tutti i parlamentari impegnati nel voto ed in particolare i deputati italiani che hanno dimostrato una particolare attenzione e sensibilità verso questi temi, augurandosi di potere contare sulla stessa sensibilità, per questioni analoghe riguardanti cittadini e medici del nostro Paese, da parte dei loro colleghi che siedono nel Parlamento italiano".

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Non più di 48 ore settimanali

Il Parlamento Europeo si è pronunciato sulla revisione dei requisiti minimi in materia di organizzazione dell'orario di lavoro

E' stato chiesto di limitare a un massimo di 48 ore la durata media settimanale di lavoro in tutti gli Stati membri respingendo la possibilità di derogarvi (opt-out) sostenuta dal Consiglio.

Il Parlamento propone poi di considerare come orario di lavoro anche i periodi di guardia 'inattivi', ammettendo però che siano calcolati in modo specifico ai fini dell'osservanza del massimale settimanale.

Una decisione che riguarda anche i medici, che si erano battuti contro la revisione, convinti che le modifiche, fra gli altri rischi, mettevano a repentaglio la sicurezza dell'assistenza sanitaria. La direttiva 2003/88/CE1 stabilisce requisiti minimi in materia di organizzazione dell'orario di lavoro, tra l'altro, in relazione ai periodi di riposo quotidiano e settimanale, di pausa, di durata massima settimanale del lavoro e di ferie annuali, nonché relativamente a taluni aspetti del lavoro notturno, del lavoro a turni e del ritmo di lavoro.

La stessa direttiva prevede una clausola di revisione cui si e' attenuta, nel 2003, la Commissione. Il Parlamento si e' pronunciato in prima lettura nel 2005, ma il Consiglio non e' stato in grado di definire una propria posizione in materia fino allo scorso mese di settembre (con il voto contrario di Spagna e Grecia e l'astensione di Belgio, Cipro, Malta, Portogallo e Ungheria).

Seguendo la linea suggerita dal relatore, Alejandro Cercas (spagnolo del gruppo Pse), il Parlamento ha approvato a larga maggioranza una serie di emendamenti (già sostenuti nel corso della prima lettura) che respingono l'impostazione del Consiglio, in particolare, per quanto riguarda la possibilità di derogare al tetto massimo di 48 ore lavorative settimanali e il rifiuto di considerare come lavoro il tempo speso in periodi di guardia.

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16 dicembre 2008

Anche la FP CGIL a Strasburgo

Cgil 'in trasferta' a Strasburgo per rivendicare il diritto alle giuste condizioni lavorative dei medici.

Il sindacato, insieme alle organizzazioni aderenti alla confederazione europea dei sindacati, ieri ha manifestato davanti alla sede del Parlamento europeo, "per il giusto orario di lavoro, per il diritto al riposo e per contrastare i recenti attacchi ai diritti dei lavoratori da parte di alcuni governi nazionali, fra i quali quello italiano".

Obiettivo della protesta è infatti quello di chiedere all'assemblea plenaria del Parlamento europeo, che oggi voterà la revisione definitiva della direttiva europea sull'orario di lavoro, l'approvazione degli emendamenti adottati dalla commissione Impiego e Affari Sociali.

"In particolare - sottolinea in una nota Massimo Cozza, segretario nazionale Fp Cgil medici - abbiamo ribadito che il servizio di guardia va sempre considerato integralmente come orario di lavoro, superando il distorto concetto di tempi attivi e tempi inattivi promosso in sede europea da Francia e Italia.

Va abrogata la possibilità di deroga rispetto alla soglia settimanale di 48 ore, previa negoziazione individuale, fino a 60-65 ore lavorative".

E ancora, "il periodo minimo giornaliero di riposo deve essere di 11 ore consecutive ogni 24 - aggiunge Cozza - e le categorie di dirigenti non soggette alle tutele della direttiva sui riposi devono riferirsi ai direttori generali o ad alti dirigenti direttamente subordinati quali i direttori di dipartimento, escludendo tutte le altre figure dei dirigenti medici e veterinari".

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Si allarga il fronte del giusto orario

Anche una rappresentanza del Sindacato nazionale radiologi (Snr) ieri a Strasburgo ha manifestato davanti al Parlamento europeo.

Una delegazione del sindacato, guidata dai due delegati europei del Snr, Maria Canevari e Ilan Rosenberg, ha partecipato alla manifestazione dei sindacati medici europei aderenti alla Fems (Federazione europea medici salariati), per ribadire il dissenso più volte espresso dalla categoria sull'accordo politico di modifica dell'orario di lavoro.

"Perché - come spiega all'ADNKRONOS SALUTE il segretario del Snr, Francesco Lucà - il riposo dei medici non è un vezzo, ma una necessità. Noi radiologi, ad esempio, tra esami ecografici, Tac, risonanze e radiologia interventistica non abbiamo un attimo di respiro".

"Il presidente Fems, Claude Wezzel - si legge in una nota del Snr - durante la giornata ha avuto diversi incontri con componenti del Parlamento europeo e a nome di tutti i medici che rappresenta (circa 2 milioni) ha ribadito i punti cruciali del dissenso sui quali non siamo disposti a recedere.

In particolare, la guardia non deve prevedere distinzione tra tempo di attività e tempo di inattività; il riposo compensativo deve essere effettuato al termine della guardia e non deve essere inferiore alle 24 ore; l'orario di lavoro non deve superare le 48 ore settimanali su una media di 4-6 mesi.

Attualmente - conclude il Sindacato nazionale dei radiologi - sembra aprirsi uno spiraglio per la discussione riguardante il tempo di inattività durante la guardia".

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Bloccare subito l'aliquota

"Bloccare subito, entro Natale, la circolare Inps che penalizza gli specializzandi in medicina. Giovani medici che lavorano molto e guadagnano poco".

Parola di Mario Falconi, presidente dell'Ordine dei medici di Roma, che è intervenuto ieri mattina alla manifestazione degli specializzandi davanti al ministero del Welfare, in protesta contro la circolare Inps che prevede l'aumento della contribuzione all'ente di previdenza.

"Ho parlato agli studenti con il megafono - afferma Falconi all'ADNKRONOS SALUTE - e ho ribadito loro la mia solidarietà e quella di 40.000 medici romani. Questi ragazzi - sottolinea Falconi - hanno ragione da vendere.

Vengono sottoposti a una doppia tassazione previdenziale, assolutamente ingiusta, che aggrava ulteriormente le loro condizioni economiche". Per risolvere la questione i giovani medici in formazione chiedono di essere sottoposti ad un unico inquadramento all'Enpam.

"Per mettere definitivamente in soffitta il problema - spiega Falconi - stiamo lavorando con il ministero del Welfare proprio in questa direzione. Nell'immediato però serve l'annullamento della circolare Inps che prevede l'aliquota piena. Non roviniamo il Natale di questi ragazzi", conclude Falconi.

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Si intervenga a favore degli specializzandi

"Bisogna mettere la parola fine a una iniqua decisione dell'Inps, che sta portando le Università a decurtare le retribuzioni di oltre 20.000 specializzandi.

Intervenga subito il ministro del Welfare Sacconi per una moratoria che consenta un unico giusto inquadramento dei medici specializzandi all'Enpam, e non più come lavoratori parasubordinati all'Inps".

A chiederlo è la Flc Cgil e la Fp Cgil medici, che hanno portato la loro solidarietà agli specializzandi che manifestavano sotto la sede del ministero del Welfare a Roma, contro la circolare Inps che prevede l'aumento della contribuzione all'ente di previdenza.

"A fronte di scelte che rischiano di far pagare la crisi ai settori più deboli - si legge in una nota del sindacato - non rimane altro che la mobilitazione, per costringere questo Governo a un altro mezzo passo indietro anche per i medici specializzandi, così come abbiamo ottenuto per il maestro unico.

La Flc Cgil e la Fp Cgil medici continueranno a stare a fianco agli specializzandi per il rispetto dei loro diritti ad una formazione che non diventi uno sfruttamento".

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Minore aliquota INPS per specializzandi

"E' necessario ridurre subito l'aliquota Inps per gli specializzandi in medicina. Per farlo, serve urgentemente una nuova circolare dell'Istituto nazionale di previdenza sociale"

A lanciare l'appello è il presidente della Fnomceo (Federazione nazionale ordine medici chirurghi e odontoiatri), Amedeo Bianco, che scende a fianco dei giovani medici in formazione, radunati oggi davanti al ministero del Lavoro, salute e politiche sociali a Roma per manifestare contro la circolare Inps che prevede l'aumento della contribuzione all'ente di previdenza.

"In queste settimane - sottolinea Bianco in una nota - siamo stati vicini ai venticinquemila medici in formazione specialistica, sostenendo le loro buone ragioni contro una circolare che li obbliga alla contribuzione con aliquota piena (24,7%), nonostante il contestuale obbligo di contribuzione al fondo generale dell'Enpam (Ente nazionale di previdenza e assistenza dei medici e degli odontoiatri).

Questa doppia contribuzione, con effetti retroattivi al 2006, grava totalmente e pesantemente sulle retribuzioni previste dai contratti di formazione (26-28 mila euro lordi annui), con risvolti evidenti sulle condizioni socio economiche di questi professionisti, con un'età variabile tra i 26 e i 32 anni, ai quali l'impegno a tempo pieno nella formazione e i vincoli di compatibilità lasciano margini ristrettissimi di miglioramento del reddito".

Bianco spera che si possa arrivare ad una rapida soluzione del problema. "Sono fiducioso - spiega il numero uno della Fnomceo - e auspico che le iniziative che, in queste settimane, insieme all'Enpam e alle organizzazioni rappresentative degli specializzandi, abbiamo assunto verso il ministero del Lavoro, delle Politiche sociali e della Salute, e quello del Miur, ci diano subito un risultato: una nuova circolare dell'Inps che preveda l'applicazione dell'aliquota ridotta.

Considero questo un primo importante passo su un cammino ancora lungo e difficile, in grado di offrire agli specializzandi di oggi e a quelli di domani una posizione previdenziale solida ed efficace. Per questo - conclude Bianco - guardiamo con grande attenzione e con grandi speranze all'Enpam".

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Anche il drink con black box per la gravidanza

Un disegno di legge bipartisan chiede di rendere obbligatorie etichette sugli alcolici che avvisano le donne in gravidanza sui potenziali danni al feto.

È, infatti, accertato che l'assunzione di alcol durante la gravidanza può causare danni irreversibili, riconducibili alla sindrome alcolico-fetale. In Italia si presenta con un'incidenza che oscilla tra il 3,7 e il 7,4 per mille dei bambini nati vivi: si tratta di oltre 4.100 bambini sul totale dei 560 mila nati nel 2007.

Valori che salgono sino a più di undicimila bambini l'anno, se si prendono in considerazione anche le patologie minori che rientrano nella denominazione Fetal alcohol spectrum disorder, percentuali che superano di gran lunga le medie degli altri Paesi occidentali.

In Francia, per esempio, i valori sono compresi tra l'1,3 e il 4,8 per mille, mentre in Svezia si attestano intorno all'1,7 per mille. Il Ddl si propone di agire su due fronti: da un lato l'adozione di etichette informative, dall'altro la sensibilizzazione mediante campagne comunicative. Nel primo caso s'introduce l'obbligo d'inserire etichette informative sulle bottiglie di alcolici, sull'esempio di quanto già fatto con le sigarette.

Nel secondo caso, l'invito a non consumare alcol viene pubblicizzato attraverso i media con messaggi periodici, e dagli operatori sanitari con i quali la donna instaura un rapporto di fiducia nel corso della gravidanza.

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Troppi bisturi in sala parto

Il rapporto Euro-Peristat sulla salute materno-infantile in Europa, indica che in Italia c'è una elevata propensione a partorire con taglio cesareo.

"La posizione del nostro Paese nel complesso è intermedia e in linea con il resto dell'Europa occidentale, ma spicca il primato nei cesarei: con il 38% l'Italia surclassa tutti, anche il Portogallo che si ferma al 33%" spiega Marina Cuttini, responsabile dell'Epidemiologia dell'ospedale Bambino Gesù di Roma, coordinatrice per l'Italia del Progetto condotto in 26 Paesi europei.

In Slovenia e Olanda, infatti, i casi di taglio cesareo si fermano rispettivamente al 14% e al 15%. "E' importante dire che quello italiano è un dato non omogeneo: si va dal 22% della Valle d'Aosta, al 24% circa in Friuli e Toscana, per salire al 42% nel Lazio e addirittura al 62% circa della Campania", precisa Cuttini.

Un elemento che solo in parte, secondo l'esperta, è dovuto alle richieste materne. "Secondo le stime disponibili - prosegue - in appena il 7% dei casi è la mamma a chiedere un cesareo, e bisognerebbe capire bene perché lo fa. Certo, il medico vive questo approccio come sicuro, utile per una miglior programmazione e un maggior controllo dell'evento, anche a fronte dell'alta percentuale di donne che decide di avere il primo figlio dopo i 35 anni.

Ma il record dei cesarei evidenza un eccesso di medicalizzazione nel nostro Paese, che deve essere indagato e a mio parere contrastato". Altro elemento peculiare della realtà italiana, quello dell'episiotomia.

Si ricorre a questo approccio nel 10% dei parti vaginali in Danimarca, nel 16% in Inghilterra e fino al 52% in Italia, anche se il record questa volta spetta alla Spagna con l'82%.

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Verso una medicina di genere

Si alza la soglia di attenzione sulla medicina di genere e prende il via il primo progetto nazionale per potenziare la ricerca, l'assistenza e la prevenzione al femminile

Ha ricevuto, dal ministero del Welfare, un finanziamento di 2,7 milioni di euro il progetto "La medicina di genere come obiettivo strategico per la sanità pubblica: l'appropriatezza della cura per la tutela della salute della donna", la prima iniziativa a livello nazionale che sposta l'attenzione sulla medicina di genere. Si tratta del primo progetto organico in questo settore che metterà insieme le eccellenze impegnate nella medicina del genere in Italia, che si occuperanno di settori specifici: si andranno a integrare le conoscenze biomediche sulle malattie metaboliche, sulla medicina del lavoro, sulle reazioni avverse ai farmaci, che sono più frequenti e gravi nella donna, con quelle sociali e economiche per arrivare a programmi di prevenzione e a linee guida di genere.

Una prima proposta riguarda i foglietti illustrativi dei farmaci differenziati per indicare, nel modo più appropriato gli effetti, terapeutici o avversi, sulle donne e sugli uomini. E se finora le differenze di genere sono state trascurate, secondo Flavia Franconi della Società italiana farmacologia (SIF) e vice presidente della Società Salute medicina di genere, si avverte finalmente, un cambiamento di rotta: "Siamo sulla buona strada - dice l'esperta - lo dimostra l'impegno dell'Agenzia italiana del farmaco che ha proposto l'avvio di un working group sulle differenze di genere, grazie al quale - spiega ancora Franconi - sarà possibile chiarire meglio le reazioni avverse ai farmaci che sono diverse per uomini e donne. Magari il medicinale ha la stessa efficacia ma non la stessa sicurezza terapeutica". Si inserisce in questa prospettiva il documento approvato dal Comitato nazionale per la bioetica (CNB), "La sperimentazione farmacologica sulle donne" che rileva lo scarso arruolamento di donne nei trial clinici e la limitata elaborazione differenziata dei risultati. Il Comitato propone linee bioetiche per un'equa considerazione della donna nella sperimentazione, mostrando i pericoli di una farmacologia neutrale rispetto alle differenze sessuali.

Il CNB propone di "sensibilizzare le autorità sanitarie e incentivare le aziende farmaceutiche a sostenere la sperimentazione distinta per sesso, anche se poco redditizia, incentivando progetti di ricerca sull'argomento; promuovere la partecipazione ai trial clinici delle donne con un'adeguata informazione sull'importanza sociale della sperimentazione femminile; garantire una maggiore presenza delle donne come sperimentatori e come componenti dei Comitati etici". E ancora, "sollecitare una formazione sanitaria attenta alla dimensione femminile nell'ambito della sperimentazione farmacologica, oltre che della ricerca e della cura; incrementare una cooperazione internazionale, oltre che nazionale e locale, con attenzione alla condizione femminile in relazione alla sperimentazione clinica"

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Ru486 in vista dell'approvazione

Si avvicina l'approvazione definitiva, anche in Italia, della pillola abortiva Ru486 anche se non è da escludere qualche ostacolo finale anche di natura economica.

