Decreto Brunetta iniquo e dannoso


Barricate dei medici contro il decreto Brunetta sulla Pubblica amministrazione. Per i camici bianchi è "un provvedimento iniquo, autoritario, che delegittima la categoria. Ma soprattutto, dannoso per il Servizio sanitario nazionale e che mette quindi a rischio il livello di assistenza ai cittadini"

E' dura la protesta dei medici che ha preso corpo ieri a Roma nel corso di una manifestazione indetta dalle organizzazioni sindacali della dirigenza medica e veterinaria del Ssn contro il decreto legge del ministro Renato Brunetta. I camici bianchi hanno individuato almeno dieci punti critici del provvedimento, "da correggere prima della sua definitiva approvazione". Per gli oltre 120 mila 'professionisti della salute', ad esempio, il decreto "non tiene conto delle specificità del Servizio sanitario nazionale, reintroduce la cattiva politica nella sanità pubblica, centralizza le decisioni in netto contrasto con il federalismo, attacca l'indipendenza e l'autonomia dei dirigenti pubblici. E ancora, introduce un sistema rigido di premi individuali, svuota la contrattazione sindacale e ne stravolge le regole, si accanisce contro i medici sulle certificazioni di malattia".

"Questo decreto - ha affermato il segretario nazionale dell'Anaao Assomed, Carlo Lusenti - è la prova che il ministro Brunetta vuole 'liquidare' la Pubblica amministrazione. Il suo intento è quello di mettere i cittadini contro i lavoratori del settore pubblico. E lo fa delegittimando la categoria, chiamandoci 'fannulloni' e 'macellai'. Ma dice balle". Tra i tanti aspetti del provvedimento messi sotto accusa da Lusenti, anche quello di "stravolgere il sistema di verifica professionale e produttiva con la quale ci si misura in ogni Azienda sanitaria.

Assai critico nei confronti del ministro Brunetta anche il presidente della Cimo-Asmd, Stefano Biasioli. "Ci massacra", è l'accusa di Biasioli. "Questo decreto stravolge le regole della contrattazione sindacale, interferisce con i sistemi di valutazione, impone uno spoil system mascherato con la norma della cosiddetta 'rottamazione' dei dirigenti medici e veterinari al raggiungimento dei 40 anni di anzianità contributiva. Una norma attualmente assente dal testo, ma che il ministro ha minacciato di reintrodurre con un emendamento" durante la conversione del decreto in Parlamento.

Dello stesso avviso anche il segretario generale della Fp Cgil medici, Massimo Cozza, secondo cui il provvedimento, "iniquo e autoritario, introduce una cattiva politica all'interno della sanità pubblica. Colpisce i camici bianchi e penalizza l'assistenza sanitaria ai cittadini. Impone regole rigide in materia di merito, premiando economicamente solo una piccola percentuale di professionisti". Per il presidente dell'Associazione anestesisti e rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi), Vincenzo Carpino, "stravolge 15 anni di relazioni sindacali. Restringe l'area della contrattazione ed è la prova che con i medici il ministro usa solo il bastone. Senza carota".

Secondo il segretario generale della Federazione medici Uil-Fpl, Armando Masucci, il decreto Brunetta sulla Pubblica amministrazione "depaupera il Servizio sanitario nazionale". Per Masucci, tutta la politica del ministro è tesa ad "esporre il medico al pubblico ludibrio, mettendolo nelle condizioni di non svolgere sereno il proprio lavoro". Per il segretario generale della Federazione Cisl medici, Giuseppe Garraffo, il provvedimento "non rappresenta una rivoluzione dell'amministrazione pubblica, bensì una involuzione. Riporta indietro le lancette dell'orologio, soprattutto in materia di contrattazione sindacale".

A puntare il dito contro il ministro e il suo decreto anche Aldo Grasselli, presidente della Federazione veterinari e medici (Fvm), che taglia corto: "la politica del ministro è demagogica e sbagliata". Grasselli pone l'accento sulla cosiddetta 'rottamazione' dei camici bianchi al raggiungimento dei 40 anni di anzianità contributiva. "La paventata reintroduzione della norma - spiega il segretario - priverebbe il Servizio sanitario nazionale di figure esperte, che a 58-59 anni si ritroverebbero obbligate alla pensione. Tutte professionalità che probabilmente si vedrebbero costrette a rivolgersi alle cliniche private".

Pagina pubblicata il 10 luglio 2009

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