Vitadidonna News

Le News di Vitadidonna.it Salute e benessere, politica e diritti

26 aprile 2010

Glaxo, sindacati chiedono incontro con Zaia

I lavoratori della Glaxo di Verona venerdì hanno manifestato contro l'ipotesi di chiusura del centro ricerche della multinazionale farmaceutica che ha sede nella città scaligera. 
 
I ricercatori e le rappresentanze sindacali, dopo aver incontrato il prefetto di Verona, Perla Stancari, hanno chiesto un incontro con il neopresidente del Veneto, Luca Zaia, in modo che l'ipotesi di varare, proprio all'ombra dell'Arena, al posto del Centro Ricerche, un parco scientifico tecnologico possa trovare concreta applicazione. 
 
I sindacati rimarcano come da parte dell'azienda non vi sarebbe disponibilità nell'avviare un vero confronto.

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21 aprile 2010

Malattie cardiache prima causa di morte in Italia

In Italia le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte. Il loro impatto, in termini di mortalità e sui ricoveri ospedalieri, si mantiene elevato e rimane il primo problema di sanità pubblica, nonostante l'enorme disomogeneità tra la Regioni. 
È quanto emerge da un capitolo di "I centri cardiovascolari", prima di una serie di pubblicazioni volute dal ministro della Salute, Ferruccio Fazio, per promuovere un processo di armonizzazione nella definizione di linee guida per la riorganizzazione dell'assistenza e della prevenzione. 
La 'collana' dei libri ha per titolo "I quaderni del ministero della Salute". Il ministero cita dati dell'Istat, dell'Istituto superiore di sanità (Iss) e dell'Osservatorio epidemiologico cardiovascolare, dai quali si evince che i maggiori sforzi, in futuro, dovranno essere orientati verso la prevenzione cardiovascolare globale al Sud e nelle Isole, mentre al Centro-Nord la tendenza decrescente dei tassi di mortalità sottolinea il grande impatto degli interventi preventivi, rivolti sia ai soggetti ad alto rischio che all'intera popolazione. 
A causa dell'aumento della popolazione anziana - si legge - lo scompenso cardiaco è una patologia sempre più rilevante dal punto di vista epidemiologico, e poiché questa tendenza demografica è destinata a proseguire, è realistico pensare all'ulteriore incremento di queste patologie.

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08 aprile 2010

Hpv insidia anche per gli uomini

Papillomavirus umano (Hpv), un nemico non solo delle donne: oltre che del cancro al collo dell'utero, è infatti causa di forme tumorali che interessano altri organi dell'area genitale, anche maschile. «Quello che oggi possiamo affermare - spiega Carlo Liverani, ginecologo oncologo alla Clinica Mangiagalli di Milano, in una nota diffusa in occasione della quarta edizione del Congresso europeo di Virologia, in corso in questi giorni a Cernobbio - è che l'Hpv è responsabile di quasi tutti i carcinomi dell'ano e di quasi la metà di quelli del pene, di alcuni tumori di testa e collo, oltre alla quasi totalità delle condilomatosi floride anogenitali, malattie benigne, ma gravate da notevole morbilità, ansia e costi economici molto elevati. Negli studi clinici i ragazzi dai 10 ai 15 anni hanno dimostrato una risposta immunitaria al vaccino Hpv simile a quella delle ragazze, supportando così l'efficacia del vaccino nei maschi».

«Per limitare drasticamente la circolazione di questo virus - prosegue l'esperto - il fine da portare avanti è una strategia vaccinale che non si rivolga solo alle donne, ma che interessi anche gli uomini. Lo scopo della vaccinazione profilattica anti-Hpv dovrebbe essere quello di ridurre l'incidenza di tutte le patologie genitali Hpv-correlate, compresi i tumori e le lesioni pre-neoplastiche di cervice, vagina, vulva, ano e pene. Inoltre, per le pazienti che ricevono il vaccino quadrivalente, ci si attende una riduzione dell'incidenza dei condilomi genitali». 
 
Un esempio pratico arriva dall'Austria dove, già da tempo, viene raccomandata anche la vaccinazione dei ragazzi all'interno del programma di prevenzione anti-Hpv. «La vaccinazione nei ragazzi - spiega Elmar Joura, professore associato presso la Divisione di Ginecologia e Ostetricia dell'università di Vienna - può effettivamente ridurre il tasso di condilomatosi negli uomini e probabilmente in futuro ridurrà anche il tasso di altri tumori Hpv-correlati nel tratto genitale e orofaringeo. Vaccinare entrambi i sessi interromperà la trasmissione del virus con più efficacia e potrà aumentare l'adesione ai programmi vaccinali».

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30 marzo 2010

Adolescenti, 55% compie azioni pericolose

Acrobazie col motorino, attraversamenti di autostrade a piedi e chi più ne ha più ne metta. Il 55% degli adolescenti in generale e il 61% dei teenager maschi compie deliberatamente azioni che sa essere pericolose e fonte di rischio. Il fenomeno è in costante crescita e le percentuali sono più alte fra i ragazzi che guardano molta televisione (più di 3 ore al giorno) e subiscono il fascino dei comportamenti spericolati che vedono mettere in pratica dai loro eroi televisivi. A riportare i dati è una nota della Società italiana di medicina dell'adolescenza. La notizia comparsa sulla stampa sui 13 ragazzi tra i 14 e i 16 anni intenti a 'giocare ad attraversare l'autostrada' per filmare l'impresa con i videotelefonini, «è solo l'ultimo degli sconcertanti episodi che evidenziano il proliferare di comportamenti a rischio da parte degli adolescenti», commenta Silvano Bertelloni, presidente della società scientifica.

Lo confermano i dati dell'indagine su abitudini e stili di vita degli adolescenti realizzata dalla Società italiana di pediatria, con cui collabora la Società italiana di medicina dell'adolescenza. «Filmare, rivedere in compagnia e, perché no, pubblicare su YouTube - afferma Maurizio Tucci, curatore dell'indagine - è un ulteriore incentivo per gli adolescenti a compiere imprese a rischio, in una sorta di 'televisionizzazione' della realtà, per cui qualcosa esiste e ha credito solo se ci sono immagini a descriverla. L'uso borderline del telefonino, oggi una vera e propria stazione multimediale, è sempre più diffuso tra gli adolescenti anche all'interno della sfera affettiva e sessuale con conseguenze spesso gravi: ricatti, commercio, delazioni». 
 
«La scuola e la famiglia - sostiene Bertelloni - sono certamente i soggetti che per primi devono cercare di prevenire o correggere questi atteggiamenti che, oltre a esporre gli adolescenti a rischi, rispondono a un sistema dai valori certamente non condivisibili. Sarebbe molto grave se fosse vero quanto riferito dalla stampa nel caso specifico, e cioè che alcuni genitori avrebbero difeso i figli contestando la decisione delle forze dell'Ordine di informare il Tribunale dei minori. Da parte nostra - conclude Bertelloni - c'è la consapevolezza di dover essere sempre di più un sostegno per le famiglie e un interlocutore diretto per gli adolescenti».

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Ispesl, stress da lavoro per 40 mln di europei

Lo stress da lavoro, la causa di malattia riferita più frequentemente dai lavoratori, colpisce oltre 40 milioni di persone nell'Unione europea, ovvero il 22% della popolazione attiva. E il problema è anche economico. Lo stress è sotto accusa anche per il 50-60% di tutte le giornate lavorative perse, a seconda degli studi. Mentre il costo di questo problema sanitario ammonta a 20 milioni di euro annui, per perdita di lavoro e per spese sanitarie. Sono dati indicati dall'Ispesl (Istituto superiore prevenzione e sicurezza sul lavoro), che in collaborazione con l'Agenzia europea per la sicurezza e salute sul lavoro ha organizzato la nona Conferenza europea dell'Accademia della psicologia del lavoro. 
 
Tre diversi momenti di incontro - da ieri al 31 marzo a Roma, presso la Pontificia Università Urbaniana - per riflettere sulla gestione dei rischi psicosociali in Italia e in Europa. Molti i dati che indicano il peso del problema a livello sanitario ed economico. Secondo uno studio dell"European Heart Journal', è stato stimato che solo il trattamento sanitario del disturbo depressivo collegato allo stress incide direttamente sull'economia europea con un dispendio pari a 44 miliardi di euro e indirettamente, in termini di calo di produttività, con una perdita pari a 77 miliardi di euro. 
 
L'Ispesl sottolinea che i grandi cambiamenti nel mondo del lavoro, a partire dell'introduzione di nuove tecnologie fino alla diffusione di nuove forme contrattuali flessibili, oltre a portare un profondo mutamento dell'organizzazione del lavoro, hanno introdotto anche nuovi rischi lavorativi. Le cause dello stress - precisa l'Istituto in una nota - sono da attribuire a uno squilibrio percepito tra gli impegni che l'ambiente fisico e sociale impone di fronteggiare e la propria capacità (percepita) di affrontarli. Quando si sperimenta una condizione di questo tipo nella realtà lavorativa si parla di stress lavoro-correlato. 
 
La ricerca nel settore ha mostrato che le cause dello stress da lavoro sono molteplici, ma riconducibili principalmente alla tipologia di professione, all'organizzazione del lavoro e al modo in cui sono gestite le risorse umane nel contesto lavorativo.

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19 marzo 2010

Cnb su 3D, bene richiamo ministro su precauzioni

«Bene ha fatto il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, a richiamare l'attenzione sull'uso degli occhiali 3D, consigliando elementari accorgimenti precauzionali, soprattutto sul piano dell'igiene». Lo sottolinea Luca Marini, docente di diritto internazionale alla Sapienza di Roma e vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica (Cnb), commentando la circolare con cui il ministero getta le basi per disciplinare l'uso degli occhiali 3D. «Altro problema - nota - è quello delle varie tecnologie utilizzate per la visione in 3D e degli eventuali effetti avversi collegati. Occorrerebbe, pertanto, attendere la disponibilità di evidenze scientifiche chiare e fondate, prima di decidere sull'immissione in commercio di tecnologie e prodotti potenzialmente rischiosi per la salute e l'ambiente. 
 
Questo è vero per gli occhiali 3D, ma anche per gli Ogm o i prodotti chimici: in tutti i casi - sottolinea Marini - occorrerebbe applicare il principio di precauzione, che impone l'approfondimento della ricerca scientifica a monte delle applicazioni commerciali». «Purtroppo, il principio viene regolarmente disatteso, per il semplice motivo che le pressioni commerciali e di mercato tendono a prevalere su ogni altra considerazione, anche legata alla tutela della salute e dell'ambiente. Sono curioso - conclude Marini - di vedere se appropriate misure precauzionali saranno adottate anche quando si aprirà il mercato degli occhiali 3D per le visioni domestiche, e gli utenti interessati saranno, in Italia, decine di milioni».

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18 marzo 2010

Chimica pericolosa solo se usata male

«Non è la chimica» a creare i problemi di sensibilizzazione multipla descritti ieri a Roma dai pazienti dell'Amica (Associazione malattie da intossicazione cronica o ambientale). «Il problema è infatti nel cattivo e scorretto uso di sostanza e prodotti chimici, disegnati e studiati a scopo benefico».
Lo dice all'AdnKronos Salute Fernando Maurizi, segretario del Consiglio nazionale chimici ed esperto in igiene degli alimenti, commentando la notizia del provvedimento per riconoscere la sindrome anche in Italia. «Troppo spesso sostanze testate e studiate con uno scopo ben preciso vengono impiegate per tutt'altro, anche in modo illecito.
Ecco perché auspichiamo maggiori controlli e il rispetto delle regole, anche per evitare il proliferare di questi problemi», conclude Maurizi.