Lo stesso Guido Rasi, direttore generale dell'Agenzia italiana del farmaco (AIFA), conferma che la registrazione, in questo caso, rappresenta un mutuo riconoscimento, essendoci già stato un via libera da parte dell'agenzia europea.

Due riunioni, una del comitato tecnico scientifico e l'altra consiglio di amministrazione dell'AIFA rappresentano i passaggi finali del procedimento. Exelgyn, azienda francese produttrice della pillola abortiva RU486 ha inviato il primo agosto scorso all'AIFA la documentazione sui prezzi del medicinale in vista di una trattativa sul prezzo.

"La prossima somministrazione della pillola Ru486 in Italia impone il dovere di informare correttamente le donne italiane che intenderanno farne uso - sottolinea Giorgia Meloni, ministro della Gioventù - si tratta "di un farmaco potenzialmente pericoloso per la loro salute, la cui vendita è stata autorizzata dall'agenzia farmaceutica in virtù di un accettabile rapporto costi-benefici purché il suo impiego sia coerente con la legge 194 e purché sia previsto esclusivamente in ambito ospedaliero.

Ciò vuol dire che si è ritenuto questo farmaco non più pericoloso della tecnica normalmente usata per gli aborti, ma sempre di aborto si tratta".

Vedi: Mifegyne (RU 486) Metodo farmacologico per l'interruzione precoce di gravidanza

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Il Lazio stabilizzi i precari

"La Regione Lazio dovrebbe procedere alla stabilizzazione dei medici precari con il medesimo rigore e con la stessa puntualità con la quale vengono aumentati gli stipendi dei direttori regionali e di dipartimento".

A chiederlo è Paolo Marotta, del Sindacato medici italiani (Smi) del Lazio, critico con l'aggiornamento dei salari, stabilito dalla Regione, a favore dei manager della sanità laziale. "Professionisti - spiega Marotta - che guadagnano già 140-200 mila euro l'anno, a fronte di medici di famiglia a cui viene corrisposta una quota pari a 3,50 euro lordi al mese a paziente. Una quota a dir poco vergognosa".

"La Regione Lazio - sottolinea in una nota Marotta - ha aggiornato l'aumento degli stipendi dei direttori regionali del 7,6% (da 144.337,47 a 155.249,19 euro) e dei direttori di dipartimento del 7,6 % (da 196.176,98 a 211.068,87) in riferimento a un adeguamento previsto nel periodo 2001-2005. Invece, per quanto riguarda i medici del servizio di continuità assistenziale era prevista, dal 2000 ad oggi, una stabilizzazione lavorativa senza costi aggiuntivi per la Regione.

E' facile vedere come si siano applicati due pesi e due misure. Per lo Smi, la Regione dovrebbe invece impegnarsi nel processo di stabilizzazione dei medici precari. "Soprattutto - spiega Marotta - tenendo conto dell'attuale fase economica sfavorevole e della legge regionale 14 del 2008 che prevede, per tutti i precari, addirittura la smobilitazione".

Lo Smi del Lazio chiede inoltre di approfondire le dichiarazioni di Alfredo Pallone, coordinatore regionale e capogruppo di Forza Italia alla Regione Lazio. "Pallone - afferma Marotta - ha dichiarato che nel 2007 furono inseriti in bilancio 3 milioni di euro, ripartiti tra le Asl di Roma e provincia, da destinare a quei progetti, concordati con le organizzazioni sindacali, che avrebbero dovuto contribuire al contenimento delle liste di attesa.

Che fine hanno fatto i soldi stanziati? Quali i risultati ottenuti dal questo stanziamento e, soprattutto, quali le sigle sindacali coinvolte?", vuole sapere il sindacato.

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La Ru486 non trovi ostacoli

"Mi auguro che non si frapponga nessun ostacolo per autorizzare la registrazione anche in Italia della pillola abortiva Ru486. Si tratta infatti di un atto dovuto, basato sull'autonoma valutazione dell'autorità europea del farmaco".

Lo dice Livia Turco, capogruppo Pd in commissione Affari sociali della Camera. "La pillola è ampiamente collaudata e utilizzata in tutti i Paesi europei - prosegue Turco - e l'Italia arriva per ultima a causa di pregiudizi ideologici.

Sarebbe grave adesso se venisse vietata la diffusione e ancor più grave è l'ingerenza della politica nell'ambito clinico farmacologico. La Ru486 deve essere utilizzata nel rispetto della legge 194, cioè in ambito ospedaliero dove saranno la donna e il medico a decidere la metodica abortiva più idonea. Sono del tutto immotivate le campagne terroristiche contro i presunti danni di questo medicinale.

La procedura di valutazione medico-scientifica è conclusa definitivamente: adesso il Governo non si intrometta in scelte scientifiche". Piuttosto, sollecita l'ex ministro della Salute, l'esecutivo "metta fine al silenzio che da mesi si è diffuso sulla 194.

Con il governo Berlusconi sono sparite di colpo le politiche di prevenzione, il potenziamento dei consultori e la tutela della maternità.

Le uniche misure del Governo, scritte nel decreto 112 e nella Finanziaria, sono i pesanti tagli alla sanità e al sociale e persino la cancellazione del progetto per il potenziamento dei consultori, che avevo attivato con l'ex ministro Rosi Bindi stanziando le risorse necessarie", conclude.

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Specializzandi in protesta

Oggi i medici specializzandi saranno davanti al ministero del Lavoro, salute e politiche sociali a Roma per manifestare contro la circolare Inps che prevede l'aumento della contribuzione all'ente di previdenza, nonostante i camici bianchi in formazione versino già i contributi all'Enpam.

Si stabilisce inoltre il recupero immediato di tutti gli arretrati da versare all'Inps. Una circolare, quella contro la quale puntano il dito, che si traduce in circa 200 euro in meno sugli stipendi dei 30 mila medici specializzandi, che oggi, parallelamente alla manifestazione capitolina, si asterranno dall'attività assistenziale in corsia.

"Chiediamo - sottolinea in una nota Francesco Macrì, responsabile della sede romana della Sims (Segretariato italiano medici specializzandi) - l'immediato congelamento degli effetti della circolare Inps numero 88 e la conseguente restituzione ai medici in formazione delle somme a oggi improvvidamente recuperate dalle università sotto forma di trattenute finalizzate all'adeguamento all'aliquota massima Inps".

A seguito di tale risoluzione, "le associazioni di categoria sosterranno l'intervento legislativo di iniziativa governativa che sancisca la modifica del Decreto legislativo 368/99, introducendo un inquadramento previdenziale unico ed esclusivo degli specializzandi sotto la quota B dell'Enpam; la conferma del ruolo previdenziale centrale e non marginale della Fondazione Enpam nei confronti dei medici in formazione; il recupero dei contributi previdenziali versati dagli specializzandi nelle casse Inps a partire dall'anno accademico 2006/2007, e storno delle predette somme nelle casse Enpam".

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I nuovi DRG al via dal 2009

A partire dal primo gennaio 2009 entreranno in vigore i nuovi DRG: l'attuale versione 19.0 (in vigore negli USA nel 2002 ed adottata in Italia dal primo gennaio 2006), sarà sostituita dalla versione 24.0 (utilizzata negli USA nel 2007).

La nuova traduzione dell'ICD-9-CM, terza edizione italiana del manuale per la codifica di diagnosi e procedure della SDO, stampata dall'IPZS (www.ipzs.it), verrà presentata il prossimo 18 dicembre alle ore 10:00, presso l'Auditorium del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, in via G. Ribotta 5, a Roma.

Lo scorso 25 novembre una CIRCOLARE a firma di Filippo Palumbo, Direttore Generale della Direzione Generale della Programmazione Sanitaria, dei Livelli di Assistenza e dei Principi Etici di Sistema, aveva anticipato ai DG degli assessorati alla Sanità e ai responsabili d'area della Pubblica Amministrazione, l'aggiornamento dei sistemi di classificazione.

Nelle prossime settimane è prevista inoltre la pubblicazione, sempre a cura dell'IPZS, della Guida ai DRG 2009: il volume, a firma di Marino Nonis ed Enrico Rosati, con la presentazione del Ministro Sacconi, si struttura in tre capitoli e tre appendici per oltre 300 pagine che illustrano in modo chiaro ed esaustivo, le novità di codifica ICD-9-CM e DRG nel passaggio dalla versione 19.0 alla 24.0.

Per conoscere in dettaglio il programma della presentazione clicca QUI.

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I cardiologi a favore del Testamento

Otto cardiologi su dieci sono favorevoli al testamento biologico. E indicano in primo luogo nella famiglia e poi nel notaio le figure di riferimento alle quali affidarlo.

Un cardiologo su due, inoltre, se ci fosse una legge sull'eutanasia, sarebbe disposto a interrompere le terapie cardiologiche a un malato senza più speranze. Lo rivela un sondaggio condotto al 69esimo Congresso della Società italiana di cardiologia a Roma e realizzato dalla Sic con il sostegno di Datanalysis.

"Sono interessanti i risultati del questionario distribuito durante il Congresso - commenta Francesco Fedele, presidente Sic - Meritano una riflessione, in particolare, alcuni dati emersi. In primo luogo le risposte sull'eutanasia.

La metà dei cardiologi che ha risposto al questionario si è dichiarata disposta a interrompere le cure a un malato senza più speranze qualora ci fosse una legge sull'eutanasia. Un dato che deve far riflettere - rileva Fedele - Ma non si faccia confusione: i cardiologi non parlano di 'staccare la spina', cioè di compiere un atto attivo, bensì di accompagnare il paziente fino al termine della vita senza alcun intervento di accanimento terapeutico".

Per quanto riguarda il testamento biologico, la stragrande maggioranza dei cardiologi si dichiara favorevole".

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L'ANAAO protesta in Europa

A Strasburgo, di fronte alla sede del Parlamento europeo, per manifestare per il diritto alle giuste condizioni lavorative

L'Anaao Assomed ha risposto con entusiasmo all'appello della Federazione europea dei medici salariati (Fems), e ieri una delegazione del sindacato italiano dei medici dirigenti è stata presente alla manifestazione internazionale, convocata in occasione del voto in plenaria per la revisione della direttiva CE 88/2003 sull'orario di lavoro.

Le organizzazioni mediche europee intendono incontrare gli eurodeputati per invitarli a rigettare definitivamente le revisioni alla direttiva proposte dal Consiglio dei ministri del lavoro dell'Ue, secondo le quali viene abolito il limite di lavoro massimo settimanale (48 ore) previsto dalla stessa direttiva e, inoltre, si considera come tempo di lavoro durante la guardia medica solo quello 'attivo'.

"Queste disposizioni, se restassero in vigore - sottolinea il sindacato in una nota - metterebbero in serio pericolo la sicurezza dei medici e dei pazienti e la qualità del sistema sanitario europeo.

L'Anaao Assomed, che aveva già plaudito alle disposizioni assunte lo scorso novembre dalla Commissione per l'Occupazione e gli affari sociali del Parlamento europeo per contrastare le decisioni del Consiglio dei ministri, auspica che esse siano approvate nella prossima seduta plenaria, e va a Strasburgo insieme ai colleghi europei per ribadire e rivendicare che: la durata massima del tempo di lavoro settimanale non superi le 48 ore e il periodo di riferimento sia al massimo di 6 mesi; l'intero periodo di guardia ('attivo' e 'inattivo') sia considerato come tempo di lavoro; i contratti a breve termine non vengano esclusi dalla applicazione della normativa; il riposo compensatorio venga utilizzato immediatamente dopo il periodo di lavoro notturno"

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15 dicembre 2008

Sterilità, intervista a Carlo Flamigni

I problemi clinici e psicologici, la diagnosi e le cure ordinarie. La fecondazione assistita. Tutto questo in una vera e propria antologia: il Primo ed il Secondo libro della Sterilità, di Carlo Flamigni, edito dalla UTET.

Se qualcuno fosse interessato a capire meglio come funziona la fisiologia della riproduzione, sia dell?uomo che della donna, e, quindi, a comprendere cosa fare quando ?un bambino non arriva? e quali opportunità o meno possano offrire le metodiche della riproduzione assistita, di certo non potrà che leggere la prima opera completa sulla sterilità.

L?autore, Carlo Flamigni, ginecologo e già professore ordinario di Ginecologia all?Università di Bologna, membro del Comitato Nazionale di Bioetica è considerato il padre della salute riproduttiva e della fecondazione assistita nel nostro Paese. Non solo, ma le sua passione per la scrittura e la divulgazione scientifica riescono a restituirci il suo sapere con piacevolezza. Chiare e documentate le informazioni fornite, arricchite da dati, studi scientifici e da una utilissima bibliografia.

In particolare, il tracciato del percorso diagnostico, per verificare la presunta sterilità, offerto nel Primo libro di quest? opera, non manca di sorprenderci. Modifica i tanti luoghi comuni, le false e confuse domande, che con il professore CarloFlamigni, abbiamo cercato di approfondire.

Professore, è difficile diagnosticare la sterilità?

Innanzitutto partirei dalle definizioni. Fare chiarezza è importante anche per il loro valore medico-legale.La sterilità è l?incapacità di.iniziare una gravidanza, mentre l?infertilità è la incapacità di dare alla luce un bambino vitale e sano .

Quali e quante sono le cause della sterilità?

Le cause della sterilità, oggi, non sono infinite, ma pochissime. Infatti, alcune sono state escluse definitivamente anche dai libri di testo. Mi riferisco a quelle immunologiche e all?insufficienza luteale o ai follicoli non rotti, perché sono cose solo occasionali. Le cause sono fondamentalmente tre: quella maschile, che si sintetizza nella inadeguatezza del seme e nell?incapacità a fertilizzare l?ovocita; quella femminile, che può avere origine ormonale e/o meccanica.

Come si possono diagnosticare?

Per la sterilità ormonale, gli esami sono semplici. Alcuni si possono escludere. Ad esempio, se una donna ha un ciclo di 28 giorni dall?età di 12 anni, potrei escludere la mancata ovulazione. Comunque basta un test del sangue che dosi alcuni ormoni. Più complicata è la sterilità meccanicache deriva da: problemi infiammatori, endometriosi, tube che non catturano il follicolo.Molto frequente ed importante, tanto più quando la gravidanza è cercata in un età più avanzata. In questo caso gli esami sono molti. Più sono semplici, più sono fallaci. Meno sono fallaci, più sono complessi ed invasivi.

Può farci degli esempi?

Ad esempio, la più semplice è l?insufflazione tubarica. Serve per capire se le tube sono aperte o chiuse. Ma spesso la metà delle donne con una sterilità tubarica ha le tube aperte. Quindi, l?informazione che ricevo è modesta.

Poi, l?isterosalpingografia. Se dice che c?è un problema e lo indica, l?errore è modesto, circa l?8%. Ma se non lo indica, i falsi positivi raggiungonoil 40%, davvero alto.Recentemente, i medici si sono inventati un altro esame per verificare se le tube sono aperte, ma con l?ecografo.

L?utilità per la paziente?

Nessuna. Serve solo a sottrarre lavoro e denaro ai radiologiche fanno l?insufflazione. Invece, io in molti casi suggerisco un esame invasivo, ma efficace, la laparoscopia.

Dovrebbe essere fatto sempre come primo esame?

Probabilmente no, ma in molti casi, si.

In quali casi?

Quando ci sono esami precedenti dubbiosi, ci aiuta a capire meglio se ci sono sorprese. Sempre, quando c? è stato un intervento chirurgico sulla pelvi, un fatto infiammatorio o una endometriosi.

La conclusione è che, se io utilizzo un protocollo in cui gli esami sono semplici, l?infertilità idio patica (ovvero inspiegata) è il 20%. Mentre, con la laporoscopia l?errore è del 5%, la differenza del 15%, nell?accertamento della causa, la guadagno con l?esame ottico. Devo scegliere con i pazienti, dopo averli informati su tutto. I protocolli possono essere semplici, ma più approssimativi, oppure più complessi e più invasivi sul piano tecnico, ma più esatti. Ai pazienti lascerei l?opzione.

