Condanna esemplare per gli assassini di Hina


30 anni al padre e ai due cognati, e 2 anni e otto mesi allo zio. La condanna per gli assassini di Hina Saleem - la ragazza pakistana uccisa l'11 agosto del 2006 per aver adottato costumi occidentali, emessa dal Tribunale di Brescia arriva al termine di un processo con rito abbreviato ' . La giudice Silvia Milesi ha condannato anche i due cognati di Hina a 30 anni con l'accusa di omicidio aggravato e occultamento di cadavere. Lo zio della 20enne uccisa è stato condannato a una pena di 2 anni e 8 mesi. Nei suoi confronti l'accusa e' di soppressione di cadavere. Un sentenza esemplare ha commentato a caldo Daniela Santanchè, che continua a seguire le sue battaglie in difesa delle donne vittime dell'integralismo islamico.



La condanna è per l'esponente di destra, un avvertimento a chi uccide una donna nel nostro paese 'deve essere messo in galera e buttare via la chiave". "Siamo soddisfatte per la condanna inflitta al padre di Hina Saleem, ora possiamo di nuovo sperare in una giustizia giusta.

Questa sentenza sia da esempio per tutti", è ancora la reazione di Souad Sbai, la presidente dell'Associazione delle donne marocchine in Italia (Acmid - Donna), che plaude alla decisione del Gup di Brescia di accogliere le richieste del Pm e condannare a trent'anni di reclusione il padre di Hina e i due cognati della ragazza pakistana uccisa per essersi adattata ai costumi occidentali.

"Questa sentenza - continua Sbai - deve essere da esempio per tutti coloro che usano violenza sulle donne perché in Italia non è vero che è tutto permesso e che si può uccidere una figlia. Deve essere di esempio anche agli altri giudici affinché non si sottovaluti più la situazione delle violenze sulle donne italiane e straniere.

Ora dobbiamo solo sperare che scontino in carcere la pena fino all'ultimo giorno". A proposito della madre di Hina, che in aula è andata in escandescenza in difesa del marito, Sbai rileva: "purtroppo questa donna deve svolgere il ruolo di moglie pakistana, lei è ancora rinchiusa in questa comunità  e deve far vedere che sta dalla parte del marito.

Chiediamo alle associazioni locali di aiutarla, insegnandole la lingua che non conosce nonostante sia qui da 20 anni e dandole una psicologa che le insegni a dire di 'no' al marito e a poter piangere per la figlia che ha perso".

Pagina pubblicata il 13 novembre 2007

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