Tac e risonanze, attacco alla sanità pubblica o al Pertini?


Sul Messaggero di oggi un articolo sui tempi di attesa delle prestazioni diagnostiche della sanità Regionale. Una denuncia di mal funzionamento o un attacco alla Asl B e all'ospedale Pertini?

Tac e risonanze

Si comincia dalla risonanza magnetica. L'articolo cita i dati della Regione secondo i quali ad Ostia chi ha mal di schiena e necessita di una risonanza deve attendere un anno, anzi 365 giorni come precisa l'articolo.

Va meglio invece nella Asl del Centro, con 44 giorni, e nella C con 64 giorni. Tempi in linea a quelli previsti dalla legge , cioè 60 giorni.

Viene descritta una situazione di crisi diffusa un po' ovunque nel Lazio, dove però, per le prestazioni diagnostiche, a fare peggio c'è la Asl B e "in particolare l'Ospedale Pertini". Quest'ultimo tra i più "cattivi" con risonanze e tac che richiedono oltre sei mesi di attesa.

Si legge la replica della Asl B che, nel sottolineare che i dati della Regione "non dicono tutta la verità", spiega che vanno aggiunte tutte le prestazioni erogate sul territorio con tempi di attesa molto più ridotti. Inoltre, al Pertini le risonanze magnetiche sono eseguite con l'unica macchina a disposizione.

Segue l'elenco di altre prestazioni con liste di attesa più o meno lunghe e poi, finalmente, l'articolo riporta il commento di Enrico Pofi, presidente della Società scientifica italiana per la radiologia medica e primario della radiologia del Belcolle di Viterbo.

Diciamo 'finalmente' perché Pofi mette l'accento sul vero problema delle liste d'attesa chiedendosi: " Ma la domanda è tutta appropriata?". Per il sanitario il 40% delle prestazioni diagnostiche sono inutili e le nuove tecnologie utilizzate servono a migliorare la risposta, ma non a ridurre la richiesta di prestazioni.

Noi di Vita di Donna ci occupiamo di sanità da decenni e vorremmo condividere alcune riflessioni.

Ci domandiamo mai se un esame è veramente necessario?  Le migliaia e migliaia di accertamenti fatti "per sicurezza" senza una vera evidenza di utilità tolgono il posto a quegli esami veramente necessari e urgenti, che sono costretti ad essere eseguiti privatamente e inoltre provocano un danno da raggi del tutto inutile.

Ogni anno in Italia vengono eseguite da 36 a 43 milioni di prestazioni radiografiche. In media una per cittadino, bambini esclusi.

Al Pronto Soccorso il 35% degli esami avviene con apparecchi radiologici tradizionali (la classica lastra), nel 10% dei casi entra in azione la TC che produce immagini di elevata qualità (specie i modelli di ultima generazione, multistrato), ma emette alte dosi rispetto alle tecniche convenzionali.

Secondo il prof. Lagalla, nel suo dipartimento a Palermo, il 70% dei referti dei medici di Pronto Soccorso è negativo, cioè non evidenzia lesioni: c'è il sospetto che in gran parte si possa parlare di "esami inutili".

Risulta fondamentale ridurre il numero degli esami radiologici "inappropriatamente" richiesti ed eseguiti, evitare che il paziente sia sottoposto, quando non sia realmente necessario, all'esposizione a radiazioni ionizzanti e ridurre di conseguenza le liste d'attesa che hanno subito, negli ultimi anni, un incremento significativo in seguito alla accresciuta offerta di prestazioni di diagnostica per immagini che ha determinato una domanda non sempre del tutto giustificata.

La Direttiva Euratom 97/43 ha espressamente citato il ruolo del Prescrivente la procedura radiologica e ha raccomandato una rigorosa e costante applicazione del principio di giustificazione.

Negli Stati Uniti è già codificato l'aumento di tumori legato alle radiazioni ionizzanti diagnostiche, per non parlare della spesa sanitaria fuori controllo.

Veronesi, quando era ministro della Salute, diceva: quando fate un esame domandatevi "cosa faccio se è positivo? cosa faccio se è negativo? se la risposta è la stessa non lo fate".

Ma allora chi è che spinge perché, invece di ragionare su cosa come e quando, si facciano sempre più esami, si abbattano le liste d'attesa senza controllo, magari acquistandole da un privato, visto che la spending review non consente al servizio pubblico di lavorare di più e di assumere personale?

Certo i privati accreditati, e ahimè, anche i classificati, anche quelli "impegnati per l'eccellenza", guadagnano tanto di più tante più prestazioni fanno, non hanno tetti di spesa, salve qualche timido recente tentativo, e poi magari da una prestazione, magari offerta scontata o gratis, o fatta subito, nasce l'indicazione di un'altra prestazione, da cui ne nasce un'altra e così via in un gioco di scatole cinesi alla cui fine spesso c'è un intervento di cui nessuno controlla la necessità e gli esiti.

E magari per un intervento oncologico si offre l'intramoenia..

Facciamo il gioco dell'accostamento dei fatti. Nell'articolo del Messaggero, nonostante siano elencate anche altre strutture pubbliche 'inefficienti', l'Ospedale Pertini emerge come il 'cattivo'. Il titolo del pezzo: "Tac e risonanze, attese fino a un anno. I dati peggiori da Asl B e Pertini".

Un imprenditore, che ha un importante ospedale nella zona servita dal Pertini, ha costruito un palazzo definito 'polo assistenziale' che probabilmente deve essere riempito di prestazioni del Ssr...

Vi viene in mente qualcosa?

Maggio 2013

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