Gli esami inutili?

Quelli che non hanno evidenza scientifica. Ad esempio quelli della tossicità.

Quale messaggio finale manderebbe alle coppie che desiderano un figlio ?che non arriva??

E? importante che uomini e donne siano informati per tempo. Se c?è un problema di ipofertilità, è affidata al caso. Al contrario, se il problema è di sterilità, non si può perdere tempo. I luoghi comuni sono pericolosi, come: ?Siete stressati, rilassatevi. State tranquilli, poi verrà?.

E gli aspetti psicologici?

Nel Primo libro gli dedico un capitolo importante, ma non possono essere banalizzati così.

Tanto più quando l?età è avanzata, rispetto alla fertilità, occorre intervenire al più presto.

DI MONICA SOLDANO
Vita di Donna Community

Link in argomento:
Sterilità: quante sono le coppie che hanno il problema
Associazione MADRE PROVETTA, il primo portale sulla fecondazione assistita

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14 dicembre 2008

Ordine Roma, con specializzandi contro Inps

L'Ordine dei medici di Roma scende in campo al fianco degli specializzandi in medicina. Domani, una delegazione del Consiglio dell'Ordine parteciperà alla mobilitazione nazionale indetta dalle associazioni dei giovani medici in formazione, che dichiarano battaglia alla circolare emessa dall'Istituto nazionale previdenza sociale, che impone loro di devolvere non più l'aliquota in forma ridotta del 18%, bensì quella intera del 24,7%.

"Un'ingiustizia", per gli specializzandi, ma anche per l'intero Consiglio dell'Ordine provinciale dei medici di Roma, riunitosi la scorsa settimana. "Questi giovani medici - si legge in una nota dell'Ordine romano - sono costretti, a causa di norme inique, a esorbitanti trattenute previdenziali Inps, nonostante siano già tenuti a un contributo obbligatorio per l'Enpam (Ente nazionale di previdenza ed assistenza dei medici e degli odontoiatri).

Da troppi anni vengono illusi e trattati immeritatamente nonostante il loro notevole contributo assistenziale nei Policlinici universitari". Per l'Ordine dei medici di Roma, è giunto quindi il momento di intervenire. "La politica agisca rapidamente nel modificare norme inique che penalizzano economicamente in maniera grave dei giovani colleghi sui quali, viceversa, occorrerebbe investire.

Le università facciano tutto il possibile per rimandare quanto disciplinato dalla circolare Inps, che prevede l'applicazione di trattenute economiche, anche con arretrati, da effettuarsi nel mese di dicembre. Così da ridare un minimo di serenità almeno durante le festività natalizie".

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Infarto, sopravvivenza complicata

Crescono in Italia i sopravvissuti a un infarto. Negli ultimi anni la mortalità dei connazionali ricoverati per un attacco cardiaco e' scesa dal 7% al 4%, anche perché sempre più spesso il malato arriva in tempo in una struttura specializzata.

"Ma la nuova emergenza riguarda gli 'acciacchi' successivi: un infartuato su quattro sviluppa, spesso dopo poco tempo, un'insufficienza cardiaca, e uno su due una disfunzione della pompa cardiaca. Problemi che affliggono, dunque, tre infartuati su quattro. A volte anche senza sintomi facilmente individuabili", avverte Francesco Fedele, presidente della Società italiana di cardiologia (Sic), alla presentazione oggi a Roma del 69.esimo Congresso Sic, in corso nella Capitale.

"Una realtà drammatica, nonostante la buona notizia relativa al fatto che i ricoveri dei pazienti con infarto sono aumentati del 30% in 7 anni: questo vuol dire che ne sfuggono sempre meno", sottolinea il cardiologo. A questo punto, però, occorre pensare al dopo, "moltiplicando controlli e monitoraggio degli infartuati, anche perché il 15% degli uomini e il 20% delle donne muoiono nel primo anno dopo un attacco cardiaco. Insomma, il post-infarto e' la nuova emergenza". Alla luce dei numeri diffusi oggi, diventa cruciale rivolgersi ai centri specializzati.

"Nelle Unità di terapia intensiva cardiologica la mortalità per infarto e insufficienza cardiaca e' del 10%, contro il 25% registrato in altre divisioni - prosegue Fedele - inoltre nelle Divisioni di cardiologia si effettua il 13% di angioplastiche rispetto al 9% eseguito altrove. Infine l'utilizzo dell'ecocardiografia nel primo caso e' del 90% contro il 37% nelle divisioni non specialistiche. I controlli sono cruciali in questi pazienti, e al di fuori delle divisioni specializzate l'ecocardiografia e' sottoutilizzata". Ma non e' tutto. Se oggi il problema si intercetta e si tratta meglio, la fase successiva mostra diversi punti deboli.

"Da una ricerca svolta dal Centro studi della Sic su 5 mila persone dopo un infarto, monitorando le ricette compilate dai medici di famiglia in 15 Asl italiane - racconta Raffaele Bugiardini, coordinatore della commissione per il 69esimo Congresso Sic - abbiamo visto che solo 50% dei pazienti a 6 mesi dall'evento prende ancora 4 farmaci salvavita (aspirina, ace-inibitori, betabloccanti e statine).

Gli altri di fatto hanno interrotto le cure, e questo e' gravissimo. Anche perché gli studi hanno dimostrato chiaramente che l'aderenza al trattamento e' cruciale per sopravvivere". Non solo, dallo studio sembra anche che le donne siano meno trattate. "La loro situazione e' del 30-40% peggiore rispetto agli uomini". Un problema che, sottolinea il cardiologo, deve essere corretto.

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Morte improvvisa costosissimo dramma

La morte improvvisa di una persona getta nello sconforto la sua famiglia, ma costa cara anche allo Stato italiano.

"Uno studio condotto dai ricercatori dell'università' di Firenze ha quantificato la spesa relativa alle morti improvvise nel nostro Paese, legata in particolare alla perdita di forza lavoro.

Stabilendo che questi eventi mandano in fumo una cifra che va da 8 mld a 16 miliardi di euro l'anno", spiega Giuseppe Oreto, vicepresidente della Societa' italiana di cardiologia, alla presentazione al Roma del 69mo Congresso Sic .

"Questo vuol dire che l'investimento in prevenzione e' insufficiente", sottolinea il cardiologo. "Stiamo parlando di decessi insospettati, che si verificano entro un'ora dall'inizio dei sintomi. Quasi sempre si tratta di eventi cardiovascolari, in particolare di fibrillazione ventricolare, che provoca un arresto cardiocircolatorio", spiega il medico.

Ma come prevenire queste morti inattese e rapide? "Ad esempio diffondendo sul territorio i defibrillatori semiautomatici: oggi ce ne sono pochissimi, mentre dovrebbero essere presenti negli stadi, nelle grandi piazze, in teatri, cinema ed aeroporti.

In pratica - conclude - oggi in Italia per la prevenzione di queste morti si spendono solo spiccioli".

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Troppa politica in cardiologia

La lunga mano della politica arriva fin nelle divisioni di cardiologia degli ospedali italiani

"In sei casi su dieci è infatti il politico che sceglie il primario della Divisione di cardiologia negli ospedali", denuncia Francesco Romeo, direttore della cattedra di Cardiologia all'università di Tor Vergata a Roma, intervenendo alla presentazione del 69.mo congresso della Società italiana di cardiologia (Sic) in corso a Roma.

"Mi rendo conto che è una denuncia destinata a fare scalpore. Ma non si può tacere: per i politici ormai - dice il cardiologo - gli ultimi fortini da espugnare sono l'università e la cardiologia. Così hanno voluto la gestione totale della sanità scegliendo i primari".

I concorsi ospedalieri "sono gestiti con un meccanismo di cooptazione politica, senza che si sia l'obbligo di una graduatoria di medico da rispettare.

A scegliere, alla fine, è in piena discrezionalità il direttore generale".

"E' sconcertante vedere politici, politicanti e media scandalizzarsi per la gestione accademica dei concorsi universitari e rimanere in silenzio di fronte alla cooptazione politica di chi andrà a dirigere come primario una divisione di cardiologia", aggiunge il medico.

Insomma, "giù le mani dalla cardiologia", ha concluso Romeo.

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11 dicembre 2008

IPASVI insieme ai NAS contro gli abusivi

"Plauso all'azione dei Nas nell'operazione che ha portato all'arresto dei falsi infermieri e completa disponibilità a supporto delle indagini".

Così Annalisa Silvestro, presidente della Federazione dei Collegi Ipasvi, commenta la notizia del fermo di 72 persone tra Cosenza e Roma, accusate di truffa per l'acquisto del titolo di studio di infermiere e la pratica illecita della professione infermieristica.

"La notizia di infermieri che esercitano illegalmente, cioè senza il possesso del necessario titolo, è gravissima ed è fondamentale continuare a combattere l'esercizio abusivo della professione infermieristica a tutela di tutti i cittadini e degli assistiti."

"La carenza di infermieri, che si protrae ormai da anni nel nostro Paese, ha evidentemente alimentato un illecito mercato che non è solo quello dell'acquisto di titoli falsi ma anche quello di illecite forme di reclutamento sovrapponibili a forme di caporalato. Un mercato delittuoso che è difficile contrastare per la estrema difficoltà a reperire notizie circostanziate e quindi utilizzabili dagli organi di competenza".

"A fronte di questo grave episodio, l'impegno della Federazione e dei Collegi IPASVI sarà ancora più forte sia nell'accertamento puntuale e rigoroso dei requisiti previsti dalla legge per l'iscrizione agli Albi, sia nella verifica delle modalità attivate dalle strutture sanitarie pubbliche e private per il reclutamento e l'inserimento degli infermieri nei processi di lavoro e di assistenza".

"Chiediamo - conclude Silvestro - la collaborazione di tutte le strutture sanitarie pubbliche e private nel riscontro dei requisiti necessari alle assunzioni, in modo da prevenire il verificarsi di episodi come quello di Cosenza.

La serenità degli assistiti la fiducia e dei cittadini è un bene che deve essere assolutamente e da tutti salvaguardato".

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Scoperti 70 falsi infermieri

I carabinieri del Nas di Cosenza hanno arrestato 70 falsi infermieri, impiegati presso strutture pubbliche e private della Calabria.

Secondo quanto accertato dagli investigatori, avrebbero acquistato da un'organizzazione criminale falsi diplomi da infermiere professionale riuscendo così a inserirsi nel mondo del lavoro ospedaliero, nonostante fossero del tutto privi di conoscenze mediche.

Tra gli arrestati figura anche un funzionario dell'Università Sacro Cuore di Roma che forniva in anticipo agli studenti le risposte ai test d'accesso ai corsi di medicina e scienze infermieristiche della facoltà.

Il funzionario avrebbe favorito l'ingresso a cinque studenti di cui uno destinatario di una misura cautelare.

Nel corso dell'operazione sono stati sequestrati anche beni mobili e immobili del valore di 20 milioni di euro, pari a quanto indebitamente percepito nel tempo dagli arrestati.

I particolari dell'operazione verranno forniti nel corso di una conferenza stampa che si terrà nella caserma Paolo Grippo, a Cosenza, alla presenza del procuratore Dario Granieri.

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Niente pubblicità ai farmaci etici

No alla pubblicità diretta al pubblico per i farmaci con obbligo di prescrizione. Via libera invece alle informazioni ai pazienti utilizzando altri canali, come i siti web autorizzati e pubblicazioni specializzate, e solamente certi tipi di messaggi, come il riassunto delle caratteristiche del prodotto semplice e comprensibile.

E' quanto propone la Commissione europea nel 'pacchetto farmaceutico' presentato ieri a Bruxelles. Si tratta di un insieme di proposte legislative finalizzate a migliorare l'accesso ai medicinali nel Vecchio Continente.

I provvedimenti dovranno ora passare al vaglio di Parlamento e Consiglio europeo in co-decisione per il via libera definitivo, che dovrebbe arrivare entro 18 mesi dall'adozione e dalla pubblicazione.

L'organo europeo ha dunque deciso di non aprire agli spot pubblicitari 'direct-to-consumer', come quelli consentiti negli Usa, ma di pensare a forme di comunicazione più 'soft' e soprattutto omogenee in tutti gli Stati membri.

Questo perché, con il crescente uso di internet - evidenzia la Commissione - i cittadini europei sono diventati sempre più autonomi nella ricerca di informazioni sui farmaci. Ma per ridurre il rischio di messaggi fuorvianti o di cattiva qualità, c'è bisogno di un intervento comune per armonizzare la normativa a livello europeo.

La Commissione propone dunque una serie di norme che permettono alle aziende farmaceutiche di fare informazione sui medicinali su prescrizione, continuando a vietare invece la pubblicità e i messaggi dichiaratamente promozionali.

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Nuove regole in Sanità

Il Governo ha allo studio un Testo Unico che promette di essere in grado di regolare l'intero sistema della Sanità italiana. Il testo potrebbe essere promulgato entro un paio di mesi

Ad annunciarlo è Domenico Iscaro, presidente dell'Anaao Assomed, al termine dell'audizione, ieri in Commissione Affari Sociali della Camera, sui disegni di legge in materia. Sono stati ascoltati rappresentanti della Federazione degli Ordini dei medici, dei sindacati di categoria e della Federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere.

Sul tavolo della Commissione cinque provvedimenti legislativi da analizzare, sintetizzare e raccogliere appunto in un unico Testo Unico. Quattro i punti chiave: nomina dei primari, disciplina di pensionamento dei medici ospedalieri, istituzione di unità di rischio clinico, nomina dei direttori generali delle Asl.

"Riguardo alla nomina dei primari - spiega Iscaro all'ADNKRONOS SALUTE - tutti hanno concordato che c'è la necessità di cambiare. L'idea è quella di sottoporre le candidature a una commissione esaminatrice estratta a sorte tra i primari ospedalieri, con l'aggiunta del direttore del dipartimento interessato all'assunzione. Commissione che dovrà nominare una terna di candidati, non più di tre, e con una graduatoria a punteggio". La critica dell'Anaao è che oggi le Commissioni tendono a promuovere tutti, "per non avere grane", lasciando quindi ampia discrezionalità al direttore generale, vale a dire colui che sarà chiamato alla scelta definitiva. "Con la graduatoria a punteggio - sottolinea Iscaro - la nomina spetterebbe sempre al direttore generale, che si troverebbe però nella condizione di considerare la graduatoria. In caso di scelta diversa, dovrebbe infatti motivarla". Un punto, questo, che ha visto un certo irrigidimento da parte della Fiaso, la Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere.

"La Fiaso - spiega il presidente dell'Anaao - vuole mantenere un'ampia discrezionalità. Non vede di buon occhio il vincolo alla graduatoria". Novità anche in tema di pensionamento dei medici ospedalieri. "La proposta che sembra al momento accontentare un po' tutti è quella che prevede il limite di pensionamento a 65 anni, con la possibilità di essere trattenuti in servizio fino a 70, dietro specifica richiesta del camice bianco. Una richiesta che sarà comunque vincolata al parere del direttore generale, che dovrà approvarla", spiega Iscaro. In tema di sicurezza, è stata ribadita l'importanza di istituire unità 'ad hoc' sul rischio clinico. "Una realtà già presente in molte strutture, ma che va al più presto estesa su tutto il territorio nazionale".

Tra gli argomenti affrontati nel corso delle audizioni, anche il sistema di nomina dei direttori generali. "Prende sempre più corpo la proposta di istituire un Albo dei direttori generali, con determinati e chiari requisiti per l'iscrizione. Per accedervi bisognerà certificare una solida esperienza in materia di direzione. Insomma - sottolinea Iscaro - un'operazione trasparenza". Tra le proposte vagliate, anche quella di istituire un Collegio di direzione. "Un organo - precisa Iscaro - formato da medici e infermieri, che dovrà affiancare il direttore generale. E che - conclude - su certe materie, come linee guida e percorsi assistenziali, dovrà avere parere obbligatorio".