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Sindrome da intossicazione chimica per 4.000 italiani

Per almeno 4 mila italiani il nemico si nasconde in shampoo, profumatori per ambienti, detersivi, materiali per edilizia, insetticidi, telefonini e Wi-Fi. Tanti sono i cittadini con una diagnosi di Sensibilità chimica multipla (Mcs), una sindrome immunotossica infiammatoria, simile per certi versi alle allergie - e molto spesso scambiata con questo problema - perché i sintomi appaiono e scompaiono, o si affievoliscono, con l'allontanamento della sostanza scatenante. 
 
Per queste persone le molecole chimiche nel mirino possono creare problemi anche in minime tracce. «Secondo stime internazionali il problema è più vasto: riguarderebbe infatti fino al 3% della popolazione», spiega Francesca Orlando, vicepresidente di Amica (Associazione per le malattia da intossicazione cronica o ambientale), costretta a indossare una mascherina anche ieri a Roma, nel corso di un incontro in Senato per fare il punto sulle condizioni dei malati nel nostro Paese. «Si tratta - ricorda la Orlando - di una sindrome non ancora riconosciuta in Italia». 
 
E proprio questo è l'obiettivo del disegno di legge 'Disposizioni in favore dei soggetti affetti da sensibilità chimica multipla', presentato a Palazzo Madama dal primo firmatario del provvedimento, il senatore Alberto Balboni (Pdl). «L'esposizione prolungata a sostanze chimiche - evidenzia Balboni - provoca un'intossicazione irreversibile. Un problema in aumento, che colpisce i bimbi, ma anche molti lavoratori. Spesso queste persone non vengono accettate, non trovano assistenza. 
 
Dobbiamo colmare questo vuoto». «All'estero, in Usa, Canada, Giappone, Germania e Austria la sensibilità chimica multipla è riconosciuta. Ma questo non accade ancora in Italia, dove solo quattro Regioni si sono pronunciate in senso positivo», sottolinea il presidente della Commissione sanità del Senato, Antonio Tomassini, fra i firmatari del testo.

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13 marzo 2010

Fazio conferma contrarietà italiana agli Ogm

«Al di là di quelle che sono le incertezze non ancora risolte sulla problematica degli Ogm, la posizione italiana è al momento negativa. E in questo senso ci siamo esposti anche a livello europeo. La nostra posizione è quella di favorire le produzioni autoctone e naturali. 
 
E in questo penso di rappresentare anche il pensiero del ministro dell' Agricoltura Luca Zaia». Così il ministro della Salute Ferruccio Fazio ha risposto a una domanda sul tema degli Ogm, dopo l'ok europeo di qualche giorno fa alla patata transgenica, parlando a margine della Quinta Conferenza Oms su Ambiente e Salute, che si è conclusa venerdì a Parma. 
 
Il ministro in tema di alimentazione ha appena firmato un protocollo per mettere a punto una serie di iniziative in materia di sicurezza alimentare, in vista dell'Expo 2015.

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Rischi ambientali, firmato a Parma accordo europeo

Ospedali e servizi sanitari più 'verdi', sistemi più efficaci di allerta rapida e di sorveglianza delle emergenze climatiche e sanitarie, politiche di contrasto ai cambiamenti climatici più attente alla salute e capaci di integrare al meglio le questioni ambientali e quelle sanitarie. Ma anche azioni concrete per contrastare i rischi ambientali sulla salute dei bambini, ridurre le diseguaglianze socio-economiche nella sanità oggi amplificate dalla crisi finanziaria, e investire in tecnologie sostenibili che rispettino l'ambiente e la salute. 
 
Questi alcuni punti della 'Dichiarazione di Parma', siglata venerdì dai ministri e rappresentanti dei 53 Stati membri della Regione Europea dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che si impegnano così a ridurre entro i prossimi 10 anni gli impatti dell'ambiente sulla salute. Il documento - approvato al termine della Quinta conferenza su Ambiente e Salute, organizzata nella città emiliana - assume dunque maggiore valore perché, per la prima volta, vengono fissate precise date di scadenza per il raggiungimento degli obiettivi. La dichiarazione, firmata venerdì dai ministri della Salute Ferruccio Fazio e dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, e dal direttore di Oms Europa Zsuzsanna Jakab, è costituita da due parti: la prima contiene l'impegno politico degli Stati «ad agire sulle grandi sfide dell'ambiente e della salute», la seconda riporta gli obiettivi prioritari con le date entro cui raggiungerli. 
 
«Abbiamo bisogno di una visione completamente nuova - ha detto Jakab - perché la politica sanitaria europea possa affrontare le più grandi sfide sanitarie della nostra regione. Questa conferenza ha aperto un nuovo interessante capitolo nella modalità con cui i governi europei lavoreranno sui temi di ambiente e salute, spingendo questi temi così strettamente correlati fra loro sempre più in alto nell'agenda politica».

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07 marzo 2010

Garattini, mi fido degli Ogm ma studi proseguano

I cibi geneticamente modificati? «Io non avrei problemi a consumarli, ma non per questo direi che bisogna terminare gli studi e accettare tutto. Certamente ci vuole sempre molta prudenza, sono cose nuove e vanno sorvegliate, ma il principio di precauzione ormai l'abbiamo esercitato per molti anni». Parola di Silvio Garattini, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, intervistato ieri nella rubrica 'La telefonata' di Maurizio Belpietro su Canale 5.
 
 Pur ritenendo «legittime» le preoccupazioni per i possibili effetti degli Ogm sulla salute dell'uomo, lo scienziato tiene a precisare che su questo fronte «sono stati fatti molti studi. E i prodotti che vengono ammessi hanno alle spalle una lunga storia», fatta anche di «esami tossicologici». Non solo. Non bisogna pensare, raccomanda il farmacologo, che se gli Ogm entrano nella catena alimentare si possano trasmettere all'uomo i geni introdotti in questi organismi 'ritoccati': «I cibi vengono demoliti nell'intestino», dove «anche le nuove proteine vengono scomposte in aminoacidi che sono sempre gli stessi» e che, una volta assunti dall'uomo, «nell'organismo si ricombineranno nelle solite proteine». Insomma, posto che «nessuno è obbligato» a consumare Ogm e che «chiunque potrà continuare a fare le sue scelte», per Garattini «si può essere sicuri. 
 
Comunque - osserva - indipendentemente dall'ingegneria genetica, quello che mangiamo oggi non è certo quello che mangiavamo 100 anni fa. Le condizioni cambiano» e coltivando i campi «l'uomo ha sempre cercato combinazioni utili a ottenere rese migliori». In conclusione, sugli Ogm «gli studi sono stati fatti e credo siano stati fatti in modo ragionevole. Certo che gli studi non finiscono mai - puntualizza lo scienziato - Devono continuare anche quando un prodotto viene commercializzato con regole ben precise». Un po' «come accade anche per i farmaci, che quando vengono messi in commercio non sono completamente studiati e hanno bisogno di continue valutazioni».

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04 marzo 2010

Sirm, body scanner più sicuri dei cellulari

«Stia tranquillo» chi teme ripercussioni sulla salute dall'uso di body scanner negli aeroporti. A tranquillizzare gli italiani mentre nello scalo di Fiumicino viene inaugurata la prima apparecchiatura 'anti-attentato' è il presidente della Società italiana di radiologia medica (Sirm) Alfredo Siani. «La tecnologia impiegata nell'aeroporto di Fiumicino, in particolare - spiega il numero uno della Sirm all'AdnKronos Salute - è la più sicura per la salute, poiché si basa su un sistema a onde radio». 
 
Se si temono comunque conseguenze negative sull'organismo, «per star tranquilli e frenare ogni timore basti pensare - suggerisce Siani - che l'esposizione alle onde durante il controllo è di 10 mila volte inferiore a quella derivante da una chiacchierata al cellulare». Nessun dubbio, dunque, «anche per bambini e donne in gravidanza - assicura il radiologo - mentre per queste due categorie qualche perplessità c'è per l'altra tipologia di body scanner, ovvero quello a raggi X». Anche in questo caso, comunque, l'esposizione a radiazioni per chi attraversa l'apparecchiatura è minima.
 
«La macchina infatti - sintetizza Siani - emette un quantitativo di raggi X equivalente a quelli assorbiti in due ore di volo transoceanico, ovvero ad alta quota». Gli italiani in procinto di essere 'spogliati' da un body scanner «possono star tranquilli», assicura pertanto il radiologo che, in veste di presidente della Sirm, nei mesi scorsi diede compito alla società scientifica da lui presieduta di stilare un documento sui possibili rischi, dopo che, a seguito del fallito attentato di Natale sul volo Amsterdam-Detroit della Delta Airlines, divampò la polemica su queste apparecchiature in procinto di approdare nei nostri aeroporti.

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Dal medico di famiglia 1 su 3 con dolore cronico

Negli ambulatori dei medici di famiglia quasi 1 paziente su tre soffre di dolore cronico. Il 27% degli assistiti soffre infatti di una malattia importante associata a dolore cronico: artrosi (20,45%), artrite reumatoide (0,85%) o tumori (6,07%). E' quanto emerge dall'indagine 'Il comportamento prescrittivo dei medici di medicina generale', promossa dalla Società italiana di medicina generale (Simg) con il supporto del Centro studi Mundipharma. Lo studio ha coinvolto 500 medici italiani, per un totale di 789.284 pazienti. «Il medico di famiglia - sottolinea in una nota Claudio Cricelli, presidente Simg - è dunque il primo interlocutore per la cura del dolore, uno dei fattori più importanti che condizionano la qualità di vita delle persone». Lo studio ha quindi analizzato le diverse scelte del medico per il trattamento del dolore. Secondo l'indagine, il 36,9% delle prescrizioni riguardano i Fans (farmaci anti-infiammatori non steroidei), il 9,5% analgesici oppiacei e il 3,9% il paracetamolo. «Dai risultati dello studio - si legge in una nota del Centro studi Mundipharma - emerge ancora una volta che la percentuale di prescrizioni degli oppioidi nel trattamento del dolore è molto contenuta in Italia: fatto che pone il nostro Paese in ritardo rispetto agli altri Paesi europei. Questo aspetto emerge anche dai nostri dati secondo i quali a settembre 2009 l'Italia si classificava ultima in Europa per spesa pro capite destinata agli oppioidi, con un valore pari a 0,83 euro, contro una media europea di 3,87 euro (valore massimo della Germania: 8,42 euro)». «Oggi - spiega Guido Fanelli, coordinatore della Commissione ministeriale sulla terapia del dolore e le cure palliative - grazie a un'ordinanza ministeriale del 20 giugno 2009 è stato abolito il ricettario speciale per la prescrizione dei farmaci oppioidi che ne limitava di fatto l'utilizzo. Questo provvedimento mira a rendere più accessibili ai tanti malati con dolore cronico le cure più idonee, attraverso l'impiego di terapie a base di morfina, ossicodone, fentanyl o buprenorfina, farmaci fino a poco tempo fa poco accessibili. Oggi il medico ha dunque a disposizione più possibilità di cura, che dovrebbe sfruttare al meglio per garantire la migliore assistenza al proprio paziente».

«Le nuove norme - aggiunge Cricelli - favoriscono e facilitano la prescrizione dei farmaci oppioidi e permettono oggi di superare le antiche barriere burocratiche e ideologiche che ne impedivano la diffusione. Eppure, al fine di sfruttare queste nuove opportunità terapeutiche, è anzitutto necessario che il medico di medicina generale abbia la possibilità di seguire un adeguato percorso formativo sull'utilizzo di questi farmaci e le loro potenzialità». Sempre secondo i dati del Centro studi Mundipharma, qualche segnale di 'inversione di marcia' si riscontra se si analizza la percentuale di variazione dei consumi tra settembre 2009 e lo stesso periodo dell'anno precedente: «con +16,4%, infatti, l'Italia è il Paese che ha registrato il maggior incremento in Europa, facendo ben sperare per un adeguamento agli standard europei». L'impiego di analgesici oppiacei è maggiore nelle regioni del Centro (11,10%) e del Nord (10,49%), rispetto al Sud d'Italia (7,7%): la regione più virtuosa risulta essere la Toscana (17,2%), mentre il Lazio, con l'8,6%, registra la prevalenza d'uso più bassa.

