Donne famose nella storia ed i loro meno famosi aborti


Prima che l'aborto divenisse legale in America, le donne dovevano far ricorso a procedure illegali , comprese molte celebrità, le immagini delle quali, sempre protette con cura, sarebbero state minacciate qualora il pubblico ne fosse venuto a conoscenza.

Prima del Roe vs Wade (*) le donne americane abortivano comunque, e la stragrande maggioranza non ne parlava pubblicamente.

Durante il periodo d'oro di Hollywood, era pratica comune proibire alle Star di genere femminile di mettere al mondo figli (se non addirittura di sposarsi senza il permesso della produzione). Ma fino al 1972, finchè la contraccezione non fu cioè ufficialmente disponibile dal punto di vista legale a persone non sposate, l'aborto illegale era pratica estremamente usuale presso queste persone ricche famose e pesantemente controllate.

Gloria Swanson, Jane Russell, Joan Crawford e molte altre abortirono clandestinamente, ben sapendo che una carriera con un figlio non sarebbe stata una carriera completa: era previsto che le Star girassero dai sei agli otto film l'anno, il che non lasciava spazio per una gravidanza.

Persino attrici che avrebbero desiderato avere figli nell'ambito del proprio matrimonio, scelsero di o vennero convinte ad interrompere la gravidanza; come sottolinea Jane Ellen Waine nel suo libro "Le Golden Girl della Metro Goldwin Mayer", "sposate o no, le ragazze della MGM mantennero la loro immagine casta.

"Quando Judy Garland rimase incinta del suo primo marito David Rose, per esempio, sua madre complottò con la casa cinematografica per organizzare un aborto. Costretta dalla madre e dalla potente casa cinematografica che controllava la sua carriera, la Garland non ebbe diritto di scelta."

Negli anni successivi alcune donne di quell'epoca si sono confidante raccontando le proprie esperienze. Nella sua autobiografia, la vincitrice dei quattro premi EGOT (**) Rita Moreno racconta di aver avuto un aborto all'età di 23 anni, quando rimase incinta da un amante che non volle sposarla.

L'uomo era Marlon Brando."Fu un colpo per me, il fatto che Marlon decise immediatamente per l'aborto", scrive Rita Moreno. Lei decise di abortire, disse più tardi, in parte perché non voleva che il figlio crescesse senza amore, in parte perché la sua carriera ne sarebbe stata distrutta.

"Ricordate Ingrid Bergman?", si chiede Moreno nel suo libro "La scelta che abbiamo fatto", una raccolta di storie di aborti pubblicata da Angela Bonavoglia, riferendosi alla storia col regista Roberto Rossellini, che si concluse con una gravidanza e con la sua denuncia di fronte al Senato come "strumento del male".

La Moreno utilizza questa storia a mò di esempio di come i figli illegittimi fossero percepiti negli anni 50. "Venne messa al bando, Andò a vivere in Italia.

Non fece film per anni. Ed era una grande stella. Quindi se a lei era successo questo, cosa sarebbe accaduto a me e alle altre, se fossimo rimaste incinta?" Rita Moreno sentiva che c'era anche una componente di discriminazione razziale nel modo in cui il pubblico la percepiva. "Il fatto che io fossi portoricana peggiorava la situazione, perché si pensa che i portoricani abbiano una forte carica sessuale, siano gente volgare...Opinione che col tempo non è cambiata un granchè."

Il medico che eseguì l'aborto su Rita Moreno lasciò pezzi di tessuto fetale nell'utero, che provocarono un copioso sanguinamento (il Boston Women's Health Collective dichiara che, prima che l'aborto fosse legale, morissero più di 5000 donne l'anno per interventi eseguiti non in sicurezza). Rita Moreno venne ricoverata al Cedar Sinai Hospital e sopravvisse, ma i dottori dissero che avrebbe potuto morire.

L'attrice Polly Bergen perse sangue per giorni dopo il suo aborto illegale, e lo stigma sociale le fece credere che le sue sofferenze fossero giustificate.

"Sono certa che una parte di me pensava che avrei dovuto morire", scrive nel libro di Bonavoglia, "Avevo fatto questa cosa terribile: avuto rapporti sessuali ed ero rimasta incinta. L'aborto si aggiunse a questo, ma non fu quella la cosa terribile".

In questo Bergen non fu sola: negli anni in cui l'aborto era proibito ed il parlarne stesso era un tabù, molte donne si dibattevano con i sensi di colpa che ruotavano attorno all'intervento.

Nel 1922 Dorothy Parker iniziò a frequentare Charlie MacArthur, che era conosciuto in città come un libertino di prima categoria. Stando al racconto della biografa Marion Meade, Dorothy scoprì che MacArthur la stava imbrogliando più o meno nello stesso periodo in cui si accorse di essere incinta.