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Intramoenia bocciata da 2 su 3

Cartellino rosso per l'attività intramoenia, ovvero la libera professione dei camici bianchi del Ssn. A bocciare l'intramoenia, sulla quale il ministero del Welfare sta lavorando con l'obiettivo di fissare nuove regole, sono gli stessi cittadini, secondo il Rapporto 'Ospedali e salute' presentato ieri a Roma dall'Aiop (Associazione italiana ospedalità privata).

"I due terzi di quelli che hanno avuto esperienza ospedaliera - recita il Rapporto che ha monitorato anche il punto di vista dei cittadini sulla sanità italiana - giudica severamente tale servizio, perché appare un po' inappropriato - denunciano i cittadini - andare nello stesso luogo e dallo stesso personale degli ospedali pubblici e, magari nello stesso giorno, ottenere la prestazione a pagamento mentre al mattino c'era una prospettiva di lunga attesa".

A spingere i cittadini verso l'intramoenia, del resto, sono non a caso le liste d'attesa con le quali sono costretti a fare i conti, ma anche il bisogno di ricorrere allo specialista di fiducia piuttosto che avere a che fare con un collega.

Un terzo, comunque, approva l'intramoenia, "perché sembra un modo utile per venire incontro ai bisogni dei pazienti", mentre c'è un 24,1% degli intervistati estremamente severo, che boccia la libera professione intramuraria senza se e senza ma.

"Il servizio - si legge infatti nel Rapporto - per questi cittadini crea disagio e sfiducia nei confronti delle strutture ospedaliere pubbliche, innescando un circuito secondo il quale il cittadino è portato a pensare solo pagando si riesce a ottenere il servizio".

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2010, nuove regole per ripartizione fondi

"Dal 2010 le Regioni inizieranno a ballare secondo nuove regole". Con questa metafora il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, conferma che "per il triennio 2010-2012 verranno definite, all'interno del Patto per la salute, nuove regole per la ripartizione del fondo sanitario nazionale" tra le varie regioni dello Stivale.

I nuovi meccanismi saranno basati sul "criterio dei costi standard, prendendo a riferimento le Regioni che hanno messo a segno i migliori risultati tenendo alta la qualità e a bada i costi".

Tutte le altre Regioni distanti dagli standard che verranno fissati a riferimento "dovranno essere accompagnate - spiega il ministro a margine di un incontro organizzato dall'Aiop (Associazione italiana ospedalità privata) ieri a Roma - verso la virtù.

Naturalmente avranno a disposizione fondi aggiuntivi per raggiungerla, ma dovranno intraprendere percorsi virtuosi. In altre parole, piani di rientro per tutti coloro che dovranno adattarsi al criterio dei costi standard che verrà stabilito".

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Fondi sempre più trasparenti

Il Senato ha approvato ieri all'unanimità, un Ordine del giorno presentato da Ignazio Marino
(Pd), presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul Servizio sanitario nazionale (Ssn), che impegna il Governo a promuovere un intervento legislativo per introdurre la valutazione tra pari (peer review) nei criteri di assegnazione dei fondi pubblici per la ricerca.

"Abbiamo vinto una battaglia - commenta Marino - ma non la guerra. Vigileremo perché la legge sia approvata in tempi brevi".

"Nel nostro Paese i soldi destinati alla ricerca sono assolutamente insufficienti (solo lo 0,9% del Pil) e controllati da pochi baroni - ha ribadito Marino nel suo intervento in Aula - se non si vuole aumentare la quota degli investimenti, pensiamo almeno a distribuirli in maniera intelligente.

Introdurre la peer review, abbandonando l'assegnazione discrezionale dei fondi pubblici, è un passo fondamentale per favorire l'innovazione e incidere così anche sulla crisi economica".

Il metodo in questione viene adottato dalla comunità scientifica internazionale e, ha sottolineato Marino, "è quello auspicato anche dai ricercatori italiani nonché dalla realtà industriale, come ha ribadito di recente Sergio Dompé, presidente di Farmindustria".

Marino ha infine chiesto all'esecutivo di dare continuità a un approccio già condiviso nella scorsa legislatura: "occorre garantire per legge che nessun soldo proveniente dalle tasse dei cittadini venga più erogato senza peer review e che nessuna Finanziaria possa assegnare milioni di euro pubblici a istituzioni di ricerca o ricercatori, senza prevedere alcuna competizione come succede ora".

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Contratti leggeri e patti aziendali forti

"Contratti nazionali leggeri e patti aziendali forti". A sostenerlo è il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, che, partecipando all'incontro organizzato dall'Aiop a Roma sull'ospedalità privata, interviene sulla contrattazione dopo essersi imbattuto nella manifestazione dei dipendenti della sanità privata che chiedono il rinnovo del contratto nazionale.

"Capisco le ragioni dei lavoratori - afferma il ministro - ma a mio avviso è questa la strada che occorre seguire.

La situazione - afferma rivolgendosi agli esponenti dell'Aiop (Associazione italiana ospedalità privata) - va risolta, e invito i partecipanti al congresso a ragionare e a confrontarsi con i lavoratori".

E ai giornalisti che a margine dell'incontro gli chiedono se una contrattazione nazionale leggera che dia più spazio ad accordi aziendali più significativi possa dar luogo a delle discrepanze, Sacconi replica senza troppi giri di parole: "spero proprio di sì.

Spero in un mondo - afferma - in cui i salari non siano più piatti, perché devono rappresentare anche il contributo che il lavoratore ha dato nel raggiungimento dei risultati dell'impresa".

Sacconi ha colto l'occasione per ricordare con un tono di polemica che proprio nelle Regioni meno virtuose, ovvero con conti sanitari in rosso, "si sono registrati patti integrativi più pesanti".

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In arrivo arretrati per gli ambulatoriali

Lo SMI ha annunciato di aver raggiunto un accordo con SISAC per l'elargizione degli arretrati 2006-7

Accordo raggiunto sugli arretrati del primo biennio 2006-2007 della convenzione tra la Sisac, ente delegato alle trattativa per la parte pubblica, e i sindacati medici di specialistica ambulatoriale.

Lo riferisce il Sindacato medici italiani (Smi) che, nella delegazione di Federazione medici, ha partecipato all'incontro con la Sisac.

"L'incontro è stato positivo - spiega in una nota Cosimo Trovato, responsabile nazionale dell'area della specialistica ambulatoriale dello Smi - abbiamo trovato l'accordo sul pagamento degli arretrati relativi al primo biennio.

Ora attendiamo il parere del comitato di settore delle Regioni: se sarà positivo, si chiuderà finalmente una fase.

All'inizio del prossimo anno si apre la vera e propria trattativa per la nuova convenzione sugli aspetti normativi".

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10 dicembre 2008

La delibera campana sugli IPP

Tre delibere sui generici licenziate a fine novembre dalla Giunta campana non hanno mancato di sollevare polemiche. Le delibere si trovano all'interno di una manovra da 14 milioni di euro per contenere il deficit della sanità, approvata il 26 novembre dalla giunta.

Una manovra, nata sull'onda della diffida del Governo in materia di sprechi sanitari, che ha come obiettivo quello di allontanare il rischio Commissariamento. Tra i farmaci coinvolti ci sono gli inibitori di pompa protonica (IPP); la delibera, infatti, come recita una nota della regione Campania, prevede, accogliendo le indicazioni dell'Agenzia Italiana del Farmaco del 20 febbraio 2007, il ricorso ai generici per due classi di medicinali: gli inibitori di pompa protonica e le statine. Per entrambe le classi si dispone l'equiparazione dei prezzi al livello dei farmaci equivalenti non coperti da brevetto. Inoltre, la Regione definisce le linee di indirizzo e le modalità operative da seguire per la prescrizione dei generici per tutte le classi farmacologiche, ogni volta ne esista la possibilità.

"Per il momento» spiega al Giornale del Medico Federico Iannicelli, segretario regionale Fimmg. "è in vigore soltanto quella sui IPP, anche se abbiamo ottenuto che ne venisse rimandata la piena operatività a fine mese, per dare il tempo alle Asl di mandare l'informativa a tutti i Mmg e a noi di modificare i software per la prescrizione. Speriamo che anche per le altre sia stata accolta la stessa richiesta".

La delibera sugli IPP prevede che tutti i medici prescrittori devono effettuare prescrizioni di farmaci il cui costo per dose definita al giorno riferito al prezzo al pubblico non sia superiore al prezzo minimo di riferimento calcolato in euro 0,90. Devono cioè essere prescritti solo gli inibitori di pompa protonica a dosaggio pieno con costo entro euro 0,90 di dose definita giornaliera (Ddd).

È prevista comunque una deroga per intolleranze o possibili interazioni farmacologiche. In questi casi, come si legge nel testo della Regione, è necessario giustificare e documentare la diversa scelta terapeutica nell'ambito dell'aggiornamento della scheda sanitaria individuale del paziente e attestarla sulla ricetta nello spazio riservato alle note Aifa utilizzando il codice 148.

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Abusi infantili più comuni del previsto

Gli abusi sui bambini nelle regioni a reddito elevato sono molto più comuni di quanto mostrino le statistiche ufficiali, in quanto solo il 10 percento dei casi viene investigato e comprovato annualmente.

In generale, il 4-16 percento dei bambini subisce abusi fisici, ed un bambino su 10 subisce abusi psicologici o viene trascurato; il 5-10 percento delle bambine ed il cinque percento dei bambini subisce abusi sessuali penetrativi, ed una cifra tripla riceve abusi sessuali di ogni tipo.

Le statistiche ufficiali comunque indicano cifre inferiori ad un decimo di queste.

L'impatto dei maltrattamenti infantili può avere conseguenze devastanti e durature che persistono anche nell'età adulta: esse infatti favoriscono i comportamenti criminali, i comportamenti sessuali a rischio e l'abuso di alcool e droghe, senza contare le migliaia di decessi infantili dovuti ad abusi o trascuratezze.

Nell'Unione Europea quattro bambini su un milione è vittima di omicidio ogni anno, e nell'Europa centrale e negli stati da poco indipendenti il tasso è tre volte superiore. (Lancet online 2008, pubblicato il 4/12)

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Bugiardini attenti al genere

Un foglietto illustrativo rosa e uno celeste per indicare, nel modo più appropriato gli effetti, terapeutici o avversi, di ciascun farmaco sulle donne e sugli uomini. I medicinali, infatti, funzionano diversamente nei maschi e nelle femmine ma, fino ad oggi, le differenze di genere sono state trascurate "anche se, finalmente, si avverte un cambiamento di rotta", spiega Flavia Franconi della Società italiana farmacologia (Sif) e vice presidente della Società Salute medicina di genere che spera si possa arrivare in tempi brevi a foglietti illustrativi differenziati.

Come ha spiegato a margine del III seminario nazionale sulla salute della donna, in corso oggi e domani a Roma all'Istituto Superiore di Sanità, organizzato in collaborazione con la Sif, "siamo sulla buona strada - dice l'esperta - lo dimostra l'impegno dell'Agenzia italiana del farmaco che oggi, in questo incontro, ha proposto l'avvio di un working group sulle differenze di genere".

Va nella giusta direzione, inoltre, il progetto strategico del ministero del Welfare sulla medicina di genere, presentato sempre ieri, "attraverso il quale - spiega ancora Franconi sarà possibile chiarire meglio le reazioni avverse ai farmaci che sono diverse per uomini e donne. Magari il medicinale ha la stessa efficacia ma non la stessa sicurezza terapeutica.

C'è - aggiunge - la necessità di avere farmaci giusti per la donna". Tra le novità importanti del progetto ministeriale anche una sezione dedicata ai rischi sul lavoro. "Pochi sanno - conclude l'esperta - che alcune sostanze tossiche agiscono diversamente sull'organismo femminile. Sono quindi particolarmente utili, in questo campo, la ricerca e la prevenzione".

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Pochi gli italiani dal dentista

Meno della metà degli italiani, appena il 39,7%, si è seduto sulla poltrona del dentista in un anno. Il dato emerge dall'indagine multiscopo "Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari", realizzata dall'Istat che per il 2005, per la prima volta, ha studiato sperimentalmente i problemi di salute dei denti e il ricorso a cure e trattamenti odontoiatrici. L'indagine ha coinvolto 60 mila famiglie. Né visite né controlli, dunque, per oltre metà della Nazione.

Per l'Istat, emergono nette diseguaglianze nell'accesso alle cure odontoiatriche: fra quanti curano la propria salute orale, si arriva al 49,4% tra le persone con titolo di studio più alto, ma si scende al 26,4% tra chi ha conseguito al massimo la licenza elementare. Indietro il Sud, "con uno svantaggio molto forte nel ricorso all'assistenza odontoiatrica". Si è sottoposto a controlli o cure dentistiche il 47% dei cittadini del Nord contro uno sparuto 29,9% al Sud. E nelle regioni meridionali, la quota di persone che non è mai stata da un dentista è quasi il triplo (19%) di quella del Nord (6,7%).

L'87,5% degli italiani che sono stati dall'odontoiatra, si è rivolto prevalentemente a liberi professionisti, il 12,5% ha invece fatto ricorso a dentisti di strutture pubbliche o private convenzionate. Dunque, ben l'85,9% paga di tasca propria la cura di denti e sorriso. Solo tra i bambini e tra i molto anziani si osservano percentuali abbastanza consistenti di fruizione gratuita delle prestazioni. Percentuali ancora insufficienti, rileva l'Istat. Tra i bimbi di 3-5 solo il 27,6% ha fruito gratuitamente delle cure odontoiatriche, ancora meno tra i 6 e i 10 anni (12,2%) e tra gli 11 e i 13 anni (6,6%).

Dunque, non sono realizzati adeguatamente i programmi di tutela della salute odontoiatrica nell'età evolutiva che prevedono, per i bambini, la gratuità delle prestazioni per alcuni dei più importanti trattamenti di prevenzione primaria e secondaria. Il 10,9% degli italiani di più di 14 anni riferisce di non avere più denti naturali, versa tecnicamente in una condizione di edentulismo totale. Il dato, sottolinea l'Istat, non si discosta molto da quanto riscontrato in altri Paesi europei: in Belgio, per esempio, nel 2004 il 14,7% della popolazione di 15 anni e più ha riferito di essere in questa condizione.

Solo l'1% del di questa parte di popolazione comunque, non ne ha sostituito nessuno né con protesi mobili, né con impianti. I più colpiti dal problema sono ovviamente gli anziani: l'edentulismo totale raggiunge il 60% tra gli ultraottantenni. Non solo. Il fenomeno è più diffuso tra la popolazione adulta di status meno elevato (29,4% contro il 2,6% tra chi ha un titolo di studio più alto). Sono le regioni del Nord a presentare i tassi più elevati di edentulismo totale, con percentuali del 15,1% nella provincia di Trento, del 14,7% a Bolzano e del 13,8% in Valle d'Aosta. Meno colpiti Lazio (8,3%) e in Sicilia (8,7%). Nelle stesse regioni con le quote più elevate di edentulismo totale, è più alta la percentuale di quanti hanno sostituito tutti i denti con dentiere o impianti.

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Cardiologia Cattolica nel gotha europeo

Un riconoscimento 'di cuore', unico in Italia, per l'istituto di cardiologia dell'Università Cattolica di Roma. 'Circulation', la principale rivista americana di cardiologia, organo dell'American heart association ha infatti scelto l'istituto romano come uno degli otto centri di eccellenza europei del 2008.

Nel numero del 16 dicembre - riferisce una nota dell'Università Cattolica di Roma - la rivista pubblicherà un profilo sul lavoro clinico svolto dai centri europei e sulle loro attività di ricerca. "Il pensiero va a tutte le persone che lo hanno reso possibile - spiega Filippo Crea, direttore del Dipartimento di medicina cardiovascolare del Policlinico universitario Agostino Gemelli - evidentemente 'Circulation' ha premiato la serietà e la rilevanza scientifica del lavoro dei nostri ricercatori.

Il riconoscimento - continua Crea - fa piacere, soprattutto perché siamo un istituto relativamente giovane e la competizione scientifica è, in Europa, ad altissimo livello. Continueremo a lavorare per mantenere alta la qualità dei risultati da noi ottenuti mettendoli però sempre in discussione. Solo così - conclude Crea - possiamo far fare importanti passi in avanti alla ricerca". Fanno parte dell'Istituto di cardiologia diretto da Gianfederico Possati - continua la nota - 30 fra professori ordinari e associati, 30 specializzandi e 12 studenti di dottorato.