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03 marzo 2010

Ogm, Italia contraria a via libera europeo

«La decisione presa oggi (ieri ndr) dalla Commissione europea di concedere l'autorizzazione alla coltivazione di una patata geneticamente modificata ci vede contrari. Il fatto di rompere una consuetudine prudenziale che veniva rispettata dal 1998 è un atto che rischia di modificare profondamente il settore primario europeo». 
 
Così il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Luca Zaia, commenta la decisione della Commissione europea di autorizzare la produzione della patata Ogm Amflora di proprietà della Bayer. «Non solo non ci riconosciamo in questa decisione - osserva - ma ci teniamo a ribadire che non permetteremo che questo metta in dubbio la sovranità degli Stati membri in tale materia. 
 
Da parte nostra proseguiremo nella politica di difesa e salvaguardia dell'agricoltura tradizionale e della salute dei cittadini. Non consentiremo - assicura il ministro - che un simile provvedimento, calato dall'alto, comprometta la nostra agricoltura. Per questo valuteremo la possibilità di promuovere un fronte comune di tutti i Paesi che vorranno unirsi a noi nella difesa della salute dei cittadini e delle agricolture identitarie europee».

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01 marzo 2010

Bocciate le campagne shock anti-alcol

Le campagne 'forti' contro l'alcol non funzionano. Anzi, rischiano di avere l'effetto contrario, facendo aumentare il desiderio di bere 
A bocciare le 'pubblicità progresso' contro l'abuso di bevande alcoliche è uno studio dell'Indiana University Kelley School of Business, secondo il quale le campagne che puntano a sfruttare il senso di colpa e la vergogna non centrano l'obiettivo. I messaggi proposti, spiegano gli studiosi, sono molto forti e i consumatori finiscono per prenderne le distanze, convincendosi che si tratta di un problema che non li riguarda e che le situazioni estreme proposte capitano solo ad altri. 
Non viene così messa in discussione la propria inclinazione a bere. Anzi, si rafforza la convinzione di non fare nulla di male. Per dimostrare la loro tesi i ricercatori hanno analizzato i comportamenti di 1.200 studenti statunitensi che hanno visionato pubblicità anti-alcol imperniate sul senso di colpa e la vergogna. «La sanità pubblica - spiega Adam Duhachek, coautore dello studio - spende molto, in tempo e denaro, in queste campagne che, alla fine, fanno più male che bene. Queste iniziative, infatti, possono favorire il consumo invece di ridurlo».

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25 febbraio 2010

Cento testimonial per Oms contro morti premature

Cento personaggi importanti, 'stakeholder' di riferimento come le principesse Haya Al Hussein di Giordania e Matilde del Belgio, sono stati scelti per il Global Forum of the Noncommunicable Disease Network dell'Organizzazione mondiale della sanità come 'testimonial' per rafforzare l'impegno contro le morti premature causate dalle cosiddette malattie non comunicabili: cancro, diabete, ictus e altre patologie, che causano il 60% dei decessi mondiali. 
 
I personaggi, provenienti da tutte le regioni del mondo e da ogni settore, sono stati coinvolti nella battaglia a queste malattie che, soprattutto nei Paesi più poveri, mietono milioni di vittime ogni anno con meno di 60 anni d'età. «I disturbi che una volta erano associati con il benessere - sottolinea Margaret Chan, direttore generale dell'Oms - oggi sono un problema soprattutto nelle zone più svantaggiate del mondo. In molti casi sono state portate avanti campagne di informazioni di successo, e condividere queste iniziative» sarà d'aiuto a migliorare la situazione. 
 
Il Global Forum of the Noncommunicable Disease Network è un rete di collaborazione volontaria stretta fra governi, fondazioni filantropiche e aziende private con l'obiettivo di aumentare la soglia d'attenzione sulla prevenzione e il controllo della malattie non comunicabili.

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23 febbraio 2010

Veronesi, contro l'alcool la proibizione non basta

«Se alcuni giovani inseguono il cosiddetto 'sballo', è perché vivono in una realtà in cui si trovano male e il disagio giovanile è una malattia dell'anima che ha bisogno di trovare un ascolto. Per limitare gli eccessi non basta mettere dei paletti, ma occorre prendere in considerazione tutto lo scenario che sta a monte dell'abuso». 
 
Così l'oncologo ed ex ministro della Sanità Umberto Veronesi, nell'ambito della campagna 'Le parole per dirlo', al via da ieri sul sito www.beviresponsabile.it per prevenire l'abuso di alcol nei giovani puntando sul dialogo con i loro genitori. «Il tema giovani e alcol - sottolinea Veronesi nella prefazione alla Guida per i genitori, scritta da un gruppo di esperti multidisciplinare - mi sta particolarmente a cuore perché riguarda l'educazione dei nostri ragazzi. 
 
Sono padre di sette figli e trovo che uno dei compiti più impegnativi del genitore sia quello di parlare con loro», raccomanda. «Se un ragazzo apprende fin da piccolo ad essere moderato in tutto - prosegue l'oncologo - più difficilmente cadrà in quegli stili di vita che vedono spesso i giovani accorrere al rito pomeridiano dell'happy hour, o abbandonarsi all'insensato binge drinking fino all'ubriacatura. Creando un vero dialogo, i nostri figli potranno trovare una risposta alle loro domande e noi svilupperemo la capacità di comprendere tempestivamente le situazioni di disagio».

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18 febbraio 2010

In Cdm registro protesi seno e divieto a minorenni

Più vicino il Registro nazionale delle protesi al seno, insieme al divieto per le minorenni del Belpaese di sottoporsi al 'ritocco' esclusivamente per motivi estetici. Il disegno di legge in materia, fortemente voluto dal sottosegretario alla Salute Francesca Martini, approda infatti all'esame del Consiglio dei ministri, che è stato convocato ieri a Palazzo Chigi. 
 
«E mi auguro davvero che questa sia la conclusione dell'iter di un provvedimento, messo a punto insieme alle società scientifiche e ai chirurghi, ma anche fortemente voluto dai cittadini, che chiedono la massima sicurezza di questi interventi», spiega all'ADNKRONOS SALUTE la Martini. All'ordine del giorno del prossimo Cdm figura, infatti, l'esame del Ddl per l"Istituzione del registro nazionale e dei registri regionali degli impianti protesici mammari, obblighi informativi alle pazienti, nonché divieto di intervento di plastica mammaria alle persone minori'. Il provvedimento contiene «le regole per tutelare il benessere di chi ricorre a questi interventi, che hanno registrato una vera esplosione negli ultimi anni - sintetizza la Martini - Il tutto proprio attraverso l'istituzione di un registro delle protesi al seno, dei relativi registri regionali, ma anche del divieto di eseguire questo tipo di operazioni su minori di 18 anni», il cui fisico non ha ancora completato lo sviluppo. «Le pazienti devono essere messe nelle condizioni di dare un consenso informato prima di sottoporsi a questi interventi. Spesso, infatti, la voglia di migliorare la propria immagine prevale sulla necessità di avere tutte le informazioni sui rischi e sulle possibili complicanze», aggiunge il sottosegretario. In questo modo l'Italia sarà il primo Paese in Europa a dotarsi di un registro delle protesi mammarie, che consentirà la piena tracciabilità dei materiali usati e controlli seri sul follow-up. 
 
Il cammino del provvedimento, già annunciato nei mesi scorsi, si era interrotto per alcuni 'dettagli tecnici' sollevati dal Garante della Privacy. «Le osservazioni del Garante sono state recepite nel nuovo testo - assicura la Martini - e dunque a questo punto mi auguro che non ci siano altri ostacoli alla sua approvazione. Per tutelare così le pazienti» e mettere fine al far west nel settore.

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17 febbraio 2010

Primi casi italiani di donazioni "samaritane"

Donare un organo a un estraneo per pura generosità, senza che vi sia un legame sanguineo o affettivo con il malato che ne ha bisogno. E senza alcun interesse economico alla base del gesto, completamente gratuito. Gli addetti ai lavori battezzano 'donatori samaritani' le persone che scelgono di regalare un organo a un malato. Un fenomeno nuovo, su cui si apre un dibattito anche in Italia. Nella Penisola si sono registrati infatti i primi tre casi - due in Lombardia e uno in Piemonte - destinati a sollevare interrogativi anche da parte degli esperti del settore. La normativa italiana in materia di trapianti, se da un lato vieta ogni forma di vendita degli organi e dall'altro consente la donazione da vivi solo tra consaguinei o persone strette da un legame affettivo, «va interpretata per comprendere il da farsi sui cosiddetti donatori 'samaritani'», spiega all'AdnKronos salute Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti. La questione «è già stata posta all'ufficio legale del ministero della Salute». Mentre toccherà sempre al dicastero guidato da Ferruccio Fazio «fare anche una valutazione etica» sulla questione.

I donatori 'samaritani' possono offrire chiaramente «il solo rene, un intervento che tra vivi riguarda, nel nostro Paese, finora solo consanguinei - chiarisce Nanni Costa - o persone con un forte legame affettivo. Se ne contano 120 l'anno solo in Italia». Se comunque dovesse arrivare il via libera ai 'samaritani' anche nel nostro Paese, «bisognerà valutare con attenzione - puntualizza l'esperto - il benessere psichiatrico e psicologico dei donatori, per poi fare una valutazione motivazionale estremamente attenta», raccomanda. «Solo in seguito - precisa Nanni Costa - potremmo passare alla valutazione fisica del donatore 'samaritano' e alla procedura per individuare i potenziali pazienti» ai quali impiantare l'organo. Per ora, comunque, «attendiamo le indicazioni del ministero».

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12 febbraio 2010

In carcere malattie infettive per 40% dei detenuti

«Quattro detenuti su 10 in Italia soffrono di malattie infettive. E il 35% di loro è colpito dall'epatite C, la principale patologia che colpisce i carcerati nel nostro Paese». La stima arriva da Evangelista Sagnelli, presidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali. L'esperto è intervenuto ieri al carcere romano di Regina Coeli, a un convegno organizzato per parlare della riforma sanitaria che ha trasferito, 18 mesi fa, le competenze dell'assistenza penitenziaria dal ministero di Giustizia a quello della Salute. «Il 6-7% della popolazione carceraria - sostiene Sagnelli - ha l'epatite B, mentre il 2-3% l'Hiv. 
 
Per le malattie infettive succede sempre così: appena si abbassa la guardia loro tornano a riaffacciarsi, e in questi ultimi anni la guardia è stata abbassata troppo spesso». Il problema, conferma Sagnelli, «è anche quello del sovraffollamento nelle carceri, perché si tratta di malattie facilmente trasmissibili. Nel Lazio la prevalenza maggiore è dell'Hiv, così come avviene in Liguria e Lombardia. 
 
In Campania è, storicamente, diffusissima l'epatite. Per quanto riguarda le malattie infettive, comunque, la situazione è impegnativa e pesante, ma non drammatica». L'esperto promuove con qualche riserva la riforma avviata 18 mesi fa. «Il trasferimento delle competenze e delle finanze - afferma - non è stato completato del tutto nel nostro Paese. In alcune parti, come in Emilia Romagna, il trasferimento è già avvenuto. Altrove, come nel meridione, ancora ci sono delle lentezze, ma credo - conclude - che nel giro di un paio di anni si possa partire tutti in maniera uniforme».

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02 febbraio 2010

Rischio sismico negli ospedali, incontro a Roma

Un incontro per fare il punto sul rischio sismico negli ospedali italiani. E' l'appuntamento in programma oggi a Roma, organizzato dall'università Sapienza e dal Centro nazionale per l'edilizia e la tecnica ospedaliera (Cneto), in programma dalle 9.30 alle 13.30 presso la Facoltà di ingegneria dell'ateneo capitolino. Il seminario ha l'obiettivo di affrontare il tema della sicurezza sismica degli ospedali, anche alla luce dell'esperienza aquilana, evidenziandone gli aspetti di maggiore interesse nella programmazione e progettazione degli ospedali. 
 
