Umberto I: donna in coma legata al letto, sanità del Lazio al collasso


I Senatori Ignazio Marino e Domenico Gramazio hanno denunciato il caso di una donna in coma legata a  una barella da quattro giorni nel Pronto Soccorso del Policlinico Umberto I di Roma, in attesa di un posto letto.

Si dice che la paziente non fosse in coma, ma affetta da Alzheimer, e che stesse  effettuando una terapia infusionale, e per questo, legata alla barella.

Il Direttore del DEA, Claudio Modini, ha affermato però che succede spesso, a causa della mancanza di posti letto nei reparti.

Il Ministro Balduzzi ha mandato degli ispettori, che stanno raccogliendo gli elementi relativi.

Cosa dire se non che i tagli lineari effettuati dalla governatrice Polverini stanno affossando definitivamente il servizio pubblico?

Sono stati tagliati i posti letto, e su questo in parte possiamo anche convenire. Sono stati chiusi piccoli ospedali, e anche qui se ne può discutere. Un cattivo ospedale vicino è molto, molto peggio di un buon ospedale più lontano, perché perdi tempo, se sei grave, e dopo devi essere anche trasferito in elicottero. E se non sei grave puoi essere trattato senza il ricovero.

Ecco qui, la parola magica, "senza il ricovero". Molti pazienti vengono ricoverati, o si recano al Pronto Soccorso perché non funzionano i Day Hospital, non funzionano le richieste urgenti con il Dottor CUP, quel numero magico che i medici del Servizio Sanitario regionale, tutti i medici, sia quelli di Medicina Generale, i cosiddetti Medici di famiglia, ma  anche quelli degli ospedali, anche quelli degli ambulatori, possono usare per prenotare una prestazione urgente. E urgente significa entro la settimana.

E così come possono prenotare sono obbligati a riservare parte della loro attività per le richieste del Dottor CUP. E chi controlla che tutto questo venga fatto? Chi si occupa delle Agende dove sono registrate le prestazioni e del loro funzionamento?

Non certo Polverini, che in questi anni è stata occupata a fare i camper per far vedere ai cittadini che tirava loro dal balcone, come i soldi ai poveri, prestazioni sanitarie gratuite di nessun valore, in quanto sganciate da qualunque percorso, da qualunque necessità reale dei cittadini.

Essendosi arrogata il ruolo di assessore alla Salute, lo sa, Polverini, come si fa a far sì che un cittadino a cui si sospetta un tumore possa eseguire una TAC nel giro di qualche giorno? No che non lo sa, lascia che i medici mettano in mano ai pazienti richieste terribili, dicendo "veda un po' dove c'è posto".

Lo sa, Polverini, che mentre il Servizio Sanitario pubblico non può sostituire i suoi dipendenti che vanno in pensione e chiude ogni giorno ambulatori, servizi di diagnosi, servizi di terapia, le case di cura e i grandi ospedali  accreditati, religiosi e no, senza nessun tipo di controllo, fanno ogni giorno migliaia e migliaia di esami inappropriati che costano alla Regione milioni e milioni di euro e che il servizio pubblico sarebbe stato in grado di filtrare, contenendo la spesa, e dando un servizio molto migliore ai cittadini?

E che con tutti questi soldi i convenzionati, gli accreditati, i classificati, (tutti quelli che erogano prestazioni che la Regione poi rimborsa) fanno investimenti in Tanzania, finanziano sistemi di potere e cordate elettorali, comprano macchine di lusso, e altre strutture per continuare ad arricchirsi con i soldi della collettività?

A che serve rimborsare centinaia di risonanze magnetiche per il mal di schiena quando una buona visita ortopedica avrebbe indicato una fisioterapia giusta per guarire, il più delle volte senza eseguire quell'esame?

E centinaia di risonanze magnetiche delle ginocchia a pazienti anziani con artrosi, per i quali non è ipotizzabile nessun percorso terapeutico, ma solo di conforto?

Ma i cittadini scoprono che se l'ospedale pubblico non ha più posto per fare nulla il convenzionato ha ambulatori aperti la domenica, posti letto liberi, Day Hospital disponibili.

E non sanno che spesso tutte quelle richieste sono capziose, servono a far sì che da un esame nasca un esame, e da quello un altro esame, in un gioco di scatole cinesi che se va bene non porta a nulla, ma se va male può portare persino a interventi inutili e dannosi.

O ci siamo già dimenticati la Santa Rita?

Strangolare il pubblico per far prevalere il privato convenzionato, come è stato fatto in questi giorni anche dalla ASL Roma D che ha appaltato, fra interrogazioni dei consiglieri regionali d'opposizione e proteste dei cittadini, tutto lo screening del tumore della mammella a una casa di cura  convenzionata di proprietà di un grande gruppo privato, senza porre il problema dei controlli di qualità, significa assestare l'ultimo colpo al già agonizzante servizio sanitario pubblico.

Quando sarà morto i cittadini del Lazio saranno costretti ad emigrare, nella speranza che altre Regioni li assistano con l'occhio attento alle loro necessità e non a quelle della cassa regionale.

Perché non si sa come, ma nelle Regioni in cui si spende meno l'assistenza è migliore.  Certo, mettere le mani nella sanità del Lazio significa farsi un sacco di nemici, ma alla fine i cittadini sono di più, e fare gli interessi dei poteri forti porta ad essere sconfitti.

A volte con il voto.


Lisa Canitano


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