I campi di ricerca in cui l'istituto è impegnato riguardano i meccanismi infiammatori e trombotici delle sindromi coronariche acute, la fisiopatologia del microcircolo coronarico, la risposta miocardica alla necrosi e, più di recente, lo studio delle cellule staminali. Secondo la classifica di 'Circulation' - conclude la nota - gli altri centri d'eccellenza europei del 2008 sono in Scozia (Edimburgo), Svizzera (Zurigo), Svezia (Stoccolma), Repubblica Ceca (Praga), Belgio (Leuven), Inghilterra (Oxford) e Russia (Mosca).

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Contaminazione molto contenuta

La Commissione Europea è stata informata dalle autorità di Dublino della contaminazione di carni bovine irlandesi da diossina, ma sottolinea che i livelli sono molto bassi e che, secondo le stesse autorità irlandesi, non vi sono rischi per la salute

E' quanto ha riferito, ad Aki-Adnkronos International, Nina Papadoulaki, portavoce del commissario alla Saluta Androulla Vassiliou. "Siamo stati informati - ha detto la portavoce - che in 3 campioni su 11 è stata riscontrata contaminazione da Pcb" (sostanze tossiche analoghe alla diossina).

Tuttavia, ha aggiunto, "i livelli sono molto più bassi di quelli riscontrati nei suini e sono appena al di sopra della soglia di guardia". Per questo, ha proseguito Papadoulaki, "le autorità irlandesi assicurano che non vi sono rischi per la salute umana". Nel complesso, aggiunge la funzionaria, "la Commissione è molto soddisfatta, almeno per il momento, dalle misure di sicurezza prese dalle autorità irlandesi".

Tuttavia la Commissione ha chiesto "a titolo precauzionale" anche una valutazione dell'Agenzia europea per la sicurezza alimentare, con la quale è previsto un incontro oggi insieme ai capi degli uffici veterinari degli stati membri.

Intanto, riferisce infine la portavoce, anche la Gran Bretagna ha preso misure di sicurezza per i 9 allevamenti di suini in Irlanda del Nord colpiti dalla diossina. Nella repubblica irlandese sono stati colpiti dalla contaminazione 10 allevamenti di suini e il mangime contaminato è stato distribuito anche a 38 allevamenti bovini, subito posti sotto sequestro dalle autorità sanitarie. Da essi provengono i test resi pubblici ieri.

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09 dicembre 2008

HIV, prima del vaccino la prevenzione

"Tra quattro o cinque anni potrebbe arrivare un vaccino terapeutico contro l'Hiv. Ma, intanto, si possono utilizzare tantissimi altri mezzi, forse meno spettacolari, per tenere sotto controllo il numero delle nuove infezioni". Parola di Luc Montagnier, scopritore del virus Hiv e per questo insignito del premio Nobel per la Medicina 2008.

Lo scienziato, professore emerito e direttore della World Foundation for Aids Research and Prevention di Parigi, ha partecipato sabato a Stoccolma a una conferenza stampa al Karolinska Institutet e ha ricordato dunque i progressi che nel mondo si stanno facendo per trovare un vaccino in grado di curare l'Aids, ma anche i semplici strumenti che abbiamo tutti a disposizione per prevenirlo.

"L'igiene, soprattutto genitale, la giusta nutrizione e gli stili di vita consapevoli - ha detto Montagner - possono aiutare a tenere sotto controllo le infezioni e anche malattie spesso concomitante come la tubercolosi, o la malaria, che flagellano l'Africa come l'Aids.

L'educazione e l'informazione sono importanti, soprattutto nei paesi poveri dove la maggior parte dei sieropositivi non sa di esserlo e quando ne viene a conoscenza, rifiuta di sottoporsi alle terapie". In Occidente, invece, "a preoccuparmi sono le giovani generazioni, che pensano che l'Aids si possa ormai curare. Invece la responsabilità e la conoscenza sono sempre la chiave per salvarsi".

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L'Università è un malato cronico

La metafora del malato cronico può essere utilmente impiegata per descrivere lo stato di crisi in cui versa il sistema universitario italiano. La fotografia degli atenei italiani, tutt'altro che positiva, emerge dal 42esimo rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese, in cui l'Istituto riconosce, senza troppi giri di parole, "che nonostante i diversi interventi di riforma di questi ultimi anni, tarda a essere implementato un sistema di ripartizione dei finanziamenti che prescinda dal criterio della 'spesa storica' per premiare obiettivi e risultati conseguiti dai singoli atenei".

Ma a proiettare ombre sul sistema universitario italiano anche il fatto che "non si è ancora riusciti a introdurre modalità di reclutamento del corpo docente libere da influenze clientelari o localistiche; gli auspicati processi di semplificazione dell'offerta didattica e razionalizzazione delle sedi periferiche procedono in modo stentato".

Tant'è che "tra il 1999 e il 2007 il numero di Comuni sede di strutture e corsi universitari è aumentato del 26,5 per cento, mentre i corsi di laurea triennali sono passati, dai 3.565 del 2004-2005 ai 3.922 del 2007-2008".

A queste criticità, oramai di lungo periodo, "altre se ne aggiungono suscettibili di impattare sulla didattica, sui costi, sull'output del processo universitario: nell'anno accademico 2006-2007 la quota dei docenti a contratto titolari di insegnamenti ufficiali ha sfiorato il 60 per cento (a.a. 2001-2002 38,0 per cento); le iscrizioni alle lauree specialistiche sono in crescita esponenziale (+31,8 per cento nel triennio 2005-2007), ma non è ancora chiaro se tale tendenza sia frutto di un arbitraggio con l'iscrizione ai master (la cui offerta complessiva è in riduzione) o di una consapevole scelta di investimento 'culturale'". "Resta difficile declinare - aggiunge l'istituto nel Rapporto - il tema dell'autonomia se non correlata con l'autofinanziamento: nel 2005, rispetto a una quota di finanziamento del fondo ordinario pari a 58,2 per cento delle entrate degli atenei statali, le tasse universitarie incidevano per il 12,1 per cento.

A fronte di questi nodi critici, la richiesta che si leva dalle università italiane sembra sempre più orientarsi verso interventi che accrescano la competitività del sistema universitario nazionale, declinati principalmente sul concetto di qualità. Infatti, i principali risultati della ormai tradizionale indagine di 'Censis Servizi - La Repubblica' realizzata fra i presidi delle facoltà universitarie, indicano un diffuso consenso sulla ripartizione dei finanziamenti statali esclusivamente in base ai risultati della valutazione; un forte dissenso rispetto alla separazione tra università di ricerca e università di didattica; un sostanziale accordo su un'organizzazione della didattica più ispirata alla qualità e al superamento della passata proliferazione di sedi e di corsi di studio in favore di un'offerta formativa concentrata territorialmente e scientificamente.

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Trattativa con ottimismo

"Siamo giunti alle fasi finali di questa lunga trattativa. L'intesa raggiunta sulle modalità di erogazione delle risorse del secondo biennio economico (2008-2009) è infatti positiva".

Parola di Roberto Lala, segretario generale del Sumai (Sindacato unico medicina ambulatoriale e professionalità dell'area sanitaria), che commenta così l'incontro di giovedì in Sisac per il rinnovo della convenzione nazionale della medicina generale.

La trattativa dovrebbe riprendere questa settimana. "Siamo certi - sottolinea in una nota Lala - che si possa avviare un percorso serio per la definizione realistica di una sanità sempre più legata ai bisogni del territorio e dei cittadini.

Una sanità integrata, che avrà tra i suoi principali attori anche i medici specialistici ambulatoriali. In tal senso - conclude il segretario del Sumai - sono state disciplinate le linee guida del nuovo Accordo collettivo nazionale (Acn) che tendono a definire un percorso d'integrazione funzionale, sia all'interno dell'Azienda tra i vari specialisti che con tutti gli altri attori operanti nel sistema sanitario".

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Preintesa forse entro Natale

"L'incontro è stato positivo, ma ancora c'è da scogliere qualche nodo. Non abbiamo ancora una nuova convenzione ma il nostro impegno è quello di arrivare nel più breve tempo possibile, e cioè entro Natale, alla firma della preintesa".

E' il commento di Maria Paola Volponi, responsabile nazionale del Sindacato dei medici italiani (Smi) per la medicina generale, all'incontro avuto ieri tra la Sisac e i sindacati medici per il rinnovo delle convenzioni di medicina generale e del territorio.

Le prossime tappe sono previste per il 10 dicembre, con la riunione tecnica sulla parte economica e per la quota Enpam, e per il 17 dicembre per la ripresa della trattativa. Nel dettaglio della contrattazione la dirigente dello Smi sottolinea, "a proposito della parte economica, che si è concordato lo storno del 4,85 per cento sulla quota C del compenso dei medici di assistenza primaria (14 milioni) e dei pediatri di libera scelta (3 milioni)".

Si avvia così quel processo di riequilibrio economico con la continuità assistenziale e con l'emergenza territoriale da tempo auspicato dallo Smi. "Questi settori - spiega Volponi - vedranno quindi aumentare il loro compenso sia per gli arretrati sia per quanto riguarda la quota definitiva di 0,50 euro all'ora (oltre al 4,85 per cento già loro spettante). Ancora senza definizione la questione della tessera sanitaria e della ricetta informatica. Siamo in attesa dell'erogazione da parte del Ministero dei fondi necessari.

Ma sembra ormai certo che lo stanziamento avverrà entro pochissimi giorni e sarà pari a 69 milioni di euro, che verranno erogati alle regioni per l'applicazione tecnica". Quanto al flusso informativo, conclude Volponi, "è bene ricordare che la trasmissione dei dati e la conseguente elaborazione degli stessi da parte delle Aziende e delle Regioni, potrà dimostrare la quantità e la qualità della nostra attività e mettere finalmente fine a tutte quelle infondate e pretestuose illazioni sulla consistenza della mole di lavoro che svolge il medico del territorio.

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Vicina la firma della Convenzione

Procede, anche se non a passo spedito, la trattativa per il rinnovo delle convenzioni dei medici del territorio

"E la firma per chiudere il biennio 2006-2007 è vicina. Forse anche entro Natale, ma a questo punto, un giorno in più o in meno non rappresenta un problema". A dirlo è Giacomo Milillo, segretario generale della Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg) per il quale la trattativa con la Sisac "sta procedendo" e l'interruzione della riunione no stop "legata soprattutto alla stanchezza per la lunga seduta", non mette in discussione la firma.

"Ieri (giovedì ndr) - spiega all'ADNKRONOS SALUTE- abbiamo fatto una seconda lettura dell'articolato. L'abbiamo perfezionato. Restano alcuni piccoli aspetti da rivedere, i conti da fare, in rapporto all'Enpam, all'invalidità permanente e poco altro. Ma credo che non dovrebbero esserci ulteriori ostacoli". Millillo riferisce che è stato risolto anche il problema all'origine dell'interruzione della 'no stop' della scorsa settimana.

Ovvero la divergenza sulla destinazione delle risorse per il biennio 2008-20009: da riservare alle contrattazioni regionali, come voleva la Sisac, o a quelle nazionali come chiedevano i sindacati. "La Sisac - precisa - ci ha fatto una proposta che è stata accettata integralmente. Perché ci chiede di decidere, durante le trattative, la divisione delle risorse per le contrattazioni regionali e per quelle nazionali.

Contemporaneamente si propone di cercare meccanismi di garanzia in grado di evitare che gli accodi regionali non vengano fatti o vengano realizzati con enormi ritardo. E, soprattutto, si impegna a studiare nuove regole per la contrattazione regionale, in modo da garantire uniformità sul territorio nazionale".

Insomma "è stato superato l'ultimo ostacolo", dice il leader sindacale. Per quanto riguarda la disponibilità delle risorse - che secondo un altro sindacato, lo Snami, non sarebbero garantite per l'incremento retributivo ma solo per la ricetta elettronica - Milillo non vede difficoltà.

"Fa testo la legge. E la legge dice che 184 milioni sono stanziati per il rinnovo delle convenzioni e anche per la ricetta elettronica. Non vedo difficoltà", conclude.

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Donne e lavoro: una risorsa per il welfare di tutti

Ripartire dalle donne. Questo lo slogan bipartisan, con cui tutti gli schieramenti partitici ed i politici più svezzati sono ormai concordi da qualche anno. Ciò che li divide, lo sappiamo, è capire come e cosa possa funzionare di più. Qualche buona idea ed un ricco dibattito è venuta oggi dall?affollato convegno ?In pensione quando, al lavoro come?? promosso dai Radicali italiani di Senato e Camera ed introdotto alla sala Bologna del Senato, da Emma Bonino (vicepresidente del Senato) e da Antonella Casu (segretaria di Radicali italiani).

La prima è che occorre fare chiarezza ed informazione sullo scenario effettivo di crisi economica e su ciò che, in particolare, aspetta le donne. La seconda è, che potrebbe non essere sufficiente ripartire dalla proposta secca e chiara dei Radicali, di ripristinare la pari età pensionabile tra uomini e donne, dipendenti pubblici, per riequilibrare il livello retributivo finale del lavoro, per restituire potere di acquisto, per incrementare il pil. Il cuore della proposta, lo spunto del convegno, è stato anche quello di recepire la recente sentenza della Corte Suprema di Giustizia Europea, che chiede omogeneità, quindi pari trattamento, nel sistema pensionistico tra uomini e donne.

La Corte, che si è pronunciata a partire da una istanza del 2004, di un funzionario, dipendente pubblico, ha respinto la difesa e le motivazioni dell?Italia, dichiarando che la fissazione per andare in pensione ad un? età diversa in base al sesso, ha violato l?art. 141 della Corte stessa. Pertanto, la Repubblica italiana è stata condannata a pagare le spese processuali, ma potrebbe aver giovato per ridare slancio ad un dibattito pubblico, che rischiava di restare un tabù, quello dell?età pensionabile. Non c? è una indicazione specifica sull?età nella citata sentenza, ma in Italia l?emancipazione femminile sul lavoro ha in realtà prodotto una disparità: l?età per le donne è anticipata rispetto a quella degli uomini.

Recepire la direttiva europea su questo, che è una indicazione, non implica sanzioni e lascia ai singoli stati membro le modalità. Tuttavia, ?La direttiva europea va letta con attenzione. E? infatti il frutto di molti anni di battaglie contro le discriminazioni che le donne vivono soprattutto nel nostro Paese, dove regna la cultura familistica, seconda la quale è più utile una donna a casa che al lavoro?, ha messo in guardia la sindacalista CGIL, Valeria Fedeli. Ecco perché, per recepire quella direttiva, occorre rispondere che dentro alla crisi attuale, noi affrontiamo una trasformazione.

?Questa crisi non è uguale alle altre, ecco perché le modalità sono importanti?. La sindacalista della Cgil, Valeria Fedeli, ha, inoltre, ricordato che le prime discriminazioni da affrontare sono nel lavoro femminile, ma non partirebbe dall?età pensionabile, quanto dagli ammortizzatori sociali. ?Estendiamoli a tutte le figure professionali per sostenere il futuro, perché le misure in atto non sono sufficienti?. Fino a qualche anno fa si diceva che raggiungere gli obiettivi di Lisbona, senza due redditi in famiglia non sarebbe stato possibile e che il lavoro femminile avrebbe permesso di incentivare dell?1% il pil nell?arco di un anno. Eppure, continua Valeria Fedeli, occorre rileggere lo scenario. ?Dai luoghi di lavoro vengono cacciate le donne, perché se arrivi a 60 anni e non hai maturato i contributi, nessuno ti permette di raggiungerli?.

Ma uscendo dai luoghi di lavoro, nel grand?angolo c? è anche altro. La società deve crescere culturalmente ed anche il richiamo alle politiche di conciliazione tra i tempi del lavoro femminile e quelli del lavoro maschile va superato. Non è più attuale pensare i servizi (asili nido, scuole) solo in funzione delle donne, ma della società tutta. La responsabilità va condivisa in ogni aspetto, si parla oggi di cooperazione tra i sessi.