Il seminario, al quale parteciperanno i maggiori esperti nazionali - si legge in una nota della Sapienza - prevede un intervento istituzionale del ministero della Salute, che dia il quadro generale dello stato degli ospedali sotto l'aspetto della sicurezza sismica, la presentazione di casi concreti di comportamenti di ospedali in zona sismica sia per l'aspetto edilizio che per l'aspetto sismico, valutazioni del mondo accademico e professionale, un intervento istituzionale della Protezione Civile e le problematiche delle Regioni per la programmazione dei poli di emergenza sismica. Il seminario si concluderà con un dibattito sulla base delle esperienze che i tecnici delle Asl e delle Regioni si trovano a vivere sia in fase di verifica che di adeguamento.

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01 febbraio 2010

Lebbra, malattia dimenticata con 700mila casi l'anno

Ogni anno sono circa 700 mila i casi di lebbra. Registrati in Asia, Africa e Sud America. Ed è India che vive il 70% dei malati di tutto il mondo. 
 
Sono i dati ricordati ieri in occasione della 57esima Giornata mondiale dei malati di lebbra, promossa, tra gli altri, dall'Associazione italiana amici di Raoul Follereau (Aifo). La lebbra è una malattia infettiva poco contagiosa. 
 
Ma se non diagnosticata in tempo può portare alla paralisi e alla morte. La cura disponibile, infatti, funziona solo se somministrata prima dello stadio di paralisi, cosa che spesso nei Paesi poveri non si verifica. 
 
Per i volontari delle associazioni si tratta di una malattia 'dimenticata' che però potrebbe essere debellata con maggiori investimenti in ricerca, in formazione del personale, in informazione alla popolazione.

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L'aria inquinata preoccupa il "cuore" di Milano

"Contrariamente all'opinione comune le conseguenze più frequenti dell'inquinamento sulla salute sono malattie cardiovascolari come infarto, ictus e trombosi". Lo afferma Pier Mannuccio Mannucci, convocato ieri alla Commissione Salute del Comune di Milano per presentare un dossier sui danni dei veleni dell'aria. Il lavoro, condotto in collaborazione con il gruppo di Pier Alberto Bertazzi dell'Ospedale Maggiore milanese, ha "partorito" lo studio Misa, che ha valutato l'impatto dell'inquinamento atmosferico in otto città italiane nel corso degli anni Novanta. 
 
"Il problema" - spiega  Mannucci, primario di Medicina all'ospedale Policlinico "è che le particelle fini, oltreché  nella trachea e nei bronchi, penetrano anche nel sangue, stimolando la sua coagulazione". Con importanti ricadute cardiovascolari, che possono essere anche acute. "Un aumento di 10 microgrammi al metro cubo di Pm10 fa salire dell'1% la mortalità totale", precisa Mannucci a DoctorNews. L'inquinamento, perciò, può avere un effetto a breve termine, anche se normalmente lo si sottovaluta. E chi rischia di più? "Le persone anziane o con malattie cardiovascolari sono evidentemente quelle più in pericolo, ma è un effetto che non risparmia nessuno". 
 
Nel frattempo le città bloccano il traffico nei weekend, una misura utile? "Non risolutiva" risponde Mannucci "ma laddove sono stati fatti interventi di questo tipo, gli eventi sono diminuiti. Anche perché è il traffico automobilistico quello che determina più inquinamento. Il riscaldamento domestico conta molto meno". Ora la palla passa al Comune di Milano. (M.M.)

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Morte improvvisa e sport: Brugada ne parla a Roma

Di corsa inseguendo una palla, e all'improvviso il cuore si spezza. Immagini di morte improvvisa 'in diretta' ben noti ai telespettatori. Basti pensare al calciatore del Siviglia Antonio Puerta, all'attaccante del Benfica Miklos Feher o al capitano dell'Espanyol Daniel Jarque, ma anche al giocatore di hockey Darcy Robinson. Negli ultimi 30 anni, in Italia sono stati accertati circa 250 casi di morte improvvisa. 
 
E una volta su due la vittima era uno sportivo, quasi sempre un asso del pallone, giovane e apparentemente in perfetta forma fisica. 'La morte improvvisa cardiaca (Aspetti clinici, genetici e medico-legali)' è il tema al centro di un seminario in programma oggi al Policlinico universitario Gemelli di Roma, dalle 14.30 alle 18.30 in Aula Brasca. Superospite internazionale il cardiologo Ramon Brugada del Cardiovascular Genetics Center dell'università di Girona (Spagna), che sta indagando sulla morte di Jarque. Insieme ai due fratelli ricercatori, lo scienziato ha identificato la sindrome che porta il suo nome (Sindrome di Brugada) ed è fra le principali cause di morte improvvisa: una malattia aritmogena geneticamente trasmessa, che provoca sincope o morte in soggetti giovani e con il cuore strutturalmente sano, ricorda una nota del Gemelli. 
 
Promosso dalla Scuola di specializzazione in medicina dello sport dell'università Cattolica, in collaborazione con le Scuole di specializzazione in cardiologia, medicina legale e in genetica medica, il meeting romano affronterà i vari aspetti delle malattie strutturali del cuore responsabili della morte improvvisa. "La presenza al seminario della Cattolica del professor Brugada non è casuale - spiega Antonio Oliva, ricercatore dell'Istituto di medicina legale e componente della segreteria scientifica del meeting, insieme al cardiologo Maurizio Pieroni e al medico dello sport Vincenzo Palmieri - Da diversi anni vi è infatti una consolidata ed intensa collaborazione tra il nostro Istituto e il Cardiovascular Genetics Center di Girona, che ha consentito la realizzazione di numerosi lavori pubblicati su riviste internazionali forensi e di cardiologi".

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25 gennaio 2010

Lo sport non è un (video) gioco

Cattive notizie per gli amanti dello sport 'simulato' tra le mura di casa, davanti alle consolle dei fitness game sempre più gettonati anche in Italia. La nuova bocciatura arriva da uno studio tedesco dell'Istituto per la medicina dello sport dell'università di Muenster, condotto su oltre 40 studenti dell'ateneo. 
 
Gli esercizi virtuali non possono sostituire quelli reali, avvertono i ricercatori. Lo sforzo fatto seguendo i comandi del personal trainer 'invisibile', e l'energia spesa muovendosi come la voce digitale insegna, risultano infatti significativamente minori. Gli studenti reclutati dagli autori si sono cimentati in 4 tipi di sport virtuale alla console, proseguendo ogni attività per 15 minuti e intervallando ciascuna sessione con 20 minuti di riposo. 
 
I ricercatori hanno quindi misurato alcuni parametri 'spia' dei benefici dello sport (la sensazione di sforzo fisico, la frequenza cardiaca, i livelli di lattato), confrontando i dati ottenuti sui 40 studenti con quelli registrati in persone che praticavano realmente gli stessi sport. Ebbene, gli effetti del fitness simulato non erano affatto sovrapponibili a quelli dello sport tradizionale. Solo negli studenti che giocavano a box l'allenamento risultava "fisiologicamente appropriato" e "comunque solo moderato", sottolinea Klaus Voelker, direttore dell'Istituto universitario tedesco. 
 
Il motivo del 'gap' riscontrato tra sport reale e simulato è che i fitness game reagiscono anche a piccoli movimenti, spiega l'esperto. Chi li usa, quindi, finisce per limitare al minimo lo sforzo. Negli esercizi di boxe, ad esempio, non serviva sferrare pugni poderosi. Insomma, per soddisfare il personal trainer virtuale basta 'l'intenzione'.

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Nessun pericolo epidemie esotiche da immigrati

Lo spettro di malattie insolite o esotiche portate in Italia da cittadini stranieri irregolari fa paura a qualcuno. Ma secondo un'indagine eseguita a Milano, dietro gli allarmi non c'è un reale motivo di preoccupazione. Insomma, la presenza degli immigrati non espone gli italiani a maggiori rischi di malattie. E' quanto emerge da una ricerca condotta dal Naga - associazione di volontariato che da 22 anni si dedica all'affermazione del diritto alla salute per tutti - in collaborazione con un gruppo di medici di medicina generale di Monza. 
 
Nel mese di ottobre 2009, tutte le diagnosi (974) effettuate su cittadini stranieri irregolari curati presso l'ambulatorio Naga di Milano sono state confrontate con 981 diagnosi relative a pazienti italiani di pari età che si sono rivolti ad ambulatori di medicina generale di Monza. "In ospedale, nelle camere di degenza o nelle sale d'attesa degli ambulatori medici, quando è presente un immigrato sono stato più volte avvicinato da pazienti italiani che, sottovoce, mi hanno chiesto: 'Dottore, non sarà pericoloso? Chissà quali malattie avrà. Chissà quali malattie ci trasmetterà'", racconta Guglielmo Meregalli, medico specialista in pneumologia e in allergologia e volontario del Naga. 
 
"Da richieste di questo tipo è nata l'idea di svolgere un confronto tra le patologie di 'noi' italiani e quelle dei cittadini stranieri irregolari che ogni giorno incontriamo al Naga. Un confronto - dice Meregalli - che ha permesso di raccogliere risultati di estremo interesse e che, ancora una volta, sfatano i pregiudizi più diffusi in questi ambiti". Dai dati raccolti, infatti, "possiamo affermare che complessivamente non ci sono differenze significative circa le patologie riscontrate negli stranieri irregolari e nei pazienti italiani", assicura.

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22 gennaio 2010

Fazio, spazi per via libera a body scanner in Italia

"Ritengo che ci siano spazi per dare il via libera ad alcuni di questi body scanner negli aeroporti italiani". Lo dice il ministro della Salute Ferruccio Fazio, intervenendo sulla questione della sicurezza dei dispositivi anti-terrorismo, a margine di un incontro venerdì al ministero per la presentazione del Piano oncologico nazionale 2010-2012. 
 
Un'apertura che arriva dopo le iniziali perplessità dello stesso ministro. "Anche se inizialmente ho detto che occorreva cautela, i dati della Commissione" chiamata a valutare la sicurezza di questi macchinari 'spoglia-passeggeri' "indicano che la strada intrapresa dall'Italia verosimilmente verrà portata avanti, con assoluta tranquillità per i cittadini - sottolinea Fazio - e magari con delle regole". 
 
L'importante "è andare avanti con la massima tranquillità. A brevissimo - assicura - avremo i risultati del lavoro della Commissione, ma - conclude - credo che la direzione sarà quella intrapresa".

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14 gennaio 2010

Meno errori con etichette più chiare

L'utilizzo di un linguaggio più semplice ed esplicito nella formulazione delle etichette dei farmaci prescrivibili può favorirne una migliore interpretazione da parte dei pazienti, evitando gravi errori nel corso delle terapie. A stabilirlo è uno studio pubblicato su Archives of Internal Medicine e condotto presso due Istituti accademici e due Centri ospedalieri americani. 
 
L'indagine ha riguardato 500 pazienti adulti assegnati a interpretare: etichettature standard di farmaci (tipo 1); spiegazioni riformulate alla luce di un linguaggio semplificato (tipo 2) oppure etichettature prodotte con linguaggio semplice e corredato da immagini (tipo 3). L'endpoint primario dello studio era rappresentato dalla corretta interpretazione delle schede tecniche di nove medicinali valutata attraverso un pannello di risposte dei pazienti. In sintesi, la percentuale di interpretazioni esatte per il tipo 1, 2 e 3 di etichettatura è risultata pari a 80,3%; 90,6% e 92,1%, rispettivamente. 
 
In aggiunta, il tipo 2 e 3 (Or = 2,64 e 3,26, rispettivamente) è apparsa molto più vantaggiosa rispetto a quella di tipo 1. Infine, i pazienti con capacità linguistiche marginali e scarse hanno ricevuto notevole aiuto dall'inserimento di icone rispetto alle etichette contenenti esclusivamente formulazioni semplificate (Or = 2,59 e 3,22 rispettivamente). (L.A.)

