Perché non rimpiango il mio aborto

L'aborto è stato nei titoli di testa nei mesi passati, ma di rado si sono sentite realmente le voci delle donne. L'Independent parla con una donna sul perché non rimpiange la sua scelta, contrariamente all'assunto popolare.

Aborto

E' stimato che quasi una ogni tre donne in the UK ha avuto un aborto. Comunque, quando tu pensi alle statistiche in termini della tua famiglia o dei tuoi amici, ciò potrebbe non corrispondere.

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Ciò perché sebbene sia diventato legale in quasi tutto il territorio della Gran Bretagna da 50 anni, c'è ancora un ampia quantità di stigma attaccato all'aborto, e con ciò, al diritto della donna di scegliere.

Tale stigma e vergogna è perpetuato dalla società e gli atteggiamenti e le leggi antiquate che ancora si ergono in paesi presumibilmente avanzati, liberali , quando si parla di aborto. La questione è che la soverchiante maggioranza delle donne che ha avuto un aborto non rimpiange la sua scelta.

Nel 2015, uno studio ha provato che il 95 per cento delle donne che hanno fatto aborti aborti non ha avuto rimorsi. Nei sei mesi passati ci sono stati rinnovati attacchi sui diritti riproduttivi negli USA dopo che il presidente Donald Trump ha espresso le sue istanze anti-abortiste e ha firmato leggi finalizzate a tagliare fondi per servizi che aiutano le donne ad accedere ad aborti sicuri.

La materia è anche troppo vicina a casa. In marzo, migliaia di donne hanno scioperato in Irlanda del Nord e nella Repubblica d'Irlanda per protestare contro il divieto d'abortire in questi paesi. Proprio l'anno scorso, i legislatori nel parlamento dell'Irlanda del Nord, hanno votato per mantenere il divieto fermo anche in caso di stupro o incesto.

Mentre questi argomenti possono essere ascoltati di qua e di là nei media, è la voce delle donne che avevano sentito raramente. The Independent ha parlato con Sarah (*) di 41 anni che ha avuto un aborto circa quindici anni fa, qualcosa che descrive come "un completo non-evento" nella sua vita.

"Penso che sia l'esperienza di molte donne ma siamo forzate a mettere in dubbio quell'esperienza. Le persone si sentono colpevoli perché non si sentono colpevoli," spiega. Sarah dice che era talmente un non evento che non poteva neanche indicare con esattezza l'anno nel quale ha avuto un aborto ma approssima che sia stato verso i venticinque anni  ("non ricordare non è trauma, è perché i tuoi vent'anni sono caos"). Utilizzava la pillola ed è rimasta incinta. Se ciò sia stato il risultato di "troppo alcool, probabilmente un po' di vomito," non lo sa, ma stava prendendo la pillola ed è rimasta incinta.

Non aveva una "vita che fosse pronta per i figli", nè abbastanza denaro, non era abbastanza stabile in molti sensi e sebbene fosse in una "bellissima relazione" con un bravo ragazzo, nessuno di loro due aveva discusso sul futuro.

"Non avevo pianificato di restare incinta, ma ero incinta. Stavo gestendo dei ristoranti, non è una vita che puoi avere con bambini. Lui era amabile, ma non c'era nessuna ragione che fosse per sempre. Perché avrei dovuto avere un bambino? Perché avrei dovuto legare me stessa per sempre anche se a una persona amabile anche se non era cosa?"

Il "piccolo intervento" fu esente da trauma per Sarah ed incredibilmente fu nell'ambulatorio che realizzò quante donne, di tutti gli ambienti sociali, età, stato civile e disponibilità economiche, scelgono di interrompere una gravidanza per una pletora di ragioni.

In stridente contrasto con lo stereotipo che le donne finiscono per avere rimorsi per i loro aborti, Sarah dice che la sua esperienza - e testimoniando proprio come hanno fatto molte altre donne - l'ha resa ancora più pro-scelta.

Comunque, a dispetto dell'essere per la scelta, una femminista e non, in un ultimo pizzico di rimpianto sulla sua decisione, Sarah dice che lei "non è immune dalla vergogna e dallo stigma". Ma questa non è la sua vergogna o il suo stigma ma la prova di quanto sia intenso il giudizio delle donne che li hanno.

Durante i 15 anni dal suo aborto, dice che è venuta a sapere che "molte donne hanno avuto aborti" - intuendolo anche molte delle sue amiche - eppure sa che "nessuna se ne dispiace".

"Le persone confessano di avere abortito quando capiscono che il contesto attorno è tranquillo," continua. "Ciò ti dice tutto quello che hai bisogno per realizzare qual è lo status dell'aborto".

Katherine O'Brien, capo della ricerca sui media e sulle politiche per il Servizio britannico di consulenza sulla gravidanza, ha raccontato al The Independent che "mentre tutte le migliori evidenze mostrano che la grande maggioranza delle donne non ha rimorsi per i loro aborti" continuano a
circondarli vergogna e segretezza. "Sappiamo - spiega l'esperta - che altre donne che parlano apertamente a proposito delle loro interruzioni possono fare la differenza. Sappiamo anche che l'attuale quadro giuridico che, a differenza di ogni altra procedura medica, richiede alla donna di cercare l'approvazione di due medici prima che sia permesso un aborto, stigmatizza la procedura e quelle che vi si sottopongono. Nessuna donna
dovrebbe provare vergogna di prendere la decisione di interrompere una gravidanza che non si è sentita in grado di continuare.

"Sarah resta orgogliosa della sua decisione dato che le ha permesso di iniziare l'università l'anno seguente, più tardi, andando avanti, di completare un corso di specializzazione post laurea quindi di ricevere dei fondi per svolgere un dottorato di ricerca.

Ha anche due bambini: di sette e quattro anni. E anche quando Sarah ha lottato per rimanere incinta, eppure non ha rimpianto la sua iniziale decisione ed era arrabbiata quando articoli contro la possibilità di scelta suggerivano che ci fosse un nesso.

"Ho avuto quell'esperienza di non volere un bambino, rimanere incinta ed abortire e poi di volere disperatamente dei figli più tardi e quindi la realtà di averli".

Dice che uno dei più strani paradossi quando si arriva al diritto all'aborto è che le donne sono giudicate e stigmatizzate quando abortiscono ma allo stesso tempo sono "costantemente sorvegliate" quando sono genitrici.

"E' una tale rivelazione di ciò che è essere una donna oggi. È ripugnante. Maledetta se lo fai e maledetta se non lo fai," dice.

* I nomi sono stati cambiati nell'articolo. Il nostro caso di studio ha chiesto di rimanere anonima non perché si vergogni della sua decisione ma a causa del livore che così spesso prende di mira le donne sulla rete e in particolare sui social media.

OLIVIA BLAIR@livblair

Traduzione di Marianna Bonina

12 giugno 2016

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