Rischio cancerogeno e ruolo del Medico Competente


Il Medico Competente deve farsi carico di una continua opera di sensibilizzazione nella gestione del rischio cancerogeno da polveri di legno duro.

Il rischio cancerogeno, come sanno i medici del lavoro, non è dose correlato. Quindi non esiste una dose soglia come per il rischio chimico.

La presenza anche di basse concentrazioni ambientali ed anche per brevi periodi deve condurre a considerare i lavoratori a rischio.

Pertanto le lavorazioni di falegnameria in cui ci sia una esposizione a polveri di legni duri deve indurre a sottoscrivere il "rischio cancerogeno".

Pertanto bisogna attuare tutte le misure preventive primarie e secondarie al fine di ridurre l'esposizione, le misure di sorveglianza sanitaria e diagnosi precoce e la gestione burocratica e medico-legale.

Il medico competente ha un ruolo chiave in questo aspetto. Infatti in genere ci si trova ad operare in realtà medio-piccole in cui il medico competente è l'unica figura di riferimento.

Inoltre c'è da parte dei datori di lavoro e dei lavoratori una sottovalutazione del rischio, spesso erroneamente motivata dalla consapevolezza di basse esposizioni o dal considerare questo tipo di rischio remoto.

Non solo, a volte ci si trova a confrontarsi anche con consulenti che, in presenza di basse esposizioni, hanno difficoltà a comprendere e razionalizzare che le leggi che regolano le sostanze cancerogene non seguono una correlazione dose risposta ma piuttosto una legge "tutto o nulla" .

Tutto ciò porta ad una sottostima di percezione del rischio che fa ridurre l'attenzione e conseguentemente le misure preventive e le regole igieniche.

Per questo ritengo che il medico competente debba in questi casi avere un approccio globale e farsi portavoce di una costante opera di sensibilizzazione.

Secondo dati forniti dal Dott. Giulio Cantù della Divisione di Chirurgia Maxillo Facciale dell'Istituto dei Tumori di Milano in un Convegno a Rovigo nel 2005 la sede anatomica dei tumori da polveri di legno duro è l'epitelio dell'etmoide.

Il tipo istologico, secondo i dati italiani, è l'adenocarcinoma di tipo intestinale. Il tumore è raro (0,33 per 100.000) eppure nella quasi totalità dei casi essi hanno avuto una precedente esposizione, anche lontana nel tempo ed anche per brevi periodi, a polveri di legno o polveri di cuoio.

In genere questo tipo di tumore insorge lentamente in soggetti con precedenti disturbi naso-sinusali. La terapia è chirurgica con un intervento di resezione cranio-facciale e radioterapia, a volte preceduto da chemioterapia. Esistono tuttavia diversi protocolli terapeutici.

Il tempo di latenza tra l'inizio dell'esposizione e l'insorgenza dei tumori è compresa tra 15-40 anni.

Molte volte essi vengono asportati confondendoli come semplici polipi nasali senza neppure eseguire un esame istologico e pertanto si arriva presto ad una recidiva e ad un ritardo nella diagnosi.

La semplice visita otorinolaringoiatrica con l'esecuzione della rinoscopia anteriore non permette una diagnosi precoce. Occorre effettuare una endoscopia nasali a fibre ottiche delle cavità nasali.

Ci sono diverse proposte di sorveglianza sanitaria.

Come medici competenti di una società internazionale della grande distribuzione che ha diversi punti vendita in Italia e che ha al suo interno un reparto di taglio legno e taglio cornici abbiamo deciso di operare nel seguente modo per quanto riguarda l'esposizione a polveri di legno duro e di attuare il seguente protocollo sanitario.

Visita medica annuale con compilazione di un questionario dei disturbi nasali; visita orl biennale ed esecuzione della fibroscopia ogni 5 anni per gli esposti da almeno 15 anni.

La scelta di limitare la fibroscopia con periodicità quinquennale e riservarla agli esposti da lunga data è motivata dalla lunga latenza di insorgenza del tumore e dall'invasività dell'esame.

Raccomandiamo inoltre, durante gli incontri formativi, di continuare i controlli con la stessa periodicità anche dopo le dimissioni o l'esposizione.

Per quanto riguarda la prevenzione primaria occorre monitorare che i sistemi di aspirazione funzionino correttamente.

In alcuni casi ho riscontrato che l'impianto filtrante era collocato all'interno dell'ambiente di lavorazione, la presenza di fissurazioni dei tubi di aspirazioni, la cattiva tenuta dei giunti, la mancata sostituzione dei sacchi con le polveri aspirate da parte degli addetti: tutti eventi a danno della polverosità ambientale.

Il monitoraggio delle polveri ambientali deve essere eseguito con campionamento personale e secondo le Linee Guida che l'Ispesl ha emanato appositamente.

Importantissima è la formazione e che, secondo la mia esperienza, deve essere effettuata dal medico competente in quanto può trovare il giusto equilibrio nel trasmettere notizie che all'apparenza sono allarmanti, soffermandosi e sensibilizzando soprattutto sugli aspetti di prevenzione primaria e secondaria.