?Diamoci una mappatura delle priorità. Se partiamo dall?età pensionabile, facciamo un errore di impianto. E? auspicabile una discussione a Camera e Senato con donne ed uomini.. Se passano parole sbagliate nella comunicazione, facciamo un danno. Non facciamo derivare il lavoro delle donne da quello degli uomini, auspica la sindacalista.? Renata Polverini, dell? UGL condivide molte delle cose dette e sottolinea che ?Non si può lavorare di fantasia in un Paese che ha una crisi strutturale. L?Europa ci richiama alla parità in campo pensionistico, ma ci aveva dato già indicazioni per raggiungere gli obiettivi di Lisbona (flessibilizzare il lavoro; rimodulare o riscrivere un sistema di welfare con ammortizzatori sociali), tuttavia occorrono risorse?.

Oggi, la flessibilità del lavoro, un tempo risorsa per lo sviluppo, si è trasformata in precariato. Che fare, dunque, rispetto a questa nuova sentenza della Corte Europea? ?Non è un tabù per me aumentare l?età pensionabili delle donne, ma occorre stabilire che sia riconosciuta una diversità che lo Stato deve valorizzare. La donna dà un contributo diverso. Guardiamo l?età alla fine. Cominciamo a riconoscere alle donne che fanno figli, un bonus previdenziale. Diamo loro la possibilità di scegliere.? L?altra battaglia, per Renata Polverini, è la maternità.

?Questa è una questione di tutti. Cerchiamo di farne una battaglia di tutti, almeno in termini fiscali. Non lasciamola esclusiva materia delle donne.? Possibili soluzioni? Far scegliere alle donne cosa fare nella propria vita, potrebbe essere una buona idea. Oltre alla defiscalizzazione e al ragionamento sullo strumento del ?quoziente familiare?, ragionato anche in un intervento di Pietro Ichino, senatore PD, la sindacalista UGL non ha dubbi: ?Il libro verde del ministro Maurizio Sacconi e del Governo, per le donne è lasciato totalmente bianco.?

MONICA SOLDANO
Vita di Donna Community

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08 dicembre 2008

Task force contro traffico di cuccioli dall'Europa dell'Est

"Assieme al sottosegretario alla Salute Francesca Martini intendo sensibilizzare l'intervento delle autorità dei Paesi più interessati al traffico illegale di cuccioli: Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia, Bulgaria e altri.

L'obiettivo è spingerli a intensificare i controlli all'origine, soprattutto negli allevamenti. Ho chiesto inoltre alla Commissaria europea alla Salute, Androulla Vassiliou, un intervento di armonizzazione delle norme, la revisione degli standard dei microchip per una sicura tracciabilità degli stessi e la definizione di rigorosi protocolli a livello comunitario per tutte le patologie che rappresentano causa di morte per gli animali'.

Lo ha detto il Ministro degli Esteri Franco Frattini che, insieme al Sottosegretario alla Salute Francesca Martini, ha tenuto una conferenza stampa alla Farnesina sul tema del traffico illegale di cuccioli di animali domestici, a cui hanno partecipato anche il Presidente della Lega Anti Vivisezione (LAV) Gianluca Felicetti, il Comandante dei NAS Cosimo Piccinno, il Capo del Corpo Forestale dello Stato Cesare Patrone e la Guardia di Finanza.

"Vorrei pensare - ha aggiunto il Ministro Frattini - con i ministri della Giustizia Angelino Alfano e del Welfare Maurizio Sacconi, di inserire un reato specifico per la tratta di cuccioli, perché si tratta di violazioni che non possono essere punite solo con una multa. 'In ambito nazionale, infine, ho avviato le procedure per ratificare ed eseguire la convenzione del Consiglio d'Europa per la protezione degli animali da compagnia che il nostro Paese ha solamente firmato nel 1987, ma non ha ancora recepito". Anche il Sottosegretario alla Salute Francesca Martini ha condannato con fermezza il traffico illegale di cuccioli provenienti soprattutto da paesi dell'est Europa e annunciato l'istituzione di una "task force di esperti del Ministero che lavorerà intensamente in sinergia e in raccordo con la Farnesina per contrastare il traffico illegale di cuccioli.

Questo traffico e divenuto infatti una piaga che mette a repentaglio la salute pubblica esponendola ai rischi collegati sulla mancata profilassi degli animali e alle condizioni igienico sanitarie in cui sono mantenuti. Vengono violate inoltre le norme vigenti contro il maltrattamento degli animali e quelle relative alla tutela della loro salute e benessere.

Le ispezioni dei Nas parlano chiaro sull' entità delle violazioni delle leggi: su 1189 ispezioni fatte su esercizi di vendita, allevamenti, strutture di addestramento, attività di dog sitter, servizi di toelettatura, ambulatori privati e canili sanitari, sono state accertate 634 violazioni di cui 102 a carattere penale e 532 a carattere amministrativo".

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Operazione Apotheke dei Nas: perseguire i colpevoli

"Va dato merito ai Nas per questa brillantissima operazione, ma occorre anche sottolineare che siamo di fronte ad atti delinquenziali che riguardano meno di 50 persone su oltre 100.000 operatori tra medici e farmacisti nel nostro Paese. Mi sono già consultato con i presidenti della Federazione degli Ordini dei Medici e dei Farmacisti con cui c'è identità di vedute ai fini di perseguire i colpevoli e salvare la reputazione di tutti i professionisti, medici e farmacisti, impegnati quotidianamente nella tutela della salute dei cittadini".

Lo ha detto il Sottosegretario alla Salute Ferruccio Fazio a commento della grande operazione del Comando dei carabinieri per la tutela della Salute (Nas) che ha scoperto un giro di ricette false e di corruzione ad opera di medici e farmacisti. Il sottosegretario Fazio ha anche illustrato le misure, alcune di queste già in vigore, altre in corso di introduzione, che serviranno a rendere trasparente l'intero percorso dei farmaci proprio per evitare truffe, contraffazioni e furti a danno del Servizio sanitario nazionale e dei cittadini.

Dal 2006 è in corso di progressiva implementazione la tracciabilità dei farmaci che consente di localizzare sull'intero territorio nazionale quasi in tempo reale lotti di medicinale fino al grossista. ''Entro otto-dieci mesi saremo in grado di tracciare le singole confezioni - ha detto Fazio - fino alla distribuzione al minuto (farmacie e ospedali).

La procedura sarà completamente a regime entro tre anni perché sarà necessario smaltire tutte le confezioni in stock. Nel frattempo le confezioni dei medicinali rubate o smarrite durante il trasporto sono passate dal 2006 al 2008 da 450 mila a 220 mila''. Anche la tessera sanitaria contribuirà a raccogliere i dati di ogni singola ricetta.

Informazioni che si aggiungeranno a quelle delle ricette online, attraverso le quali il medico dopo aver compilato la prescrizione la trasmetterà in telematica ai ministeri competenti. Un sistema che diventerà operativo dal 2010. Per questa ragione sono stati previsti 59 milioni per il 2009 e 69 per il 2010 erogati tramite le regioni ai medici di base per il collegamento in rete''.

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Bocciatura improbabile per RU486

"Bocciatura improbabile" sulla Ru486, la pillola abortiva al vaglio dell'Agenzia italiana del farmaco.

Ad affermarlo è Guido Rasi, direttore generale dell'AIFA, che, a margine di un incontro a Roma sulle malattie reumatiche, spiega che il Cda dell'AIFA, a cui spetta la decisione sull'arrivo della Ru846 in Italia, "dovrebbe pronunciarsi a dicembre".

Il direttore generale dell'AIFA non precisa quando è prevista la riunione del Cda, ma assicura che la procedura di approvazione della Ru486 dovrà essere sottoposta "a un altro passaggio formale presso il Comitato tecnico scientifico dell'AIFA previsto per il 16 dicembre".

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Italiani maturi nel consumo di farmaci

Secondo un indagine Censis c'è sempre più attenzione nell'uso di medicinali e molta cautela al momento dell'acquisto

In base ai dati del 42esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese 2008, l'atteggiamento degli italiani verso il farmaco sta diventando più maturo, in particolare in fatto di consumi. A testimoniarlo è l'andamento della spesa farmaceutica, sia pubblica sia privata.

Non solo. La maggior maturità in fatto di medicinali "rappresenta il portato di un'evoluzione di lunga deriva, nella quale si è assistito a un'ampia rinegoziazione dell'intera gamma delle strategie di tutela della salute, dove il medicinale conquista sempre maggiore centralità".

L'80% degli italiani, rileva l'indagine Censis-Fbm realizzata nel 2008, ritiene che il farmaco aiuti a convivere con le patologie croniche (+26% rispetto al 2002), il 76% (+15,7% rispetto al 2002) vi vede uno strumento per il miglioramento della qualità della vita, mentre il 54% ne sottolinea il contributo nella sconfitta delle malattie mortali (+14% rispetto al 2002). D'altra parte, rispetto ai propri genitori, il 54% dei connazionali si sente più informato sulle corrette modalità di assunzione, oltre il 52% ritiene di avere più dimestichezza su quando e come utilizzarli, più del 51% conosce meglio i rischi di un eccessivo consumo e degli effetti collaterali.

L'indagine evidenzia, dunque, una diffusa propensione all'autogestione misurata, che si salda con la convinzione della delicatezza e della strategicità del ruolo dei farmaci. Infatti gli stessi cittadini sottolineano la necessità di cautela nell'acquisto, e il 30,4% pensa che tutti i farmaci debbano essere venduti esclusivamente in farmacia.

Infine, per il 71,7% degli italiani, il consumo eccessivo di farmaci è imputabile all'ansia e all'idea che possano risolvere tutto. Un dato che, commenta il Censis, ancora una volta si inscrive nel percorso di responsabilizzazione individuale rispetto all'uso dei medicinali.

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06 dicembre 2008

Tagli alla scuola, si ai vescovi e no agli studenti

Quella della scuola è una galassia piuttosto articolata, ma non impossibile da comprendere. Esiste la scuola dello Stato e quella che non lo è. Quest'ultima, la scuola non statale, si divide in due grandi gruppi: quella pubblica e quella privata. Queste, e siamo alla fine della spiegazione, possono essere paritarie e non paritarie. Le prime prendono parte alla spartizione del circa mezzo miliardo di euro che lo Stato conferisce in base ad una legge del 2000, le seconde vanno avanti con i loro soldi.

E sufficiente che una scuola non statale sia gestita da un ente locale o pubblico, come i comuni, le province o le regioni, per entrare nella categoria degli istituti pubblici. Infine, per vedere riconosciuto lo status di scuola paritaria, il gestore, che può essere anche un privato, avanza richiesta all'ufficio scolastico regionale. A questo punto può partecipare alla spartizione dei fondi che la legge mette a disposizione.

In Italia l'88% delle scuole private sono paritarie, cioè equiparate alle scuole statali. Più della metà di queste sono gestite da enti religiosi, ovviamente cattolici. La montagna di denaro pubblico che ogni anno entra nelle casse della scuola paritaria cattolica ammonta a circa 280 milioni di euro, oltre 540 miliardi di vecchie lire.

Con i tagli al mondo dell'istruzione, il governo Berlusconi, aveva inserito in bilancio un taglio alle scuole paritarie di 134 milioni, su un totale di 480 milioni.

Gli eventi che hanno preceduto l'approvazione del decreto Gelmini sono noti: migliaia di studenti e insegnanti in piazza; dichiarazioni contrarie di rettori e presidi di facoltà; pestaggi fascisti e minacce televisive del Premier. Insomma il mondo dell'istruzione, unito e compatto, a difesa della scuola pubblica, quella dello Stato laico. Risultato zero.

Negli anni a venire, ricorderemo sempre il silenzio opaco e disprezzante della Gelmini, come l'ha definito la Finocchiaro, nei confronti delle ragioni degli altri.

La Chiesa, invece, efficace come sempre nell'assicurare il proprio tornaconto, ha inizialmente taciuto. D'altra parte, in quel frastuono di protesta studentesca, ben difficilmente avrebbe avuto l'attenzione necessaria per far ascoltare le proprie ragioni. Ma una volta sopita la rivolta laica, non ha esitato a portare a fondo il suo attacco alla finanziaria che taglia i fondi anche alle scuole cattoliche.

Ieri la Cei, con le parole di Bruno Stenco, monsignore e direttore dell'ufficio nazionale per l'educazione della Conferenza Episcopale Italiana, annuncia: "le federazioni delle scuole cattoliche si mobiliteranno in tutto il Paese". Il taglio dei 120 milioni di euro per le scuole paritarie previsto da Tremonti, alla Chiesa non va proprio giù. "noi non ci aspettavamo nessun taglio, ma al contrario degli incrementi, mettere le scuole paritarie nel capitolo degli sprechi da tagliare è inconcepibile", argomenta Stenco lasciando intendere che, in molti istituti, suore e preti avrebbero raccolto firme contro il governo.

L'attacco è frontale e ben coordinato. Anche il Papa scende in campo auspicando "l'adozione di misure a favore dei genitori che li aiutino nel loro diritto inalienabile di educare i figli secondo le proprie convinzioni etiche e religiose".

Trascorrono solo una manciata di ore ed ecco che il Governo annuncia la sua ritirata: "C'è un emendamento del relatore al disegno di legge di bilancio che stanzia 120 milioni per il 2009, mentre il taglio originario era di circa 134 milioni" dichiara Giuseppe Vegas, sottosegretario all'Economia.

Una totale disfatta, consumata nello spazio temporale di una mattinata. Alla Chiesa è bastato poco, pochissimo, per ricondurre il Governo Berlusconi sulla retta via.

Quasi un'alzata di sopracciglio a manifestazione di una contrarietà, di un fastidio. Poche parole, al tempo e nel modo giusto, ed ecco che il Premier, quello che minacciava in televisione l'uso della polizia contro gli studenti, batte in ritirata.

Gli studenti, quelli della scuola pubblica, laica, dello Stato, quelli scesi in piazza, malmenati ed ignorati, si tengono i tagli, ma avranno la Gelmini su You Tube.

E Berlusconi, quello che non sapeva della cena che ha escluso la CGIL, che non era a conoscenza dell'aumento dell'Iva a Sky, sua concorrente nel mercato dei media, questa, invece, la saprà o no?

MAURO DAVID
Vita di Donna Community

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04 dicembre 2008

Milano, vince lista Riscatto medico

Con circa 1.600 voti la lista 'Riscatto medico' vince le elezioni per il rinnovo del Consiglio dell'Ordine dei medici e odontoiatri di Milano, staccando di circa mille preferenze la lista avversaria 'Libertà medica' (600 voti).

Mentre continua a diminuire l'affluenza alle urne da parte dei camici bianchi del Milanese: è andato a votare il 12,6 per cento dei 22 mila aventi diritto, contro il 15 per cento registrato nelle ultime consultazioni. Prossima tappa per i neoeletti (Salvatore Altomare, Angiolino Bigoni, Gianpiero Benetti, Francesco Brasca, Giovanni Campolongo, Luigi Di Caprio, Ugo Garbarini, Raffaele La Tocca, Maria Grazia Manfredi, Massimo Parise, Giordano Pochintesta, Roberto Carlo Rossi, Ugo Tamborini e Maria Teresa Zocchi) la nomina del nuovo presidente che, salvo, imprevisti dovrebbe essere Ugo Garbarini.

Un nome sul quale sembra vi sia già l'accordo degli altri candidati della lista vincente. La squadra che andrà ad occupare le poltrone dell'Ordine era nata sotto l'ala del presidente uscente Roberto Anzalone e - sottolinea in una nota Roberto Carlo Rossi, presidente provinciale di Snami (Sindacato nazionale autonomo dei medici italiani) e uno dei camici bianchi eletti - "si ispira alle sue idee.

Pensiamo che gli elettori abbiano premiato la nostra coerenza, la nostra indipendenza, la nostra voglia di fare dell'Ordine un nuovo punto di riferimento per cittadini, medici e media".

Il consiglio si insedierà nel corso della prossima settimana e "da gennaio - annuncia Rossi - quando inizieremo a lavorare, ci impegneremo nella puntuale applicazione del programma".

