Oncologia, spazio ai farmaci biologici al di là dei costi


Ben 36 mila euro per ogni anno di vita in più strappato a una diagnosi di tumore. A tanto ammontano le spese che il nostro Servizio sanitario nazionale deve sostenere per ogni paziente oncologico curato con le innovative terapie a bersaglio molecolare.

I camici bianchi alle prese con questi malati difendono a spada tratta la necessità di usare i cosiddetti farmaci biologici, pur circoscrivendone l'uso ai soli pazienti che sembrano rispondere alle cure. In altre parole, puntano al principio dell'appropriatezza, e chiedono che a nessun cittadino venga negata la possibilità di accedere alla cura migliore.

Suona infatti come un vero e proprio appello quello che gli oncologi riuniti ieri a Roma, per una Tavola rotonda sulle 'Nuove frontiere nella cura del tumore del colon-retto', organizzata con il contributo di Amgen Dompé, lanciano alle istituzioni e al mondo politico. "Chiediamo che il medico non venga lasciato solo - afferma Paolo Marchetti, oncologo dell'Azienda ospedaliera Sant'Andrea di Roma, e consulente scientifico dell'Idi Irccs - stretto tra un paziente che chiede per sé la cura migliore, e un direttore generale che, d'altro canto, vuole che vengano tenuti a bada i costi".

"Oggi ci troviamo in una terra di confine - incalza Francesco Cognetti, dell'Istituto nazionale tumori Regina Elena di Roma - Vorremmo usare questi farmaci, ma in parte siamo frenati dall'aumento della spesa pubblica. Il nostro lavoro, tuttavia, ci impone di occuparci dei pazienti garantendo loro il meglio delle cure. E questo è un problema che va affrontato sia dalla scienza che dal mondo politico". Anche perché non si tratta certo di 'bruscolini'. Per l'Italia la spesa farmaceutica assorbita da farmaci innovativi ammonta a 213 milioni l'anno, un costo recuperato anche grazie ai medicinali 'non griffati', che generano risparmi per 241 milioni di euro l'anno. Il mondo politico, dal canto suo, ai medici chiede di agire secondo il principio dell'appropriatezza.

"Per individuare con oculatezza i pazienti che possono rispondere alle cure innovative", sottolinea Ignazio Marino, presidente della Commissione Sanità del Senato. Nonché uno sforzo "sul fronte della prevenzione - sottolinea Marino - che si traduce nell'informare i cittadini e puntare su screening di massa esattamente come avvenuto per il tumore alla mammella".

Anche perché la prevenzione può, di fatto, ridurre drasticamente la mortalità per tumore. Un esempio? Nel caso del cancro al colon retto, neoplasia al centro del convegno capitolino, "la mortalità verrebbe ridotta del 30 per cento - assicura Cognetti - se gli screening venissero realizzati alla lettera su tutta la popolazione interessata".

Dati che fanno riflettere, soprattutto considerando che il tumore colorettale "rappresenta una delle più diffuse forme di neoplasia in Italia - spiega Cognetti - con 20 mila nuovi casi negli uomini e oltre 17 mila nelle donne. E, nonostante i progressi compiuti dalla scienza, rappresenta la seconda causa di morte per tumore". "Ecco perché - aggiunge Marchetti - al Ssn chiediamo uno sforzo in più, moltiplicando le risorse per un 'big killer' ampiamente presente nella popolazione".


Pagina pubblicata il 11 marzo 2008

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