Quali informazioni trasmettere ai lavoratori?

Sicuramente informazioni sull'utilizzo dei D.P.I. La mascherina nasobuccale da utilizzare è quella con facciale nasobuccale filtrante ffpp2 (per polveri più fini).

E' cattiva abitudine quella di lasciare la mascherina appesa alle macchine o nell'ambiente di lavoro. Occorre invece collocarla, quando non utilizzata, in un armadietto sigillato o fuori dai locali di lavoro oppure in valigette contenti i d.p.i. in uso.

La mascherina deve essere cambiata quando si percepisce difficoltà a respirare all'interno e comunque a seconda dell'utilizzo che se ne fa (anche tutti i giorni se necessario).

Un ulteriore suggerimento é quello di riporre gli abiti da lavoro in armadietti separati da quelli degli abiti civili; poco realizzata invece la corretta procedura di lavaggio degli indumenti di lavoro da parte dell'azienda senza che il lavoratore li porti al domicilio.

L'igiene degli ambienti di lavoro è fondamentale: aspirare con aspiratutto e non "pulire" con pistola ad aria compressa in quanto non si fa altro che disperdere ulteriormente la polvere del legno.

Effettuare pulizie del pavimento e delle macchina quotidianamente alla fine del turno, tramite aspirazione. Anche i muri e le intercapedini necessitano di pulizie straordinarie.

Un'altra informazione importante è sulla necessità di proseguire gli accertamenti anche dopo le dimissioni o il pensionamento proprio perché si entra in una età a rischio.

Fondamentale è la gestione della cartella sanitaria e di rischio che, come tale, deve riportare i valori di esposizione individuali. La cartella, alle dimissioni, deve essere consegnata al lavoratore e spedita all'Ispesl ai sensi del comma 4, dell'art. 6 del Decr. Leg.vo 66/2000.

Qualora il lavoratore con una pregressa esposizione a cancerogeni, all'atto dell'assunzione non dovesse presentare la cartella sanitaria e di rischio relativa al precedente rapporto di lavoro, occorre richiederne copia all'Ispesl ai sensi della lettera d, comma 8, art. 6 del suddetto decreto.

Nel corso della mia attività in nessun caso il lavoratore con pregressa esposizione si è presentato con la cartella sanitaria e di rischio e, richiesta la stessa all'Ispesl, arriva puntualmente comunicazione che non ne possiedono copia.

Pertanto il meccanismo della trasmissione delle cartelle presenta della lacune che forse non hanno ripercussioni immediate se non nell'inutile ripetizione di accertamenti integrativi con un aggravio di costi per l'azienda ma sicuramente saranno fonte di danni futuri per coloro che sfortunatamente colpiti da questo tipo di tumore non potranno documentare con certezza la loro esposizione.

Occorre anche istituire un registro degli esposti a polveri di legno duro ed a questo proposito utile è il modello proposto dall'Ispesl.

Il registro deve contenere, oltre alle generalità del lavoratore e dell'azienda, i livelli di esposizione, la data di inizio e di cessazione dell'esposizione. Deve essere spedito dopo la prima compilazione allo S.P.R.E.S.A.L. dell'Asl territoriale ed all'Ispesl.

Ulteriori invii ogni tre anni o su richiesta degli stessi enti (lettera a, comma 8 dell'art. 6 del decreto). Occorre che il medico vigili sulla trasmissione di questi atti.

A quale Ispesl fare riferimento? Alla Sede Ispesl – Dipartimento di Medicina del Lavoro - di Via Fontana Candida, 1 – 00040 Monte Porzio Catone (Rm) indicando sulla busta "rischio cancerogeno". Questo sia per le cartelle sanitarie che per il registro.

La cartella, analogamente per quello che riguarda la trasmissione delle cartelle per il rischio chimico, devono essere inserite e sigillate in una busta sulla quale indicare il nominativo del lavoratore, il luogo e la data di nascita, la data di assunzione, mansione svolta al momento della cessazione del rapporto di lavoro, la ragione sociale del datore di lavoro al momento della cessazione del rapporto, data di cessazione del rapporto (cosi come indicato nelle disposizioni dell'Istituto stesso).

Da tutto ciò risulta chiaro che il medico competente per questo tipo di rischio e soprattutto per questo tipo di attività spesso artigianale deve farsi un carico di compiti a volte non direttamente a lui spettanti e soprattutto debba farsi carico di una continua e paziente opera di informazione e sensibilizzazione.

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Dott. Cristiano Ravalli Medico Chirurgo - Odontoiatra - Specialista in Medicina del Lavoro

Esperto del Ministero della Salute per il Programma E.C.M.

Consulente Tecnico del Tribunale di Milano n. 9847

Piazza Gerusalemme, 4 - 20154 - Milano

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Pagina aggiornata il 31/8/2006

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