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22.500 firme per la libertà di cura

Sta riscuotendo molta attenzione l'appello in favore della libertà di cura promosso da Ignazio Marino, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul Ssn del Senato. In soli tre giorni oltre 22.500 persone hanno sottoscritto il documento: cittadini comuni, ma anche tante le personalità della società civile che hanno voluto comparire tra i primi firmatari.

"L'obiettivo dell'appello - commenta Marino - è raccogliere quante più adesioni possibili per sensibilizzare il Parlamento che si appresta a discutere e votare una legge sulle dichiarazioni di fine vita.

Su temi tanto delicati è fondamentale che si tenga conto delle opinioni di tutti e di tutti i diversi orientamenti espressi dalla società".

Sino a fine gennaio sarà possibile sottoscrivere l'appello sul sito www.appellotestamentobiologico.it e in occasione di dibattiti pubblici sul tema. Hanno già firmato Rita Levi Montalcini, Eugenio Scalfari, Giuliano Amato, Guglielmo Epifani, Stefano Rodotà, Silvio Garattini, Marcello Lippi, Luciana Littizzetto e Maurizio Costanzo.

Quest'ultimo sostiene che "non potendo decidere la nostra nascita abbiamo il diritto di 'gestire' la nostra morte, evitando accanimenti terapeutici. Il cittadino deve essere libero di decidere sulla propria salute e quindi sulle proprie cure".

Una battaglia sposata anche dal teologo Vito Mancuso, che aderisce "perché credo che la vita umana è sacra e che la sua espressione più alta è la libertà".

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Limiti del diritto di curare

Al medico "non è attribuibile un generale diritto di curare". Lo sottolinea la Cassazione secondo la quale se si prescindesse da questa considerazione "non avrebbe alcun rilievo la volontà dell'ammalato, che si troverebbe in una posizione di soggezione su cui il medico potrebbe ad libitum intervenire, con il solo limite della propria coscienza".

Con una sentenza della Quarta sezione penale, la Suprema Corte rileva che al medico deve essere riconosciuta "la facoltà o la potestà di curare, situazioni soggettive, queste, derivanti dall'abilitazione all'esercizio della professione sanitaria, le quali, tuttavia, per potersi estrinsecare abbisognano, di regola, del consenso della persona che al trattamento sanitario deve sottoporsi".

A spingere la Cassazione a chiarire che non esiste per il medico un "diritto generale" di cura, il ricorso presentato da un chirurgo della casa di cura San Gaudenzio di Novara, Napoleone Franco G., condannato a 200 euro di multa per lesioni personali colpose ai danni di Salvatore P. ricoverato presso la clinica in seguito alla comparsa di una lombalgia con irradiazione dolorosa all'arto inferiore destro.

Il paziente - ricostruisce la sentenza 45126 di piazza Cavour - il 15 gennaio del 2001 aveva dato il 'consenso informato' all'intervento chirurgico ma non vi era traccia di un ok anche a eventuali rischi operatori.

In seguito all'intervento chirurgico, il paziente ebbe dei postumi invalidanti. Il chirurgo è stato querelato e la Corte d'appello di Torino, lo scorso aprile, lo ha condannato per lesioni colpose.

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Rivedere lo screening oncologico

Il documento con le proposte innovative sugli screening per la diagnosi precoce di alcune neoplasie "è stato consegnato al sottosegretario alla Salute Ferruccio Fazio".

Lo ha assicurato Francesco Cognetti, direttore di oncologia medica A all'Istituto nazionale tumori Regina Elena di Roma, a margine di un incontro nella capitale sulle malattie reumatiche.

Cognetti, che fa parte del Gruppo di lavoro guidato da Armando Santoro dell'Istituto Humanitas di Milano, ha assicurato che il documento prevede "proposte innovative per gli screening sui tumori della mammella, del grosso intestino, della prostata, cervice uterina e polmoni.

Il Gruppo ha terminato il suo lavoro, ora la palla 'passa' a Fazio".

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Proroga intramoenia necessaria e realistica

Così Giuseppe Garraffo sulle misure che hanno ottenuto ieri il via libera della Camera dei deputati

"Il regalo di Natale ai medici di Asl e ospedali è stato fatto con il pagamento degli arretrati del contratto arrivato in ritardo e con la proroga della libera professione intramoenia allargata, appena approvata definitivamente dal Parlamento".

Così Giuseppe Garraffo, segretario generale Cisl Medici, sulle misure che hanno ottenuto ieri il via libera della Camera dei deputati: proroga di un anno per l'esercizio della libera professioni in studi e spazi esterni alle strutture pubbliche, e fino al 2012 alle Regioni per adeguare gli ospedali all'intramoenia.

"Il Governo Berlusconi - sottolinea Garaffo in una nota - ha onorato l'impegno e ha evitato un vuoto normativo nella regolamentazione della libera professione dei medici pubblici, nonché l'assurda penalizzazione per medici e pazienti di non poter più usufruire di un servizio utile al singolo nonché al Sistema sanitario nazionale nel suo complesso.

Tuttavia non essendo state ancora realizzate quelle strutture e quelle condizioni per poter esercitare in regime ordinario la libera professione dei medici dipendenti, la Legge Turco avrebbe portato automaticamente all'estinzione dell'intramoenia allargata tra poco più di un mese.

E' un fatto positivo avere evitato ciò - conclude Garraffo - anche se ancora non si scorgono, nel ventaglio delle proposte, quegli elementi di chiarezza che il ministro del Welfare Maurizio Sacconi aveva promesso di discutere in un apposito tavolo con i sindacati medici, che consentano la soluzione definitiva del problema. Pertanto, la proroga rimane per ora l'unica soluzione saggia e realistica".

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03 dicembre 2008

La musica suona per la ricerca

In questi giorni sono stati pubblicati i risultati di una ricerca che rappresenta un recente consolidamento della collaborazione quasi ventennale tra l'Istituto di Ricerche Farmacologiche "Mario Negri" e l'Istituto Weizmann di Scienze.

Si tratta di studi sul ruolo delle proteine p53 e p73 nel determinare la risposta delle cellule tumorali al trattamento con farmaci antitumorali. Studi coordinati da Massimo Broggini per il Mario Negri e da Varda Rotter per il Weizmann.

La finalità era ed è quella di identificare nuove molecole in grado di agire selettivamente su quei tumori che presentano proteine mutate o non espresse, preservando possibilmente le cellule sane che hanno invece proteine perfettamente funzionanti. In particolare l'obiettivo era quello di identificare una molecola 'ideale' in grado di riportare a 'normalità' la funzione della proteina p53 e p73 mutata, con conseguente arresto della crescita tumorale.

Questi risultati sono stati possibili grazie al fondamentale contributo dei finanziamenti derivati da una serie di concerti organizzati al Teatro alla Scala del Comitato Negri Weizmann. E' di queste settimane la pubblicazione di uno studio congiunto pubblicato sull'autorevole European Journal of Cancer, firmato tra gli altri da Rotter e Broggini, che partiva da quelle ipotesi ma che dimostra un ruolo importante della versione beta della proteina p73 sia nel controllo della crescita della cellula, sia nella regolazione della mitosi.

In questo campo una via di ricerca punta a sfruttare la tetraploidia che nelle persone sane è sospettata di essere uno dei possibili inneschi della proliferazione tumorale ma che potrebbe, nelle cellule già trasformate, indurre un errato processo di divisione delle cellule, che ne causerebbe la morte.

Per dare nuova linfa ai progetti che si occupano di questa linea di ricerca il Comitato Negri Weizmann ha organizzato un nuovo concerto per raccogliere fondi. L'evento avrà luogo il prossimo 9 dicembre alle 20:30 presso il Teatro alla Scala di Milano.

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Trapianti di cornea: il bilancio 2008

E' in continuo incremento l'attività di trapianto e donazione di cornea in Italia. Nel 2008, infatti, si è registrato rispetto all'anno scorso un sensibile aumento su entrambi i fronti: +71 donatori e +330 trapianti.

Ad illustrare i dati è Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti (Cnt), che ha partecipato ieri a Roma alla presentazione del progetto e protocollo 'Una cornea per un bambino', in programma al ministero del Welfare.

E i dati confortanti non finiscono qui. Per quanto riguarda il trapianto di cornea nel 2007, infatti, l'Italia si è posizionata al primo posto in Europa, superando Paesi ai vertici come Francia e Spagna. "Senza donazione non c'è trapianto - sottolinea Nanni Costa - e questo slogan è alla base della nostra attività.

I donatori di cornea sono passati dai 5.985 del 2007 ai 6.056 di quest'anno (+71)". Ancora superiore l'incremento per i trapianti: 4.526 contro i 4.196 del 2007 (+330). Il dato rende orgoglioso Nanni Costa, che ribadisce: "In Italia non esiste lista d'attesa per il trapianto di cornea. Chi ne ha bisogno, non ha difficoltà a riceverlo, e se ci sono delle attese dipendono esclusivamente alla disponibilità della sala operatoria nella quale il paziente viene curato". Il nostro Paese è ormai autosufficiente in questo campo.

"Abbiamo una disponibilità assoluta - conferma il direttore del Cnt - e dopo un inizio stentato oggi possiamo finalmente dire che non dobbiamo più acquistare cornee da Banche estere". La conferma arriva anche dalla leadership raggiunta dall'Italia in Europa. Dati 2007 illustrano, infatti, la prima posizione del Belpaese nei trapianti di cornea a livello europeo: 4.196 interventi, meglio di Francia (3.732) e Spagna (3.031).

"E questi dati - conclude orgogliosamente Nanni Costa - sono certificati dal Consiglio d'Europa newsletter transplant, quindi sono oggettivi e fotografano la qualità e la sicurezza della nostra attività".

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Italiani in salute ma pigri e pingui

Per fortuna c'è la salute. Gli italiani, in generale, si sentono bene e sono felici. E questo nonostante la lotta contro i chili di troppo, che 'contagiano' ormai il 43 per cento della popolazione, il vizio delle 'bionde', e la pigrizia dilagante.

Questa la fotografia che emerge dal Rapporto nazionale Passi 2007 presentato ieri a Roma, un sistema di sorveglianza promosso dal ministero del Welfare e dal Centro per il Controllo malattie (Ccm), portato avanti dalle Regioni con il coordinamento del Cnesps (Centro nazionale di epidemiologia sorveglianza e promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità).

L'indagine, condotta intervistando oltre 20 mila persone nel 2007 (età media 43 anni), permette di tracciare un quadro della percezione di salute degli italiani e degli stili di vita diffusi nel Paese. La situazione sembra rosea: il 56 per cento del campione giudica buono o molto buono il proprio stato di salute. Più pessimista, invece, chi ha una malattia cronica, un livello di istruzione più basso o difficoltà economiche.

Inoltre, solo il 9 per cento degli intervistati ha detto di aver avuto di recente sintomi di depressione. Ma quando si guarda alle abitudini degli italiani, qualcosa non torna: il 28 per cento si confessa completamente sedentario, e solo il 33 per cento dice di fare abbastanza attività fisica. Il 32 per cento è risultato sovrappeso e l'11 per cento obeso.

Inoltre, appena un italiano su dieci consuma le famose cinque porzioni di frutta e verdura quotidiane raccomandate dai medici. E il 31 per cento degli intervistati si è dichiarato fumatore. "In generale mi sembra che gli italiani si comportino bene, o almeno non peggio degli altri europei. Non a caso abbiamo l'aspettativa di vita più alta del Vecchio Continente - commenta il sottosegretario al Welfare, Ferruccio Fazio - Certo, ci sono margini di miglioramento, in particolare per quanto riguarda il fumo, l'attività fisica e l'alimentazione.

Come ministero stiamo valutando un progetto relativo allo sport come medicina - ricorda Fazio - e portiamo avanti campagne di comunicazione su fumo, alcol e stili di vita. Perché la prevenzione è la chiave per una vita e una vecchiaia in salute".

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Palliative domiciliari poco diffuse

Sono 300 mila gli italiani che necessitano di cure palliative. Ma solo un malato su 5 (il 20 per cento) viene trattato a domicilio; il restante 80 per cento muore in hospice o in ospedale, oppure tra le mura domestiche, ma senza un'assistenza adeguata.

Per promuovere le cure palliative a casa, scendono in campo i medici di famiglia della Simg (Società italiana di medicina generale), insieme agli specialisti della Sicp (Società italiana di cure palliative). Invertire la tendenza attuale è possibile, assicurano in coro.

Si può e conviene, perché curare un malato terminale a domicilio costerebbe al Ssn 60-80 euro al giorno, contro 200-250 euro in hospice e ben 350 euro in ospedale. Attore protagonista delle cure palliative in casa è proprio il medico di famiglia, la cui competenza in materia di terapie di fine vita viene promossa da un sondaggio condotto all'interno di un progetto Simg-Sicp, e presentato ieri a Milano.

"L'indagine ha raggiunto telefonicamente 1.489 medici di famiglia scelti a campione in 10 regioni italiane - spiega Pierangelo Lora Aprile, responsabile nazionale Simg per l'Area cure palliative e medicina del dolore - Il tasso di risposta è stato altissimo (88 per cento)", e i risultati sono in gran parte "confortanti".

Il 40 per cento degli intervistati conosce gli obiettivi primari delle cure palliative, il 60 per cento sostiene la necessità di un piano di cura individuale e il 92 per cento sa, in linea con le direttive Oms, che non esistono limiti alla dose massima di morfina. Soprattutto, il 93 per cento si dice pronto a gestire un malato terminale a domicilio.

A patto però di essere affiancato da un'equipe ad hoc che comprenda l'esperto palliativista, l'infermiere professionale ed eventualmente lo psicologo. Sulla preparazione dei camici bianchi di famiglia in fatto di cure palliative c'è tuttavia un neo: "Il 30 per cento le confonde ancora con le terapie antidolore - dice Lora Aprile - cruciali, ma solo il primo passo di un approccio globale".

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Governo affronti carenza MMG

"A partire dal 2015 si andrà incontro ad una carenza di medici di famiglia. Un problema nazionale che non va affrontato né dalle università né dalle Regioni, bensì dal Governo.

Attraverso un piano razionale che contempli l'aumento degli accessi alle scuole di formazione. Senza lanciarsi però in percentuali approssimative".

Parola di Giacomo Milillo , segretario generale della Fimmg (Federazione italiana dei medici di medicina generale), che commenta così il sondaggio pubblicato ieri e dal quale è emerso che circa il 70 per cento dei camici bianchi italiani è favorevole all'aumento del 30 per cento del numero dei medici di famiglia da ammettere alle scuole di formazione.

"E' necessaria - spiega Milillo all'ADNKRONOS SALUTE - una programmazione mirata e aggiornata di anno in anno. Altrimenti si rischiano 'strappi', vale a dire o un sovrannumero o un deficit eccessivo di professionisti".

Per il numero uno della Fimmg la valutazione va fatta tenendo conto di due parametri fondamentali, legati alle classi di età: "Quella di pensionamento e quella necessaria per l'ingresso nel mondo del lavoro".

Secondo Milillo, l'aumento seppur immediato del numero degli accessi alle scuole di formazione di medicina generale non risolverebbe comunque il problema per il 2015: primo anno in cui dovrebbe avvertirsi il buco nell'organico. "Per quella data - conclude - la carenza dell'organico dovrebbe assestarsi intorno al 20 per cento".

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Entro l'anno la bozza sui costi standard

Potrebbe arrivare "tra 15 giorni, o un mese al massimo" all'esame delle Regioni la bozza "del modello complesso di costi standard" su cui sta lavorando il Governo per la riforma, e il contenimento, della spesa sanitaria

Lo ha anticipato ieri il sottosegretario al Welfare Ferruccio Fazio, intervenendo al convegno 'Linee strategiche per una nuova politica sanitaria', alla Camera dei deputati a Roma. Un appuntamento organizzato da Federanziani, che nell'occasione ha presentato il suo volume Sic-Sanità in cifre 2008.

"Dobbiamo - rivela Fazio - portare i criteri in discussione, e ancora non definitivi, al più presto alle Regioni con cui dobbiamo definire il nuovo patto per la salute. Stiamo lavorando - assicura - su ipotesi più complesse rispetto a quelle precedentemente avanzate. Sono molto ottimista". Da mesi il Governo, e il ministro del Welfare Maurizio Sacconi in testa, sta ripetendo che l'intenzione è quella di definire costi standard per mettere a regime la spesa sanitaria italiana.