Arch Intern Med. 2010 Jan 11;170(1):50-6

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Più rischio di diabete quando si dice no al fumo

Smettere di fumare aumenterebbe il rischio di sviluppare diabete di tipo 2, probabilmente a causa dell'aumento di peso che si verifica in vicinanza dell'interruzione. Si tratta dei dati di uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine, che aggiunge un ulteriore dettaglio alla conoscenza dei meccanismi alla base della correlazione tra fumo di sigaretta e incidenza della patologia diabetica. 
 
Aric (Atherosclerosis Risk in Communities) questo l'acronimo dell'indagine prospettica che ha riguardato oltre 10mila individui di mezza età che, al momento del reclutamento, non erano affetti da diabete. Dopo circa nove anni di follow-up, 1.254 persone sono risultate diabetiche. In aggiunta, durante i primi tre anni di indagine, 380 individui hanno smesso di fumare. 
 
Dopo opportune correzioni per età, razza, sesso, educazione, livelli plasmatici di lipidi e pressione sanguigna, negli individui in precedenza fumatori, in quelli che avevano appena smesso e in coloro che continuavano a fumare, l'incidenza di diabete è risultata significativamente più elevata rispetto ai non fumatori (hazard ratio = 1,22 ; 1,73 e 1,31, rispettivamente). Ulteriori correzioni per variazioni di peso corporeo e conta leucocitaria hanno mostrato un'attenuazione del rischio di sviluppare la malattia diabetica. Infine, analisi a lungo termine hanno evidenziato che il rischio più alto si osserva dopo 3 anni (hr= 1,91) e che, da 0 a 12 anni, gradualmente decresce. (L.A.)

Ann Intern Med. 2010 Jan 5;152(1):10-7

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21 dicembre 2009

Marino (Pd), Italia paese povero e ammalato

"Otto milioni di poveri, 2,9 milioni di indigenti assoluti, persone malate e senza la possibilità di potersi curare. Ecco come questo Governo ha ridotto l'Italia, altro che tessera del Pdl sotto l'albero. Siamo al punto che un italiano su cinque rinuncia a prestazioni sanitarie, visite specialistiche e cure odontoiatriche, per motivi economici. 
 
Questo è il Paese reale, quello della crisi che mangia gli stipendi e anche la salute". Lo sottolinea Ignazio Marino, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul Ssn, commentando i dati del Censis sul rapporto che gli italiani hanno con il Servizio sanitario nazionale. "Tutto questo -aggiunge Marino- ha dei costi umani e di qualità della vita per la persona e economici per il Ssn, perché quando si rinuncia alla prevenzione poi, mediamente, si paga di più per la cura. 
 
Sottolineo, inoltre, che dal rapporto emerge chiaramente lo smantellamento della sanità pubblica a beneficio di quella privata, grazie alla colpevole dimenticanza tra i temi in agenda, sul fronte sanità, dei tempi delle liste d'attesa. E adesso che gli italiani hanno le tasche vuote -conclude Marino- come pensa questo Governo della destra di affrontare l'ulteriore allungamento delle liste d'attesa che ne deriverà, nelle prestazioni sanitarie pubbliche?".

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Uno su cinque rinuncia alle cure per la crisi

Gli effetti della crisi economica si fanno sentire anche sulla salute degli italiani. Quasi uno su 5 (il 18%), in un anno, ha rinunciato per motivi economici a una o più prestazioni sanitarie, soprattutto visite specialistiche e cure odontoiatriche, ma non solo. 
 
Con differenze notevoli tra i cittadini. Il dato, infatti, sale a circa il 21% tra i residenti nelle regioni del Centro, al 23,5% nel Sud, al 24,2% tra i 45-64enni, al 27,2% nelle grandi città, al 31% tra i meno istruiti. Sempre di più, inoltre, si preferisce ricorrere al servizio pubblico, anche con lunghe liste d'attesa. Sono alcune anticipazioni dei risultati del Monitor del Forum per la ricerca biomedica e del Censis - che ogni anno fotografa il rapporto degli italiani con la salute e il Servizio sanitario nazionale - e che verrà presentato nei prossimi mesi. 
 
Le cifre indicano, dunque, che si è accentuato il ricorso a una strategia del rinvio delle prestazioni sanitarie meno urgenti. Quasi il 21% degli intervistati ha anche ridotto l'acquisto di farmaci pagati di tasca propria: più del 23% dei 45-64enni, il 23,4% nel Mezzogiorno, il 28% dei residenti nelle grandi città, quasi il 29% dei meno istruiti. Oltre alle prestazioni sanitarie, quasi il 7% degli italiani ha dovuto fare a meno della badante, per sé o per un familiare, a causa della crisi. 
 
La percentuale sale al 7,7% al Sud e al 17,3% nelle città con 100-250 mila abitanti. Nell'ultimo anno il 35% degli italiani si è rivolto alle strutture sanitarie pubbliche, accettando liste di attesa più lunghe, per ottenere prestazioni (analisi, visite mediche, cure) che in altri tempi avrebbero acquistato direttamente da strutture private, pagando di tasca propria. La percentuale sale al 40% tra gli anziani, al 41% tra i residenti nelle regioni del Centro, ad oltre il 47% tra le persone senza titolo di studio o con la sola licenza elementare.

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16 dicembre 2009

In EU ogni due minuti un morto per infortunio

Ogni due minuti una persona muore per infortunio nell'Unione europea, complessivamente un quarto di milione di morti l'anno. E per traumi e avvelenamenti, legati a incidenti o violenza, vengono anche ricoverati circa 7 milioni di europei e 35 milioni arrivano in pronto soccorso nell'arco di un anno 
 
Sono alcuni dati del Rapporto 2009 "Infortuni nell'Unione europea", presentato da Eurosafe, l'associazione europea per la prevenzione degli infortuni e la promozione della sicurezza, e la rete del sistema europeo di sorveglianza degli incidenti "Injury DataBase" (Idb), che in Italia si avvale del coordinamento dell'Istituto superiore di sanità.  Dai dati emerge che a correre maggior rischio di incidenti sono i bambini, i giovani (in particolare adolescenti), gli anziani e i più 'deboli' sulla strada, ovvero pedoni e ciclisti. Si registra, inoltre, una forte differenza nei tassi di mortalità tra i Paesi dell'Unione: più di 100.000 persone ogni anno potrebbero essere salvate ogni anno se ciascuno dei 27 Paesi membri riducesse il proprio tasso di mortalità per infortuni al livello minimo osservato tra i paesi più 'virtuosi'. 
 
E la riduzione generale degli incidenti - tre quarti dei quali avvengono nel tempo libero e in casa - porterebbe effetti positivi anche sull'economia, visto che ogni anno vengono spesi in Ue almeno 15 miliardi di euro per il solo trattamento ospedaliero dei ricoverati per infortunio. Il Rapporto - basato sui dati 2005/2007 - mostra un particolare calo della mortalità, negli ultimi anni, per incidenti stradali, grazie anche al programma comunitario di prevenzione che tutti i paesi dell'Unione stanno attuando. In diminuzione anche le morti per incidente sul lavoro. Mentre per gli infortuni domestici e del tempo libero il trend presenta invece solo una modesta riduzione, indice di una difficile capacità di controllo del fenomeno.  
 
I dati sugli incidenti e la violenza - si spiega sul sito dell'Iss - possono essere ottenuti da diverse fonti, come i rapporti di polizia, quelli dei servizi di emergenza non sanitaria (tipo vigili del fuoco) e i dati assicurativi. Sfortunatamente queste fonti sono frammentarie e spesso incomplete.

Al contrario, i dati ospedalieri restano la fonte informativa più attendibile sugli infortuni, specialmente per quelli più gravi che normalmente vengono trattati nei servizi di emergenza e nei reparti ospedalieri. Tredici Paesi dell'Unione, tra cui l'Italia, tramite l'Istituto superiore di sanità e la rete di ospedali che collaborano sul tema, stanno raccogliendo dati sugli infortuni, secondo un formato comune europeo, nei servizi di emergenza ospedaliera. Dati conservati e diffusi dalla Direzione generale salute pubblica della Commissione europea. A oggi circa 350.000 accessi all'anno in pronto soccorso ospedaliero vengono registrati dal'Idb, consentendo di avere informazioni sul luogo e sulle circostanze dell'incidente, nonché sui prodotti, come in caso di avvelenamento, che ne sono responsabili.

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22 novembre 2009

Sacconi, sedentari spesso malati cronici

La "vita sedentaria" è il fattore di rischio "madre" tra i quattro che favoriscono l'insorgere di "malattie che tendono a cronicizzarsi". Ne discendono poi, in qualche modo, "l'abuso di alcol, la cattiva alimentazione e il fumo". A sottolinearlo, durante il convegno 'Sport, giovani e responsabilità sociale delle imprese nel territorio', tenutosi venerdì a Milano, è il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, che vede nello sport un modo per prevenire la diffusione di patologie dal costo economico e sociale sempre più rilevante, a causa dell'aumento dell'età media della popolazione.
 
 "Più precoce è l'idea di condurre uno stile attivo di vita - ha aggiunto Sacconi - più probabile è che permanga nel corso della vita". Invece, ha continuato, "dopo i 25 anni osserviamo una curva discendente molto ripida" nello stile di vita degli italiani. L'allungamento delle aspettative di vita per Sacconi "è un fatto positivo, ma il nostro obiettivo non è soltanto quello di allungare le aspettative di vita, e da ministro delegato alla Previdenza non dovrei dirlo.
 
Allungare l'aspettativa di vita è solo una parte dell'obiettivo", ha precisato. "L'altro obiettivo - ha proseguito Sacconi - è quello di allungare la qualità attesa nella propria vita, mentre purtroppo nelle condizioni attuali tende ad essere consistente la parte della vita in cui prevale la dipendenza dagli altri".  La piattaforma nazionale "Guadagnare salute", ha spiegato il ministro, si spenderà per incentivare, tra l'altro, una maggiore diffusione dell'attività sportiva. Tra le altre azioni già intraprese, ha concluso, c'è anche quella di limitare l'uso del sale nei cibi, grazie anche alla collaborazione con le associazioni dei panificatori.

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09 novembre 2009

Oms, nel 2030 cancro prima causa di morte

Nel 2030 il cancro sarà il primo killer nel mondo, con circa 12 milioni di vittime in tutto il pianeta di cui quasi 9 milioni solo nei Paesi poveri. A lanciare l'allarme è Ala Alwin, assistente del direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità, intervenuto al terzo Congresso mondiale per il controllo del cancro (Iccc-3) che si è chiuso ieri a Cernobbio (Como). Un evento organizzato dalla Fondazione Irccs Istituto nazionale tumori (Int) di Milano, in collaborazione con l'Associazione canadese International Cancer Control. Nei Paesi in via di sviluppo - spiega Alwin - le morti per cancro passeranno da 5,5 milioni nel 2005 a 6,7 milioni nel 2015 e a 8,9 milioni nel 2030, mentre nei Paesi sviluppati i decessi oncologici saliranno dal 2005 al 2030 da 2,1 a 2,5 milioni.

Fra 20 anni i tumori saranno la prima causa di morte - prevede - seguiti da malattie ischemiche e infarto. E se nei Paesi in via di sviluppo aumenteranno i decessi legati a tutti i tipi di cancro, ma soprattutto ai tumori a polmoni, stomaco e fegato, nelle nazioni più ricche le proiezioni al 2030 evidenziano una mortalità sostanzialmente stabile nelle diverse patologie tumorali, ma con una crescita dei decessi per le neoplasie al colon e un calo significativo per quelle polmonari.

