• Ultimo Aggiornamento: Venerdì 25 Maggio 2012, 09:27:34

Epatite B, C e Aids. Malattie in gravidanza

Epatite B, C e Aids. Malattie in gravidanza

Per una donna in gravidanza è di notevole importanza venire a sapere se si è avuto un contatto con i virus dell’epatite B, dell’epatite C e dell’AIDS, in quanto queste malattie possono essere trasmesse al feto:


  • attraverso la barriera placentare
  • per contatto diretto al momento del parto
  • con l’allattamento al seno

 

L’epatite B, l’epatite C e l’AIDS hanno modalità di trasmissione simili; l’infezione può avvenire con:

  • trasfusioni di sangue (anche se da alcuni anni il sangue utilizzato viene accuratamente controllato);
  • scambio di siringhe tra tossicodipendenti;
  • contatto accidentale con siringhe abbandonate o altro materiale infetto;
  • rapporti sessuali con partner portatori del virus.

 

Va specificato comunque che il virus dell’AIDS è meno "resistente" di quello dell’epatite, e dunque relativamente meno contagioso o almeno più facimente sopprimibile attraverso l’attuazione di idonee misure igieniche.

Che cosa accade nella madre e nel feto in queste malattie se vengono contratte in gravidanza? 

Per quanto riguarda l’epatite B si manifesta nella donna in gravidanza con caratteristiche cliniche uguali a quelle delle donne normali.

Va precisato che circa il 10% delle pazienti che si infettano con il virus non si sviluppano la malattia ma diventano portatrici sane o affette da epatite cronica attiva; dunque sono potenziali fonti di contagio per altri individui così per il feto, spesso senza saperlo.

Il passaggio del virus attraverso la placenta è possibile per tutta la gravidanza, ma il rischio di contagio per il feto è particolarmente alto quando l’epatite materna si manifesta in forma acuta nell’ultimo trimestre di gravidanza; il contagio è possibile anche durante il parto e con l’allattamento in quanto l'HBsAg è presente nel latte in circa il 70% dei casi, ma la trasmissione per via orale richiede una carica virale molto virale più elevata (la prova dell’avvenuto contagio è la presenza nel sangue del neonato dell’antigene specifico HBsAg o la sua comparsa entro sei mesi).

Molti dei bambini infettati dal virus diventeranno dei portatori cronici, alcuni svilupperanno forme lievi di malattia, rari sono quelli destinati a sviluppare precocemente una forma grave di epatopatia.

Come ci si deve regolare oggi di fronte ad una situazione di questo tipo?

Innanzi tutto tutte le gestanti vengono sottoposte al test per la ricerca dell’HBsAg ed eventualmente di altri "makers" rilevatori specifici per la malattia e per l’epatite C. Tutti i bambini nati da madri HBsAg positive, cioè potenzialmente infette, vengono sottoposti al trattamento preventivo con immunoglobuline e vaccino entro le prime 12-24 ore di vita: l’associazione del vaccino con le gammaglobuline consente di prevenire l’infezione del neonato nel 90-95% dei casi e permette alla madre di allattare il bambino. Per quanto riguarda la madre la prevenzione viene fatta solo con immunoglobuline.

Per quanto riguarda l’epatite C la percentuale di neonati da madri HCV positive che hanno contratto l'infezione è di circa il 5-6%. Questa percentuale aumenta notevolmente nel caso la madre abbia anche l’infezione da HIV (14-17%).

Contrariamente a quanto osservato per la trasmissione dell'HIV, nel caso dell'HCV l'esecuzione del parto con taglio cesareo non si è dimostrata utile nel ridurre il rischio di infezione neonatale, così come non è stata dimostrata la trasmissione dell'infezione mediante l'allattamento, che pertanto non è controindicato

Per quanto riguarda l’AIDS, il rischio di trasmissione del virus della madre al feto è stimato intorno al 30 - 50% anche se esistono alcune casistiche con percentuali di trasmissione molto più alte. In alcuni centri vengono sottoposte a ricerca (test) per l’AIDS solo le donne appartenenti alle cosiddette categorie a rischio.

  • tossicodipendenti;
  • eterosessuali con molti partner;
  • politrasfuse;
  • eterosessuali che hanno rapporti sessuali con individui appartenenti alle sopraelencate categorie.

 

In altri centri il test viene eseguito a tutte le gestanti. Molte, ma non tutte le donne esposte al contatto con il virus, si infettano diventando così "sieropositive" cioè portatrici sane del virus che hanno nel sangue anticorpi specifici contro il virus.

Gli anticorpi materni passano nel sangue del feto attraverso la placenta: pertanto il neonato di una donna sieropositiva sarà sicuramente sieropositivo, cioè avrà gli anticorpi, ma solo il 15-40% di essi si ammalerà di AIDS. Il parto mediante l’utilizzo del taglio cesareo si è dimostrato utile a ridurre il rischio di contagio per il neonato. Queste donne così possono essere fonte di contagio pur essendo sane e molto spesso non a conoscenza del loro stato; una certa percentuale svilupperà poi, dopo alcuni anni, la malattia conclamata.

La gravidanza può peggiorare il quadro clinico della donna infetta, sia sieropositiva, che già affetta da malattia conclamata. Per quanto riguarda il neonato questo, se infetto, ha circa il 50% di possibilità di sviluppare la malattia conclamata entro due anni.

L’infezione aumenta inoltre di circa tre volte il rischio di aborto così come di diminuito sviluppo fatale e parto pretermine.

La prova del contagio si ha comunque solo ricercando gli anticorpi specifici (IGM) ed il virus nel sangue del cordone ombelicale del neonato nei primi mesi di vita.

In conclusione si consiglia a tutte le donne di effettuare un test di ricerca per l’AIDS (HTLV3) prima di affrontare una gravidanza.


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