Dorothy aveva sempre desiderato bambini, ma questa non era certo la situazione ideale. A quattro mesi e mezzo decise di abortire. Nel libro "Bobbed Hair and Bathtube Gin: Writers Running Wild in the Twenties", il medico che la fece abortire si dice certo che lei "diede uno sguardo al feto". A quanto si disse, la Parker rimase colpita ossessivamente dalle bianche manine del feto, e chiedeva a chiunque di poterne parlare. Le pressioni sociali l'avevano obbligata ad abortire un bambino che aveva desiderato, ed ora il medico che aveva portato a termine l'intervento la faceva sentire in colpa per questo. Poco tempo dopo, fece il suo primo tentativo di suicidio.

Ernest Hemingway, al quale la Parker non piaceva perché non era amante delle corride, si prese gioco sia del suo aborto che del suo tentativo di suicidio in un poemetto satirico, dal titolo "Dedicato alla poetessa tragica: Nulla nella sua vita le si addiceva come il suo quasi abbandonarla". Quello che importa ora è che Hemingway includa riferimenti al tentativo di suicidio della Parker (che lui credeva di tipo dimostrativo), al suo aborto (e le bianche manine), e le "chiappe ebree" del suo "grasso culo". Dato che la Parker aveva parlato apertamente del suo aborto, scrivendo storie che facevano riferimento ad esso esprimendo la propria opinione di "aver messo tutte le sue uova in un solo bastardo" (***), veniva per questo presa in giro.

Debbie Reynolds, al contrario, rimase traumatizzata dall'aver rifiutato un aborto. Nel 1962, restò incinta del suo terzo figlio, quando si accorse che c'era qualcosa che non andava: "Non provavo alcun dolore", scrive nella sua autobiografia, "Debbie". "il bambino però era sceso di tre pollici, la mia pancia era calata ed era diventata all'improvviso molle. Non si apprezzavano movimenti".

I medici in seguito confermarono che il feto era morto. Ma essendo al suo terzo trimestre di gestazione, la Reynolds non avrebbe potuto rimuoverlo legalmente. Fu quindi costretta a portare il feto morto dentro di sè per due mesi ancora e a far nascere un bambino morto. "La gente guardandomi, diceva: 'Hai un aspetto favoloso! Che nome hai scelto per il nascituro?' - scrive - "E io rispondevo 'Bene, ancora non lo so'". Abortì spontaneamente nello stesso modo, due anni dopo, ma lei insisteva nel dire che le era costato di più portare in grembo fino al termine di una gravidanza fallita un feto morto che abortire. I suoi dottori erano del suo stesso parere, anche se avrebbero potuto essere incriminati per questo.

Nel 1971, la filosofa Simone de Beauvoir scrisse il "Manifesto delle 343", un documento firmato da 343 donne, ognuna delle quali dichiarava di aver abortito illegalmente in Francia. E' questo uno dei primi esempi di donne che narrano le storie del proprio aborto come atto politico esplicito. Tra le firmatarie c'erano la stessa de Beauvoir, Catherine Deneuve, Francoise Sagan e tutte le amanti di Sartre.

Il manifesto dichiara: "Esigere l'aborto libero non è il massimo obiettivo per la condizione critica femminile. Al contrario, è piuttosto la più elementare necessità, senza la quale la lotta politica non può dirsi neppure iniziata."

Charlie Hebdo chiamò le 343 firmatarie le "343 Salopes" (Salopes grosso modo si traduce con "puttane", e ancora oggi ci si riferisce alle 343 firmatarie chiamandole "le 343 puttane").

Queste puttane contribuirono alla legalizzazione dell'aborto in Francia, nel 1975.

Stimolato dalle 343, Ms. Magazine nel 1972 (una pubblicazione liberal-femminista americana, ndt) incluse nel suo primo numero una petizione, dal titolo "Noi abbiamo abortito", che venne sottoscritta da donne come Nora Ephron, Anais Nin, Billie Jean King.

Un anno più tardi, Roe vs Wade (*) rese legale l'aborto in ogni stato

(*) Roe contro Wade (Roe vs. Wade) è una contestata sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 1973 che rappresenta uno dei principali precedenti riguardo alla legislazione sull'aborto. Prima di tale sentenza, l'aborto era disciplinato da ciascuno stato dell'unione, con legge propria. In almeno 30 Stati era previsto come reato di common law cioè non poteva essere praticato in nessun caso. In 13 Stati era legale nei seguenti casi: pericolo per la donna, stupro, incesto o malformazioni fetali. In 3 Stati era legale solo in caso di stupro e di pericolo per la donna. Solo in 4 Stati unico requisito legale era la richiesta della donna

(**) i 4 principali premi annuali statunitensi dedicati all'intrattenimento: Emmy, Grammy,Oscar e Tony

(***) di aver concentrato tutte le sue energie su di un unico scopo, frase idiomatica "put all your eggs in one basket", usando ironicamente bastard al posto di basket

di Bethy Squires

Fonte: Broadly.com

Traduzione di Marina Del Monte

5 ottobre 2016

 

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