Questa sera (ieri ndr) a Varese, a Villa Andrea-Ville Ponti - riferisce una nota - è in programma una cena di gala per una selezionata delegazione dei 350 partecipanti all'Iccc-3, provenienti da 77 Paesi. A fare gli onori di casa Antonio Colombo, presidente della Fondazione Int, accompagnato dal direttore generale Gerolamo Corno. Con loro anche il sindaco di Varese Attilio Fontana, il direttore generale dell'assessorato lombardo alla Sanità Carlo Lucchina, e Marco Pierotti, direttore scientifico Int e presidente del congresso.

L'epidemiologo Franco Berrino, direttore del Dipartimento di medicina predittiva e per la prevenzione dell'Irccs milanese, ricorderà che proprio a Varese alla fine degli anni '70 prese il via il primo Registro tumori italiano. L'esperto evidenzierà l'importanza della registrazione per tutte le attività di controllo del cancro, compresa la valutazione dei processi di cura con studi di sopravvivenza e prevenzione primaria come quelli sul rapporto dieta-cancro. Secondo Berrino, è importante esportare l'esperienza dei Registri nei Paesi in via di sviluppo, con l'aiuto e l'attenzione delle Istituzioni internazionali e in primo luogo dell'Ue.

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30 settembre 2009

Cassi (Cimo), vigilare su siti web gestiti da medici

Internet è sicuramente uno strumento molto utile per l'aggiornamento medico e per lo scambio di informazioni tra colleghi. Sarebbe però necessario che gli Ordini professionali tenessero sotto controllo alcuni siti. Soprattutto quelli gestiti direttamente dai medici

A chiedere di tenere gli occhi bene aperti sui siti web di carattere medico-scientifico è il neo presidente nazionale del sindacato Cimo-Asmd, Riccardo Cassi.

"Bisogna cercare di ridurre al minimo il rischio di far circolare sul web informazioni distorte - afferma - Non è facile, certo, però sarebbe necessario un intervento diretto degli Ordini professionali per un monitoraggio attento, almeno su quei siti gestiti direttamente dai camici bianchi.

Questo per una maggiore trasparenza e per sgombrare il campo dal pericolo di informazioni ingannevoli o 'pubblicitarie'.

Soprattutto nel campo delle terapie e delle medicine alternative a quelle ufficiali", conclude.

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09 settembre 2009

Rottamazione? Un danno per la salute pubblica

"Come paventato nei mesi scorsi, la pervicace volontà di rottamare e umiliare i professionisti si sta realizzando in molte aziende sanitarie. Il personale sanitario, medici compresi, viene sempre più spesso considerato come un puro costo, salvo poi lamentare le carenze dell'organizzazione sanitaria. Risparmiare sulla salute sembra l'unico obiettivo"

Ad affermarlo, in una nota congiunta, sono i sindacati della dirigenza medica e veterinaria del Ssn, critici nei confronti della norma contenuta nel decreto legge anticrisi, approvato in via definitiva al Senato, che consente alle aziende di mandare in pensione i medici con 40 anni di contributi, fatta eccezione per gli universitari e i direttori di struttura complessa.

Per i sindacati, proprio l'inapplicabilità della norma per universitari e primari "rende ulteriormente iniquo ed incomprensibile il provvedimento in considerazione che tali ruoli non sono certamente carenti, ma le carenze si concentrano proprio nelle funzioni colpite dal provvedimento. Inoltre - aggiungono - questa operazione non prevede alcun incentivo per i giovani che non solo non hanno certezza di rimpiazzare gli esodi, ma che spesso grazie a questa manovra vedranno soppressi posti nella dotazione organica indispensabili per future opportunità di occupazione stabile".

Quello che i sindacati della dirigenza medica respingono con forza è "la logica del risparmio sulla salute pubblica. Evidentemente - spiegano - nessuno pensa al futuro, ancorché imminente, alla ricerca di facili risparmi da sottrarre costantemente al servizio pubblico. Risparmiare sulla salute sembra l'unico obiettivo. Ma a vantaggio di chi e di che cosa? Di quali beni e di quali valori? La miopia sta diventando cecità conclamata, molti devono ancora capirlo, ma non resta molto tempo", concludono.

La nota è firmata da Anaao Assomed; Cimo Asmd; Aaroi; Fp Cgil medici; Fvm; Federazione Cisl medici; Fassid; Fesmed; Federazione medici Uil Fpl; Aupi; Fedir sanità; Sds Snabi; Sinafo.

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08 settembre 2009

Medici inglesi: stop alla pubblicità degli alcolici

Stop alle pubblicità delle bevande alcoliche, rivolte ai giovani. E' quanto chiede la British Medical Association, che propone anche di introdurre un prezzo minimo per ogni unità alcolica contenuta in un drink, di tassare maggiormente questi prodotti e di bandire le offerte 'tre per due' che spesso appaiono nei rivenditori britannici, rendendo per i giovani più facile arrivare alla sbornia con poche sterline.

La presa di posizione dell'associazione dei medici del Regno Unito - riporta il 'Telegraph' - segue uno studio chiamato 'Under The Influence' che poco tempo fa ha messo in evidenza i pericolosi sconti applicati su prodotti come i cosiddetti 'alcolpop', le bottigliette colorate e aromatizzate alla frutta con un discreto contenuto di alcol.

Secondo il report, inoltre, l'industria spende almeno 800 milioni di sterline ogni anno per promuovere il consumo di alcol fra i giovani.

Ecco perché, secondo i camici bianchi, i controlli, a oggi quasi inesistenti, devono essere rafforzati per arrivare a spezzare il circolo vizioso dell'aumento del consumo di drink, del parallelo crescere del mercato e della promozione delle bevande alcoliche.

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Medici contro effetti cambiamenti clima

I cambiamenti climatici minano la salute della popolazione mondiale. E i medici, gli scienziati e i ricercatori italiani devono fare in modo che la loro opinione sull'argomento venga sentita e recepita. E' la convinzione dell'Associazione medici per l'ambiente-Isde Italia che ha lanciato un appello, da firmare online (climaesalute@libero.it), che sarà presentato alla conferenza delle Nazioni Unite sui mutamenti climatici, prevista a Copenaghen a dicembre.

"In quella sede gli Stati dovranno giungere a un'intesa su un accordo internazionale post-Kyoto. Per avere un ruolo nell'incidere su questo accordo, abbiamo preso contatti con gli organizzatori. C'è stato detto che sarà molto utile il nostro contributo, se ampiamente condiviso, alle discussioni che si terranno", spiegano Roberto Romizi, presidente Isde Italia, e Antonio Faggioli, della Giunta esecutiva dell'associazione, nella mail che invita i medici all'adesione. Nell'appello medici, ricercatori e scienziati esprimono la volontà di indirizzare i Governi verso politiche più rispettose dell'ambiente indicando, nero su bianco, principi, obiettivi e contenuti.

I camici bianchi, inoltre, si impegnano a sostenere e promuovere l'educazione dei cittadini a stili di vita individuali e collettivi sostenibili. E anche a proporsi come collaboratori di decisori e politici perché la salute sia obiettivo di tutte le politiche; le autorità sanitarie assicurino l'informazione e la comunicazione sullo stato dell'ambiente e sui rischi per la salute; la salute prevalga sulle scelte economiche; sia potenziata la ricerca sui rapporti tra salute, cambiamenti climatici e problemi ambientali; ogni livello di governo si assuma le responsabilità di promuovere la salubrità dell'ambiente.

I medici sottoscrivono anche l'impegno a: considerare l'ambiente una risorsa per conservare e migliorare la salute; ricorrere a un approccio basato sulla promozione dell'ambiente e della salute, sulla prevenzione primaria delle patologie di origine ambientale e sul principio di precauzione, in conformità al Programma 2001-2010 dell'UE in materia di ambiente e all'art. 174 del Trattato europeo; valutare preventivamente l'impatto sull'ambiente e sulla salute degli effetti di qualsiasi nuovo programma o tecnologia o azione di sviluppo economico; operare in stretto rapporto di coordinamento e integrazione con le Istituzioni preposte alla promozione e protezione dell'ambiente e della salute.

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02 settembre 2009

La crisi economica sarà causa di depressione

Entro 20 anni la depressione sarà il problema di salute più diffuso al mondo. Complice la crisi economica e il crescente stress a cui sono sottoposti i cittadini del mondo, il 'male di vivere' sarà, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità', la maggiore insidia da combattere.

L'allarme è stato lanciato in occasione del Global Mental Health Summit in corso ad Atene.

Attualmente, l'Oms stima che nel mondo vivano 450 milioni di persone con problemi o disabilità mentali, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Paesi che dedicano troppe poche risorse alla soluzione di questi problemi: a volte meno del 2% del budget pubblico.

Secondo Shekhar Saxena, del dipartimento di Salute mentale dell'Oms, "la depressione è molto più comune rispetto a malattie temute come l'Aids o il cancro ed entro il 2030 sarà il problema principale da affrontare per i sistemi sanitari del mondo".

Un'epidemia silenziosa, dunque, cui ci si dovrà preparare allocando le giuste risorse, tenendo conto "che molte altre patologie sono, in proporzione, in calo in tutto il mondo", conclude l'esperta.

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28 luglio 2009

Ambiente malato e italiani a rischio

Smog, smaltimento non corretto dei rifiuti urbani, cambiamenti climatici, peggioramento della qualità dell'aria. La salute del territorio italiano è malandata e rischia di minacciare anche quella dei suoi abitanti. Manca un'azione comune nel gestire i diversi 'attacchi' mossi all'ambiente dalle varie fonti di inquinamento e il nostro Paese presenta una situazione a macchia di leopardo.

È la fotografia che emerge dalla prima edizione del rapporto Osservasalute Ambiente (2008), analisi dello stato di salute dell'ambiente e dei suoi riflessi sulla salute della popolazione italiana realizzata dall'Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, che ha sede presso l'università Cattolica di Roma ed è coordinato da Walter Ricciardi, direttore dell'Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia. Gli autori del rapporto, presentato ieri nella Capitale, sono Antonio Azara, dell'Istituto di Igiene e Medicina preventiva dell'università di Sassari e Umberto Moscato, dell'Istituto di Igiene dell'università Cattolica capitolina."Sono evidenti le differenze di performance tra Regioni nell'affrontare il rischio ambientale - sottolinea Ricciardi - ancor più se si considera quanto sia limitante considerare il problema secondo i limiti geografici, economici e sociali delle Regioni stesse.

In questo, il fenomeno di 'regionalizzazione' dei processi decisionali, anche in ambito ambientale, potrebbe aumentare invece che diminuire le lacune esistenti". "Nella maggior parte dei casi - aggiunge Moscato - l'ambiente è monitorato solo per obbligo normativo e tale monitoraggio è disconnesso rispetto a una reale conoscenza del fenomeno salute/malattia nella popolazione. Questi problemi si amplificano se visti in un'ottica di gap tra Regioni (virtuose e meno virtuose), considerando che l'inquinamento è un fenomeno globale.

Ovvero, sebbene un cittadino di Pavia potrebbe 'gongolare' in quanto la provincia dichiara che i parametri ambientali vanno bene, in realtà fumi industriali provenienti dalla Campania, dove i controlli sono meno rigorosi o assenti, potrebbero in ogni istante determinare effetti negativi sulla sua salute, perché gli inquinanti non si fermano ai confini regionali". Secondo il rapporto, comunque, non si può fare una distinzione netta tra Nord virtuoso e Sud problematico, a differenza di quanto emerso finora per la gestione della salute nelle diverse edizioni del rapporto Osservasalute, che hanno periodicamente fotografato un Settentrione che va sempre meglio e un Mezzogiorno in peggioramento.

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08 luglio 2009

Febbre suina, nuovo ceppo isolato in Canada

Un nuovo ceppo del virus responsabile della febbre suina è stato isolato in due operai, già guariti, che lavorano in una porcilaia

Scoperto un nuovo ceppo del virus influenza A H1N1 nella provincia canadese del Saskatchewan. Il nuovo virus è stato identificato in due operai che lavorano in una porcilaia.

I due uomini hanno avuto una leggera influenza ma si sono ristabiliti presto.

