Il burqa non rappresenta la libertà delle donne e Treviso non è la Mecca


(Roma) Ha fatto subito discutere, provocando accese polemiche la circolare del prefetto di Treviso che avrebbe autorizzato l'uso del burqa alle donne musulmane in Italia. Da destra e da sinistra numerose sono state le condanne per una decisione inaccettabile, che lascia perplessi/e, 'perché 'Qui non si tratta di portare avanti improbabili guerre di religione (Silvana Mura deputata di Idv) ma di riaffermare il principio delle pari opportunità  e dell'emancipazione delle donne che il burqa nega.
E' una questione di civiltà  prima che di legalità , sulla quale sarebbe grave capitolare, e per la quale riterrei di dovermi battere anche se il burqa fosse imposto dalla religione cattolica'.

E se la ministra della Famiglia Rosy Bindi (contraria all'uso del velo se espressione di una imposizione, ma se si tratta di una libera scelta perché espressione di una civiltà  diversa si dice d'accordo sul provvedimento), invita a riflettere prima di proibire il burqa con argomenti pretestuosi, un secco no, no, no ad autorizzare in Italia le donne di religione islamica ad indossare il burqa, arriva dalla ministra per i Diritti di e le Pari opportunità  Barbara Pollastrini, che si dice "sconcertata", "indignata".

'Come ho sempre detto, ritengo la copertura integrale del volto un'offesa alla dignità  delle donne. Dunque, sul burqa non può esistere alcuna ambiguità . "Nel nostro Paese - prosegue la Ministra - esiste la legge numero 152 del 1975 che, all'articolo 5, vieta di fare uso, in luogo pubblico, di una copertura totale del volto. Questa normativa va applicata con fermezza e saggezza.

E del resto, il Presidente del Consiglio Romano Prodi e il Ministro degli Interni Giuliano Amato sono sempre stati chiari in merito". "Altra cosa - conclude Barbara Pollastrini - è il velo, lo hijab o il chador. Anche se, nell'adottarlo, dovrebbe sempre essere chiara una scelta di libertà  e non una costrizione per le donne di religione islamica'. Compatte le donne del centrodestra nel chiedere al Ministro dell'Interno Giuliano Amato di prendere provvedimenti contro la decisione del prefetto.

Perché ' ricorda Carolina Lussana (Lega) nel nostro Paese è vietato andare in giro a volto coperto e quindi è vietato indossare il burqa". Se la ministra Pollastrini non è ipocrita, vada fino in fondo e chieda ad Amato di prendere provvedimenti contro il prefetto di Treviso. Perché due sono le cose: o non crede a quello che dice o il suo peso, e di conseguenza quello delle donne, all`interno della coalizione di governo, è veramente di scarsa rilevanza". A ricordare che ''E' inutile scomodare la religione e aprire dibattiti ideologici quando la stessa legge italiana vieta espressamente di coprire il volto in luogo pubblico rendendo così difficoltoso il riconoscimento della persona', sono Barbara Saltamartini (An), Alessandra Mussolini (As) e Jole Santelli (Fi).

Per Mussolini il Prefetto di Treviso ha sbagliato poiché ha messo sullo stesso piano libertà  religiosa e burqua, che al contrario meritano diverse attenzioni. La libertà  religiosa ha diritto di cittadinanza. Il burqa deve rispondere ad esigenze di ordine pubblico che in Italia prescindono dal credo religioso: e' vietato girare a viso coperto in luoghi pubblici' Si', quindi il burqua in Italia è un problema che non esiste semplicemente perché e' illegale". 'Com'è possibile che il prefetto di Treviso, scavalcando una legge dello Stato, abbia potuto autorizzare l'uso del burqua' .

Il Ministro dell'Interno aveva detto che era un'offesa alla dignità  delle donne, io ' aggiunge Mantelli - direi piuttosto che si tratta di un reato, è una questione di sicurezza. Mi aspetto quindi che Amato tralasci la filosofia e si impegni a far rispettare la legge visto che ordine pubblico e sicurezza, fino a prova contraria, sono ancora di sua competenza".

"Continuando così verrà  presto legittimato anche l'uso della cintura di castità '' afferma ironicamente Margherita Boniver (Fi), mentre per Michaela Biancofiore (Fi), non bisogna dimenticare che ''Il tema è complicato, ma si riassume in poche righe: paese che vai usanza che trovi. Ergo, indossare il burqa in Italia è reato, e chiunque si copra il volto viola esplicite norme sulla sicurezza e sul riconoscimento delle persone in luoghi pubblici. A ciò si aggiunge un discorso più complesso sulla rispettabilità .