E renderla uniforme sul territorio nazionale, oltre che sotto controllo. In un primo momento i costi presi a riferimento, aveva spiegato Sacconi, dovevano prendere a riferimento quelli applicati dalle Regioni considerate più virtuose: Veneto e Lombardia.

Il concetto però, spiega ora Fazio, "era volutamente grezzo. Utile a mostrare la direzione verso cui procedere. Dunque solo prime approssimazioni". Le nuove ipotesi, suscettibili di ulteriori cambiamenti prima di essere consegnate alle Regioni, prevedono una "correzione dei costi standard sulla base di sei parametri tra cui età, appropriatezza, inadeguatezza, complessità delle cure e dei Drg (i rimborsi a prestazione).

Parametri - continua il sottosegretario - che ci consentono di vedere come attualmente le Regioni che hanno Drg poco complessi e ospedalizzazioni inappropriate, possano diventare più virtuose". L'obiettivo dichiarato è quello di "mettere a sistema tutto il meccanismo. I parametri - conclude - alla fine potrebbero essere sei o anche più".

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02 dicembre 2008

Basta lavorare gratis

E' questo lo slogan di un'iniziativa organizzata dalla Federazione veterinari e medici (Fvm), che si scaglia contro l'abitudine di 'sfruttare' i medici dipendenti del Servizio sanitario nazionale (Ssn) facendo accumulare loro ore di attività in più, senza che siano pagate o che sia consentito di recuperarle entro il mese successivo, come prevede la legge.

"Ci sono camici bianchi che accumulano anche 500 ore in più al mese e in pratica non le recuperano mai. Invitiamo i nostri soci a segnalarci le loro situazioni, perché è ora di interrompere questa prassi".

A dirlo è stato Francesco Medici, vicepresidente di Fvm, ieri a Roma durante una conferenza stampa. "Le piante organiche carenti - spiega Medici - sono ormai un problema evidente: il nostro orario dovrebbe essere di 34,5 ore settimanali, ma l'assenza di personale ci costringe a lavorare di più e a vedere conteggiate le ore svolte in più come 'recupero ore'. Ma sappiamo che non saranno mai recuperabili.

Questo è un modo truffaldino di sfruttare i dipendenti e proponiamo dunque ai nostri iscritti, sia come azione risarcitoria che moralizzatrice delle aziende sanitarie, di segnalarci i loro problemi.

Riceveranno un'istanza da far valere come diffida e tentativo obbligatorio di conciliazione. E se l'azienda non dovesse provvedere al pagamento, sarà predisposto ricorso al giudice del lavoro".

Potrebbe svolgersi sotto forma di 'class action', invece, ma solo se sarà consentito il ricorso contro enti pubblici dalla normativa attualmente in discussione, la vertenza dei medici specializzandi fra il 1982 e il 1991 che "sono ancora in attesa dell'adeguata remunerazione fissata dalla direttiva comunitaria europea 76 dell'82", aggiunge Medici.

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Definire ruolo infermieri e puericultrici

Definire ruolo e funzioni delle figure sanitarie di supporto all'assistenza infermieristica: infermieri generici, puericultrici, operatori socio sanitari. "Lavoratori ormai privati della giusta considerazione e della dignità professionale".

A chiederlo è Rdb-Cub sanità, il sindacato di base che sul tema ha in programma domani un incontro con i vertici del ministero della Salute.

"Abbiamo registrato - sottolinea in una nota Sabino Venezia, del coordinamento nazionale Rdb-Cub - estrema sensibilità da parte delle direzioni generali, degli assessorati regionali e della conferenza delle Regioni riguardo alla necessità di intervenire a favore di questi lavoratori.

Adeguati percorsi formativi di qualificazione e di aggiornamento, giusta funzione professionale, nuovo inquadramento economico sono le parole chiave su cui la Rdb ha avviato il dibattito e mantenuti aperti i canali con le associazioni di categoria.

Su questi stessi temi ha deciso di provare nuovamente il confronto con il Governo, il quale, dopo le rassicurazioni di giugno, deve passare dalle parole ai fatti disegnando un vero percorso che collochi definitivamente queste categorie di personale nel sistema sanitario che quotidianamente contribuiscono a garantire", conclude Venezia.

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L'aborto non è un diritto

Non si può usare come contraccettivo. L'Onu dovrebbe ripensare le proprie politiche

L'aborto "non può essere considerato un diritto".

Così il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, ha commentato ieri la posizione di monsignor Celestino Migliore, osservatore della Santa Sede presso le Nazioni Unite, sulla discussione a cui sarà chiamata l'Assemblea generale dell'Onu per decidere se aggiungere l'aborto ai diritti universali dell'uomo.

"Penso al fatto che l'aborto è stato utilizzato in Paesi come India e Cina come mezzo di regolazione della natalità sulla pelle delle donne - ricorda la Roccella, a margine della presentazione oggi a Roma del Libro bianco sull'invalidità civile in Italia - Ma penso anche ai 180 milioni di donne sterilizzate nel mondo.

La sterilizzazione, l'aborto forzato e quello selettivo non possono essere usati come mezzo contraccettivo.

L'Onu - conclude la Roccella - dovrebbe riconsiderare le sue politiche del passato, e modularne di differenti sulla questione dell'aborto".

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01 dicembre 2008

Suicidio, le tendenze si prevedono dall'infanzia

Le bambine ansioso-distruttive ed i bambini distruttivi hanno maggiori probabilità di tentare il suicidio nella prima età adulta.

Il comportamento suicida, dunque, è un problema relativo allo sviluppo, almeno in alcuni soggetti.

Precedenti studi avevano già dimostrato che il tentativo di suicidio è connesso ad elevati livelli di questi atteggiamenti, ma è la prima volta che questa associazione viene dimostrata identificando traiettorie comportamentali infantili.

In mancanza di ulteriori ricerche, i programmi preventivi potrebbero trarre beneficio dal considerare le differenze fra i sessi nei marcatori della personalità già nell'età infantile.

(Arch Pediatr Adolesc Med. 2008: 162: 1015-21)

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Battaglia per fratelli Alaei

Una mozione bipartisan alla Camera dei deputati per chiedere la liberazione dei due scienziati iraniani, i fratelli Kamiar e Arash Alaei impegnati nella lotta all'Aids, detenuti da giugno. Chi sono i fratelli Alaei?

Si tratta di due medici iraniani, da anni impegnati nel loro Paese nella lotta all'Hiv e nella prevenzione della malattia. Il loro lavoro - secondo siti internet e stampa - deve però in qualche modo aver pestato i piedi al governo di Teheran, che li avrebbe per questo arrestati. La proposta arriva da Giuseppe Palumbo (PDL), presidente della Commissione Affari sociali di Montecitorio che ieri, nella Giornata mondiale per la lotta alla malattia, ha espresso solidarietà ai due ricercatori, raccogliendo l'appello lanciato da Adnkronos Salute. "Fare ciò che possiamo per la liberazione dei due scienziati è doveroso - spiega - ed è una questione che ci riguarda da vicino visto che, in quanto scienziati, queste persone lavorano per il bene del loro Paese ma anche per quello della comunità internazionale".

Per Palumbo "la nostra solidarietà da sola non basta" e per questo è utile un'iniziativa "parlamentare che possa essere portata avanti anche attraverso il ministero degli Esteri". Gli ha fatto eco il presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, Antonio Tomassini (PDL), che ha aderito all'appello promosso dall'ADNKRONOS SALUTE nella giornata mondiale contro l'Aids.

"Contro l'Aids - ha spiegato Tomassini - sono stati fatti molti passi avanti. Ma questo non ci deve far abbassare la guardia, soprattutto nei Paesi più diseredati, sia dal punto di vista economico sia per deficit di democrazia. Aree del mondo dove persone che vogliono solo comunicare la verità vengono private della libertà". Tomassini esprime la sua solidarità ai ricercatori perseguitati garantendo "impegno concreto".

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Ospedali a misura di donna

Identificare gli ospedali più all'avanguardia e pronti a rispondere alle esigenze delle donne, per facilitarle nella scelta di dove andare a curarsi. Questo l'obiettivo del progetto 'Ospedale donna' di Onda (Osservatorio nazionale sulla salute della donna), che ha pubblicato ieri il bando per la terza edizione, quella del 2009, rivolto alle strutture sanitarie che intendono ottenere i 'bollini rosa'.

Il bando è disponibile sul sito www.ondaosservatorio.it e deve essere compilato e inviato entro il 31 marzo all'indirizzo e-mail relazioniesterne@ondaosservatorio.it. Si tratta di un bando rinnovato e migliorato - informa una nota di Onda - grazie alla maggiore esperienza accumulata anche con le visite di verifica svolte quest'anno. A questo si aggiungono nuovi criteri di selezione, una griglia più severa per la classificazione degli ospedali, ma soprattutto una Commissione di valutazione integrata dalla presenza del sottosegretario al Welfare Francesca Martini.

Infine è stata prevista la possibilità di partecipare anche per circa 40 ospedali esteri di lingua italiana presenti in tutto il mondo (Argentina, Brasile, Paraguay, Perù, Uruguay, Canada, Egitto, Eritrea, Giordania, Israele, Marocco, Siria e Turchia). "Il progetto - spiega la presidente di Onda, Francesca Merzagora - non mira a premiare solo le strutture che già possiedono caratteristiche a misura di donna, ma a incentivare anche le altre ad adeguarsi nel tempo ai parametri definiti dall'Osservatorio. Alle strutture sanitarie che possiedono tali requisiti vengono assegnati bollini rosa che attestano il loro impegno nei confronti delle malattie femminili". I principali requisiti per ottenerli sono: la presenza di unità operative (da una a tre) che curano patologie femminili specifiche, la corretta applicazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) con particolare riferimento all'appropriatezza delle prestazioni, l'accreditamento e la certificazione per i requisiti alberghieri e strutturali.

Per ottenere due bollini rosa è necessario che il centro disponga poi di un Comitato etico con almeno tre componenti femminili, di più donne in posizione apicale, di caratteristiche multietniche, di personale infermieristico prevalentemente femminile e di servizi a misura di donna. Per ottenere il massimo del punteggio, tre bollini rosa - prosegue il comunicato - ai criteri precedenti si deve aggiungere la presenza di pubblicazioni scientifiche su patologie femminili, l'applicazione della normativa vigente sull'ospedale senza dolore e il controllo del dolore nel parto e l'analgesia ostetrica.

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Staminali neurali contro la SLA

Microiniezioni di cellule staminali neurali prelevate da feti abortiti, per restituire una speranza ai malati di Sla (sclerosi laterale amiotrofica), una patologia che colpisce circa 7 mila persone in Italia e porta alla distruzione dei motoneuroni. Un nemico contro il quale oggi non esistono cure. "Speriamo di avviare il primo trial italiano di fase

I entro il 2009. Già per aprile i protocolli dovrebbero essere pronti; attenderemo le necessarie autorizzazioni per iniziare a valutare la sicurezza di questo approccio sull'uomo, dopo i risultati positivi ottenuti sull'animale". Parola di Angelo Vescovi, scienziato dell'Università Milano-Bicocca e dell'Ospedale Niguarda del capoluogo lombardo, nonché direttore della Banca di Cellule staminali cerebrali di Terni, intervenuto ieri a Roma a un workshop organizzato dall'associazione Neurothon all'Istituto superiore di sanità. La sperimentazione coinvolgerà, oltre ai due centri milanesi, anche l'Università del Piemonte Orientale, la Banca delle staminali cerebrali di Terni e l'Università di Padova. "Siamo ottimisti - dice Vescovi - Il fatto di usare cellule adulte da feti abortiti dovrebbe evitare polemiche. Sono anni che studiamo queste staminali e non ho mai visto una cavia ammalarsi di tumore dopo il trapianto. Queste cellule hanno la capacità di integrarsi e presentano notevoli potenzialità, come sottolineano anche i colleghi stranieri che le stanno studiando".

I primi risultati del trial, che punta a stabilire la sicurezza di questo approccio e potrebbe essere una prima mondiale, "arriveranno nel 2010 - avverte Letizia Mazzini, neurologo del centro Sla dell'Università del Piemonte Orientale - e lo studio coinvolgerà circa 20 ricercatori in questa fase". Il progetto dovrebbe costare, alla fine, 2 milioni di euro.

"Ne abbiamo già spesi circa 1 mln 350 mila, di cui 300.000 sono andati via per colpa di ritardi e lungaggine burocratiche. Abbiamo un finanziamento garantito di 1 milione e 600.000 euro, per il resto sono sicuro che il denaro si troverà", aggiunge Vescovi. Il trapianto di cellule staminali dovrebbe essere eseguito a Terni, dice il ricercatore. "Una volta esposto il midollo spinale, con sottilissimi aghi eseguiremo iniezioni multiple di cellule su ciascun paziente. Dopodiché non resterà che restare a guardare e aspettare".

"La nostra sarà una sperimentazione chiara e limpida: non si tratta di una fuga in avanti, ma di un lavoro fatto secondo le regole. Per questo - sottolinea lo studioso - attenderemo tutte le necessarie autorizzazioni". Le cellule saranno prelevate "da feti frutto di aborto spontaneo, destinati altrimenti all'inceneritore. Basta un prelievo per ottenere le fiale necessarie alla sperimentazione su tutti i pazienti che saranno coinvolti nel trial".

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Pareggio di bilancio prima del Federalismo

"Il federalismo ha senso solo se in tempi brevi si portano tutte le Regioni in pareggio.

Un tempo ragionevole per me sono tre anni". Parola di Ferruccio Fazio, sottosegretario al Welfare, durante un convegno sul futuro della sanità lombarda organizzato dai dipartimenti nazionale e regionale sanità di Forza Italia, ha sottolineato che "il Governo deve essere aiutato dalle Regioni a mettere a regime il sistema.

Soprattutto per Lazio, Campania e Sicilia, che insieme raggiungono il 78% del disavanzo nella spesa sanitaria".

Se si raggiunge l'obiettivo di mettere a regime queste tre Regioni, conclude Fazio, "la Lombardia non dovrà avere paura, tra tre anni, di dover pagare anche per le Regioni non virtuose".

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Sistema ricerca da rifondare

"Non demonizziamo università ed enti. Se il sistema-ricerca non funziona in Italia, la colpa è anche del Paese, che ha voluto questa situazione per anni. Cominciamo a dire no al "posto a vita"istituendo controlli regolari ogni cinque anni per capire se si produce. Altrimenti si va casa"

La ricetta arriva da Angelo Vescovi, biologo cellulare dell'Università Milano-Bicocca e dell'Ospedale Niguarda del capoluogo lombardo, a margine dell'incontro organizzato ieri all'Istituto superiore di sanità di Roma per fare il punto sulle sperimentazioni di cellule staminali contro la Sla (sclerosi laterale amiotrofica).

Ricercatore con un passato da precario, "8 anni, di cui i primi 5 gratis", e da cervello in fuga, Vescovi è disincantato quando guarda il panorama italiano. "Da anni in ricerca si investono pochissimi fondi, la dispersione è enorme. E i soldi spesso arrivano anche 10 anni dopo la fine dello studio cui, in teoria, erano destinati", dice all'ADNKRONOS SALUTE.Non solo.

"I precari sono tanti, anche perché i posti nelle strutture pubbliche sono praticamente a vita: una volta dentro non esci più. Sono disponibilissimo a essere valutato ogni cinque anni con criteri meritocratici e, nel caso di fallimento, anche a essere mandato a casa. Con il sistema di oggi, infatti, le strutture invecchiano".

Insomma, il problema non è solo quello dei 'baroni', "che pure ci sono. E' che il sistema è stato costruito male. Dobbiamo aiutare a ricostruirlo in modo razionale", aggiunge lo studioso. "Servono fondi, sennò i cervelli se ne vanno - avverte quindi Vescovi, confessandosi ogni giorno un po' più pentito per essere rientrato - Ma siamo seri: con meno dell'1% del Pil alla ricerca non si può chiedere agli studiosi di far volare le astronavi".

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