Intanto il Governo canadese sta collaborando con le autorità regionali per valutare eventuali rischi legati al nuovo ceppo, ha indicato in una nota l'Agenzia di sanità pubblica canadese (Apsc).

I ricercatori spiegano che il virus identificato conterebbe geni dell'influenza umana stagionale e geni dell'influenza suina. Ma non ci sono motivi di allarme per la salute pubblica.

Secondo le autorità canadesi, inoltre, le persone vaccinate contro la normale influenza sarebbero immunizzate, in parte, contro questo nuovo virus.

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05 luglio 2009

Oms, l'H1N1 è inarrestabile

"Al momento, con ben oltre 100 Paesi colpiti, la diffusione internazionale della nuova influenza è inarrestabile". Lo ha detto Margaret Chan, direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms, aprendo a Cancun (messico) una 'due giorni' di lavoro con esperti e ministri della Sanità da tutto il mondo per fare il punto sulle strategie mirate a combattere il virus.

Cancun, riferisce la Bbc online, è stata una scelta non casuale. Si voleva dimostrare fiducia nel Paese in cui ha avuto origine la pandemia. "Il Messico è sicuro, oltre a essere un posto piacevole da visitare", ha detto infatti la Chan.

La responsabile dell'Oms ha sottolineato, inoltre, che la maggioranza dei casi registrati nel mondo è caratterizzata da sintomi lievi, e per lo più i pazienti si sono ripresi in una settimana, spesso senza bisogno di trattamento medico.

Le eccezioni, ha ricordato la Chan, sono composte per lo più da donne in gravidanza e persone con problemi medici preesistenti. "Per una pandemia di moderata severità questa è una delle più grandi sfide - ha detto l'esperta - aiutare cioè le persone a capire quando non devono allarmarsi, e quando invece devono andare urgentemente dal medico".

Dl meeting è arrivato l'allarme delle autorità britanniche, che prevedono un'esplosione dell'epidemia, con oltre 100.000 nuovi casi al giorno per la fine dell'estate.

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24 giugno 2009

Reni malati per 1 italiano su 10, 50mila in dialisi

Reni malati per un italiano su dieci. "Ormai l'insufficienza renale cronica è una pandemia, che nel mondo vede 2,5 milioni di persone in dialisi o sottoposte a trapianto ogni anno, e circa 50.000 italiani in terapia sostitutiva della funzione renale.

Un piccolo esercito in dialisi che assorbe il 2% della spesa sanitaria totale. E che aumenta con un ritmo del 7-8% l'anno". Parola di Alessandro Balducci, nefrologo del San Giovanni di Roma e segretario della Società italiana di nefrologia (Sin), che oggi a Roma ha presentato i temi del prossimo congresso nazionale della Sin, in programma a Bologna dal 7 al 10 ottobre. "Si tratta di un problema crescente, legato a doppio nodo a malattie della civiltà e del benessere come diabete e ipertensione.

E che - sottolinea Balducci - vede l'Italia all'ottavo posto nel mondo per numero di malati, subito dopo la piccola Taiwan, dove sembra che l'abuso incontrollato di erbe medicinali sia alla base di molte nefriti. Bisogna sottolineare che per i pazienti con funzione renale ridotta l'aspettativa di vita è pari a circa un terzo rispetto alla popolazione generale". Ecco perché i ricercatori sottolineano l'importanza di diagnosi precoce e prevenzione, grazie a un'alleanza con il medico di famiglia.

Che già ha dato i primi frutti: da uno studio condotto da Sin e Simg (Società italiana di medicina generale), misurando la creatinina in 77 mila persone, gli esperti hanno prodotto una stima della situazione più grave.

Circa 1 milione e mezzo di italiani ha una funzione renale ridotta. Persone che rischiano di finire in dialisi o nelle liste di attesa per i trapianti di rene, "che oggi contano circa 6-7.000 nomi. E la stessa dialisi rappresenta un costo: per ogni paziente si spendono da 35.000 a 50.000 euro l'anno", sottolinea Antonio Santoro, nefrologo del Sant'Orsola Malpighi di Bologna e presidente del Comitato organizzatore del Congresso.

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23 giugno 2009

Febbre suina: Fazio, preoccupazione diminuisce

La preoccupazione sulla pandemia da influenza H1N1 si sta attenuando.

Nel nostro Paese, ma anche a livello internazionale, perché "la malattia si sta rivelando più leggera".

Lo ha detto il viceministro alla Salute, Ferruccio Fazio, a margine della presentazione a Roma del Forum internazionale della salute Sanit. "Ho avuto un lungo colloquio con la dottoressa Margaret Chan dell'Organizzazione mondiale della sanità - ha detto Fazio - e gli orientamenti sono anche per una vaccinazione non troppo aggressiva".

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22 giugno 2009

Aperto a Venezia vertice Oms, 35 ministri riuniti

Individuare le politiche necessarie per assicurare che i fondi investiti nella lotta a specifiche patologie consentano anche di migliorare la qualità dei sistemi sanitari nel loro insieme. Questo l'obiettivo dell'incontro, in programma ieri e oggi, tra i ministri della Salute di 35 nazioni e i migliori esperti mondiali in campo sanitario, riuniti all'Hotel Excelsior del Lido di Venezia per un incontro di due giorni promosso dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), in collaborazione con il Governo italiano.

Alla cerimonia di apertura la Regione del Veneto è stata rappresentata dall'assessore alla Sanità, Sandro Sandri. "La nostra regione - dice Sandri - considera sia la dimensione europea che quella internazionale come elementi di grande rilievo per lo sviluppo del proprio sistema sanitario, e a questo puntiamo con diverse e qualificate iniziative: con la creazione di vari fronti di cooperazione attraverso la partecipazione a più di 50 progetti cofinanziati dall'Unione Europea.

Ad esempio con la partecipazione a importanti istituzioni europee come l'Osservatorio europeo sul sistema e le Politiche sanitarie con sede a Bruxelles, collaborando attivamente nella realizzazione e nell'attività dell'Ufficio Europeo per gli investimenti sanitari e lo sviluppo insediato proprio a Venezia sin dal 2004.

Per tutte queste ragioni è parte integrante trovare dei punti di forza comuni tra le buone pratiche in sanità in Europa e nel mondo e le nostre performance qui in Veneto". Sandri ha anche sottolineato l'importanza, in tutti i sistemi sanitari, di coordinare e razionalizzare le risorse economiche in un contesto nel quale la cura sanitaria non deve essere considerata semplicemente come un costo. "Essa - conclude Sandri - è invece anche una reale risorsa per lo sviluppo di una Nazione e di una Regione".

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11 giugno 2009

Fazio, si teme nuova aviaria aggressiva

Uno dei rischi a lungo termine della diffusione della nuova influenza A, per cui l'Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato lo stato di pandemia, "è che il virus possa essere ritrasmesso ai maiali, riassortirsi con ceppi dell'aviaria H5N1 e dare vita a una nuova forma di influenza aviaria trasmissibile all'uomo e aggressiva".

Lo ha sottolineato il viceministro della Salute Ferruccio Fazio, commentando le prime notizie dell'innalzamento a 6 del livello di allerta da parte dell'Oms. Il riassortimento del virus con altri ceppi è "uno dei principali motivo di preoccupazione - afferma Fazio - anche se non si tratta di un rischio immediato.

L'aviaria è caratterizzata da un'elevata tossicità polmonare", per cui la comparsa di una nuova forma trasmissibile all'uomo "sarebbe un grosso problema". Un rischio più immediato della pandemia di influenza A è quello per l'economia.

"Vista l'elevata trasmissibilità del virus - spiega il viceministro - se ci fosse una recrudescenza in Italia, come in altri Paesi, senza misure di contenimento efficaci (antivirali e vaccini), la malattia potrebbe bloccare per un certo periodo di tempo alcune fasce della popolazione e creare danni all'economia".

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Febbre suina: Oms dichiara la pandemia

Passo dell'OMS che ha deciso di alzare al massimo il livello di allerta previsto

L'Organizzazione mondiale della Sanità ha deciso di dichiarare il passaggio al livello di 'pandemia', elevando l'allerta per l'influenza A H1N1 dal grado cinque a quello sei, il massimo previsto dall'Oms.

E' quanto emerge da un comunicato diffuso ieri pomeriggio dal ministero degli Affari Sociali svedese che ha convocato una conferenza stampa urgente a seguito - si legge nel documento - "della decisione dell'OMS di innalzare il livello di allerta pandemica alla fase sei per l'influenza A (H1N1)".

A parlarne con i giornalisti sarà la responsabile del dicastero Maria Larsson, affiancata da alcuni esperti del settore.

La conferma ufficiale dovrebbe ufficiale dovrebbe arrivare nella conferenza stampa convocata dal direttore generale Margaret Chan.

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09 giugno 2009

Avis, serve un milione di donatori

"Servirebbe un milione di donatori in più per scongiurare le emergenze sangue che spesso ci troviamo a fronteggiare in Italia". Secondo i calcoli di Sergio Casartelli, presidente onorario di Avis Milano, arrivare a quota 2,5 milioni di volontari (oggi sono 1,5 milioni) è l'ambizioso traguardo a cui si deve aspirare.

Solo così si avrebbero "scorte sufficienti per vivere bene", osserva l'esperto, a margine di un incontro nel capoluogo lombardo. "Potremmo stare tranquilli durante i periodi difficili come quello estivo - assicura - e raggiungere l'autosufficienza anche sul fronte della produzione di emoderivati, per la quale oggi siamo costretti a comprare sul mercato internazionale il 40% dei componenti".

Il Paese è sempre sul filo del rasoio, perché "mantiene un numero di donazioni utile a coprire appena il fabbisogno nazionale durante l'arco dell'anno", spiega Casartelli. E al primo calo di donazioni, scatta l'emergenza sangue.

L'Avis ha già lanciato il primo allarme: con l'estate alle porte e il caldo che avanza, sul Paese incombe l'esaurimento scorte. "Nel 2008 avevamo registrato le prime difficoltà intorno al 20 giugno. Quest'anno il monito dell'associazione è arrivato prima. Ed è un cattivo segno", riflette. Il timore dell'associazione è che, "con un'autosufficienza risicata, non si possa fronteggiare il calo nella raccolta di sangue dovuto al caldo e ai malesseri legati al cambio stagione".

L'Italia deve rimpolpare le file dei donatori anche perché è in coda alla classifica dei Paesi europei - ricorda Casartelli - "In testa troviamo Olanda, Danimarca, Francia e Germania. Anche l'Inghilterra si trova in una buona posizione e, soprattutto, sta programmando i prossimi 20 anni per rispondere al fabbisogno interno di sangue. Noi, invece, non siamo così lungimiranti. Più del 4% della popolazione italiana dovrebbe donare il sangue con regolarità. Oggi a fatica si raggiunge il 2,5%".

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Quasi al via la campagna "la bocca è vita"

Informare i cittadini sull'importanza di avere una bocca sana. E' questo l'obiettivo della campagna 'La bocca è vita', promossa dall'Associazione nazionale dentisti italiani (Andi). L'iniziativa sarà presentata venerdì al ministero della Salute a Roma, in occasione dell'Oral Cancer Day che quest'anno sarà celebrato lo stesso giorno in tutta Europa.

Nei mesi di giugno e settembre sarà mandato in onda sulle principali reti televisive nazionali uno spot dal titolo 'La bocca è vita', che esalta l'importanza di avere un sorriso sana. La riunione di venerdì al ministero, però, sarà anche l'occasione per presentare nuove tecniche capaci mettere ko il tumore del cavo orale, patologia colpisce oltre 6 mila persone ogni anno.

"Saranno presentati - spiega in una nota il presidente dell'Andi, Roberto Callioni - significativi dati epidemiologici e innovative tecniche che permettono di diagnosticare e intercettare precocemente il tumore del cavo orale, riducendone quindi l'invasività e conseguentemente la mortalità".