Se il velo che copre i capelli resta una scelta personale, e rappresenta un aspetto della fede islamica, così come il turbante dei sikh, la croce dei cristiani e la stella di Davide per gli ebrei, il burqa è una prigione mobile, la forma di fede più estremista, che offende la dignità  della donna'.

Ad accusare Bindi di offesa alle donne e alla loro dignità  è la vicepresidente dei deputati di Forza Italia, Isabella Bertolini. "Come può - chiede - la candidata alla segreteria del Partito Democratico arrivare ad equiparare il crocifisso al burqa' Il velo integrale non è il frutto di una libera scelta operata dalla donna ma quasi sempre un'imposizione e deve essere vietato senza se e senza ma". Ma il prefetto di Treviso 'si è attenuto alla legalità  ed al buon senso' ribatte la vicepresidente dei deputati Verdi, Luana Zanella, secondo la quale "il dialogo con le altre culture non si può fare imponendo abitudini e comportamenti: non si può chiedere un confronto alle donne che indossano il burqa costringendole a levarselo".

Un'affermazione ' questa di Zanella ' che non trova però d'accordo la senatrice e coordinatrice nazionale delle Donne Ds, Vittoria Franco, convinta che 'La decisione del Prefetto di Treviso è sbagliata e illegittima' perché la legge vieta la circolazione a viso coperto, al di là  della disponibilità  individuale ad essere identificati. Sbagliata, perché anche la libertà  religiosa ha un limite quando è in gioco la dignità  della persona umana. E il burqa viola tale principio e offende la dignità  della donna. E' triste constatare che vi sia chi non vede questo.

E' il segno - per Franco - che nel nostro Paese è ancora lunga la strada di un'integrazione basata sul rispetto reciproco delle culture di chi accoglie e di chi viene accolto". "Mi pare difficile che il burqa, indossato in Italia, sia segno di una libera scelta di quelle donne aggiunge ancora Marina Sereni, vicepresidente dell'Ulivo. "Non ho mai condiviso le campagne, di tipo ideologico, contro il velo e contro le tradizioni dei Paesi che non sono il nostro", spiega Sereni, "ritengo che la situazione sia ben più complessa e che bisogna discutere con le donne di fede islamica tenendo conto - conclude - delle loro opinioni e della loro storia che dobbiamo rispettare".

A chiedere la modifica della legge sull'ordine pubblico del 1975, la cosiddetta Legge Reale, che, insieme ad una serie di circolari ad essa seguite generano confusione, incertezza e paura' è la senatrice dell'Ulivo Emanuela Baio, che in un comunicato spiega: "La modifica di quella legge serve all'Italia di oggi che deve essere aperta all'integrazione unendo due esigenze: rispettare i simboli religiosi e culturali e tutelare la sicurezza della persona e della comunità . Nessuno vuol vietare l'uso di simboli se liberamente scelti dalle donne di religione musulmana.

Anzi, la premessa dell'integrazione vera è il rispetto assoluto per le diversità . Tuttavia se portare il velo è sinonimo di rispetto di culture e religioni diverse, coprire integralmente il volto e il capo è e continuerà  ad essere vietato perché - conclude Baio - significa nascondere la propria identità  anche precludendosi una serie di diritti che lo Stato riconosce e garantisce a tutti".

"Il burqa è il simbolo dell'annichilimento del corpo femminile nello spazio pubblico, è l'affermazione dell'inesistenza sociale delle donne, frutto di una concezione fondamentalista della manifestazione della religione', affermano infine Emilia De Biasi e Maria Paola Merloni, dell'Ulivo. "Indossare il burqa - sottolineano in una dichiarazione comune - è cosa ben diversa dalla libera scelta di indossare il velo. Per costruire una società  della convivenza occorrono ascolto e moderazione, ma soprattutto attitudine alla laicità  del dettato costituzionale, che non ammette disuguaglianze fra gli individui sulla base del sesso o della religione. Il burqa - per le due uliviste - rende manifesta la disuguaglianza delle donne che lo indossano rispetto agli altri cittadini del nostro paese".

"Costruire convivenza vuol dire inoltre aggiornare la legislazione ai tempi nuovi e, nel contempo, mantenere viva la garanzia di sicurezza dei cittadini. Ma sappiamo che le leggi non bastano, perchè serve una cultura aperta, e la moderazione delle norme in relazione alle diverse tradizioni. E tuttavia non vogliamo essere indifferenti: non possiamo guardare da un'altra parte quando si viola il diritto umano di essere persona riconoscibile per le altre persone, che è poi il diritto alla libertà "

Pagina pubblicata il 10 ottobre 2007

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