Contro questo tipo di tumore, il 12 settembre, in occasione del World Oral Health Day, i dentisti dell'Andi scenderanno in piazza per continuare nell'opera di sensibilizzazione, distribuendo materiale informativo e invitando i cittadini a recarsi dal proprio dentista per un controllo. Per l'occasione sarà anche distribuito un dvd, attraverso il quale i dentisti insegneranno ai cittadini a conoscere la propria bocca e individuare eventuali lesioni sospette.

All'appuntamento di venerdì a Lungotevere Ripa, oltre al presidente dell'Andi interverranno Pier Francesco Nocini, direttore di Chirurgia maxillo-facciale e odontostomatologica dell'università di Verona, che presenterà il testo-atlante su 'Le lesioni mucose del cavo orale: elementi di diagnosi differenziale', e Sergio Gandolfo, direttore di Chirurgia odontostomatologica dell'università di Torino, che esporrà la sua 'Nuova metodica diagnostica in oncologia orale'. Verranno inoltre illustrati i primi dati relativi all'applicazione dell'accordo tra Andi e ministero del Welfare sull'odontoiatria a tariffe sociali (operativo dal 6 aprile scorso per la durata di due anni).

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03 giugno 2009

Danneggiati da trasfusioni e farmaci in piazza

In piazza emofilici, talassemici, vaccinati e persone vittime di danni da trasfusione o provocati da farmaci salvavita prodotti con sangue infetto. Ieri, per molte ore, hanno manifestato davanti alla sede del ministero della Salute a lungotevere Ripa, a Roma, per protestare contro i ritardi nell'erogazione dei risarcimenti dovuti dallo Stato.

In Italia, solo tra gli emofilici, sono stati circa 550 i contagiati dal virus dell'Hiv, di cui la metà è già deceduta, e più di 1.500 dall'epatite. "Una vera e propria strage di Stato - dicono i rappresentanti della Federazione delle associazioni emofilici (FedEmo), che hanno organizzato il sit-in di ieri mattina - basti pensare che, facendo un paragone, è come se tutta la Camera dei deputati fosse stata infettata dall'Hiv e tutto il Senato fosse morto a causa di questa infezione".

I familiari e una rappresentanza di malati si sono raggruppati davanti al dicastero con in mano alcuni girasoli, in ricordo dei compagni morti, e cartelli con cui si sollecita il Governo a prendere provvedimenti per risarcire questi danni.

"Lo Stato italiano - ricorda Beppe Castellano, portavoce della FedEmo - ha detto un primo sì nel 2003, concedendo assegni di indennizzo solo a 700 pazienti che avevano fatto causa. Sono rimasti fuori, dunque, migliaia di malati che ora sono in attesa del nuovo provvedimento all'esame dei ministeri del Welfare e dell'Economia, in cui però si prevede l'esclusione dal risarcimento di quei pazienti a cui non è stato riconosciuto il nesso causale nei termini di legge. In pratica rimarrebbe fuori il 70% dei pazienti".

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26 maggio 2009

Garattini, non dimenticare morti quotidiane

"Facciamo un gran chiasso per ipotetiche pandemie, come l'influenza aviaria o quella suina, e non ci occupiamo dei morti di tutti i giorni, come le vittime del fumo". Silvio Garattini, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, non ha dubbi: "Abbiamo una percezione sbagliata dei rischi.

Ci preoccupiamo tanto per quei fenomeni che colpiscono di più il nostro immaginario. E non siamo consapevoli del fatto che il fumo continua ad affascinare i nostri giovani, e finirà per mietere ancora vittime".

Per il farmacologo, intervenuto ieri a Milano a un incontro organizzato dalla Lega italiana per la lotta contro i tumori (Lilt) provinciale, è ora di riflettere sui motivi che portano le campagne anti-fumo al fallimento.

"Una cosa appare chiara: finché i medici, i divi dello spettacolo o i campioni dello sport si fanno vedere con una sigaretta in mano, è difficile dire ai giovani di non fumare". Un'impresa tanto più ardua considerato l"effetto gregge', il fenomeno che spinge i ragazzi nel tunnel della dipendenza solo per sentirsi parte del branco.

In Italia, ribadisce lo scienziato, qualcosa non ha funzionato: "Oggi la percentuale di fumatori italiani corrisponde al 25,4% della popolazione.

Se pensiamo che negli Usa e in molti Paesi del Nord Europa siamo ormai intorno al 20%, e in Svezia addirittura al 19%, ci rendiamo conto di quanto diventa urgente l'adozione di misure drastiche".

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24 maggio 2009

H1N1 colpirà paesi in via di sviluppo

"Il mondo, in particolare i Paesi in via di sviluppo, dove le popolazioni sono più vulnerabili, deve essere preparato ad affrontare un numero maggiore di casi gravi di influenza suina". A lanciare il monito è il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Margaret Chan, chiudendo la 62esima Assemblea mondiale della salute a Ginevra.

"Nei luoghi dove il virus A/H1N1 è molto diffuso e circola ormai nella comunità - ha precisato Chan - ci si devono aspettare più casi gravi e infezioni fatali. Non si tratterà comunque di un balzo drammatico e immediato. Ma specialmente nelle aree povere bisogna essere preparati".

Chan si attende anche "una diffusione del virus in Paesi finora non toccati dall'infezione e un aumento di casi in quelli già raggiunti. Abbiamo a che fare con un virus molto contagioso e anche subdolo, che non annuncia la sua presenza o il suo arrivo in un nuovo Paese - ha avvertito - Le autorità devono mettere in moto sofisticati sistemi di monitoraggio per seguire le sue tracce.

E non si sa quanto a lungo tutto ciò potrà essere sostenibile. In più, fino ad ora, l'A/H1N1 è circolato nell'emisfero Nord del pianeta e si dovrà monitorare attentamente il suo passaggio nella parte meridionale della Terra, dove potrà essere soggetto a mutazioni imprevedibili".

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Denunciando i clandestini rischio TBC

"La norma che obbliga i medici a denunciare gli immigrati clandestini mette in serio pericolo non solo la salute del singolo individuo, ma anche quella collettiva. Si pensi ai pericoli legati alla diffusione e al mancato controllo di malattie come la tubercolosi, se i clandestini, per timore di essere denunciati, non si rivolgessero alle strutture sanitarie".

A lanciare l'allarme sono i camici bianchi dell'Intersindacale medica, riunita venerdì a Roma per chiedere al Governo di cambiare il disegno di legge sulla sicurezza che introduce il reato di clandestinità, inserendo una precisa norma che esenti i medici e tutti gli operatori sanitari dall'obbligo di denuncia degli immigrati irregolari.

"Siamo molto preoccupati - afferma il segretario nazionale della Fp Cgil medici, Massimo Cozza - per le conseguenze di questa norma sulla salute collettiva. Si pensi ai crescenti casi di tubercolosi. Secondo gli ultimi dati forniti dalla Commissione Salute del Comune di Roma - spiega Cozza - nei primi tre mesi di quest'anno, nella Capitale, si sono registrati 145 casi di tubercolosi: il doppio dell'anno precedente".

Un trend in crescita che non riguarda solo la città eterna. Dal Dossier 'Medicina e migrazione' realizzato dalla rivista 'Africa e Mediterraneo' e presentato il 13 maggio a Roma, è emerso che "dal '99 al 2006 i casi di tubercolosi registrati fra gli immigrati nel nostro Paese sono passati dal 22% al 46,2%".

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21 maggio 2009

Crisi, aumentano disturbi psicosomatici

Aumentano i disturbi psicosomatici 'da crisi', che ormai incidono sul 20-30% dell'attività quotidiana dei medici di famiglia, con differenze notevoli nelle diverse aree del Paese.

Sempre più pazienti, infatti, si presentano dal camice bianco con forme d'ansia che si manifestano con mal di testa, dolori allo stomaco, colite o altri disturbi fisici.

"Problemi che colpiscono di più i pazienti della classe media che in passato si rivolgevano meno al medico di famiglia ma che ora sono tra i più assidui frequentatori degli ambulatori", spiega Stefano Nobili, medico di famiglia e portavoce del Sindacato nazionale autonomo medici italiani (Snami) riunito a Torre San Giovanni Ugento (Lecce), dove è in corso il 28esimo Congresso nazionale.

"Ansia e inquietudine sono sentimenti che 'diagnostichiamo' sempre più spesso - sottolinea - tra i nostri pazienti che, tra l'altro, reagiscono con molta più preoccupazione ai problemi di salute rispetto al passato".

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13 maggio 2009

Febbre suina: Oms, oltre 5700 casi e 61 decessi

Si avvicinano rapidamente a quota sei mila i pazienti colpiti dal nuovo virus.

Secondo l'ultimo aggiornamento dell'Organizzazione mondiale della sanità, che fotografa la situazione a ieri mattina presto, sono 5.728 i casi di influenza A/H1N1 in 33 Paesi, 61 i decessi.

Sono 3.009 i contagi accertati negli Usa, 3 i morti; 2.059 in Messico e 56 decessi; 358 in Canada, dove si è registrata anche una vittima del virus.

Questa la mappa negli altri Paesi: 8 casi e un decesso in Costarica; 1 in Argentina, 1 in Australia, 1 in Austria, 8 in Brasile, 3 in Cina, 6 in Colombia, 1 a Cuba, 1 in Danimarca, 4 a El Salvador, 2 in Finlandia, 13 in Francia, 12 in Germania, 3 in Guatemala, 1 Irlanda, 7 in Israele, 9 in Italia, 4 in Giappone, 3 in Olanda, 7 in Nuova Zelanda, 2 in Norvegia, 29 a Panama, 1 in Polonia, 1 Portogallo, 3 in Corea, 98 in Spagna, 2 in Svezia, 1 in Svizzera, 2 in Tailandia, 68 in Gran Bretagna.

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A/H1N1 creato in laboratorio?

Potrebbe essere stato creato in laboratorio, magari per errore, il virus responsabile dell'influenza A/H1N1. Lo sostiene uno scienziato australiano, il virologo in pensione Adrian Gibbs. Sulla sua teoria, non ancora pubblicata sulle riviste scientifiche, ma riportata dai principali siti della stampa internazionale, stanno indagando l'Organizzazione mondiale della sanità e alcuni esperti internazionali in materia di influenza.

Secondo Gibbs, che studia l'evoluzione dei virus, il microrganismo non sarebbe un prodotto della natura. I geni del nuovo H1N1, sostiene, mostrano di essersi evoluti troppo rapidamente di quanto ci si aspetterebbe trattandosi di un virus 'cresciuto' nei maiali.

Potrebbe aver trascorso del tempo in un ospite intermedio, prima di passare all'uomo, come volatili o mammiferi marini, ma potrebbe anche essere stato coltivato in uova di laboratorio - è la tesi dello scienziato australiano - e questo spiegherebbe l'insolita rapidità della sua evoluzione.

Per sopravvivere in questo ambiente nuovo, spiega, il virus deve adattarsi rapidamente, cosa che invece non farebbe a tale velocità crescendo in un 'ospite' che già ben conosce. Il risultato sono le mutazioni genetiche identificate dagli scienziati nel nuovo H1N1.

Le uova sono usate nei laboratori e nei siti di produzione di vaccini, per far crescere i virus influenzali. Gibbs, che ha presentato le sue conclusioni a una rivista scientifica per la pubblicazione, ha informato della sua teoria l'Oms nel week end appena trascorso. "Non c'era alcun segnale - ha affermato il virologo, secondo quanto si legge sul 'Canadian Press' - che le autorità stessero seriamente prendendo in considerazione la possibilità che il virus fosse un prodotto di laboratorio. Mi è sembrata una buona idea venire allo scoperto e dire 'i dati mi fanno pensare questo. Sarebbe ora di indagare'".

L'Oms ha chiamato a raccolta i ricercatori dei principali laboratori di virologia per verificare se quest'ipotesi ha fondamento. Gli esperti stanno ancora lavorando, ma le prime analisi non supporterebbero la teoria di un'origine del virus in laboratorio.

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